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Anatomia di un femminicidio

Il corpo della vittima è più ampio, non comprende solo la donna che risiede poi su un tavolo in obitorio, comprende la sua cerchia ristretta e quella più ampia. La famiglia, i figli, gli amici, le amiche, le colleghe di lavoro o di studio, tutti ne restano coinvolti. Il punto di vista di una figlia di una vittima di femminicidio è importante ed ecco la sua lettera:

Cara Eretica,

quello che è successo a mia madre potete immaginarlo. Stava per divorziare, mio padre l’ha uccisa. Quello che è successo dopo invece non sembra interessare nessuno. Ero poco più di un’adolescente quando è successo e mio padre pensava di potermi manipolare. Ho avuto un paio di colloqui con lui e ho assistito al processo che ha portato alla sua condanna. Insisteva perché io restassi dalla sua parte. Non gli era bastato avermi tolto mia madre, voleva togliermi anche i ricordi che avevo di lei. Voleva che io testimoniassi in suo favore, che dicessi che mia madre era una persona orribile. Hanno insistito molto anche gli zii, i parenti di mio padre, tutti quelli che volevano solo che “lui non si rovinasse la vita per colpa di una donna”, come se la rovina fosse un effetto collaterale di una vicenda seppur triste e dolorosa ma comunque per loro accettabile. Mi hanno pressata, ho dovuto scegliere da che parte stare in un momento in cui non sapevo neppure chi ero. Mi sono schierata dalla parte di mia madre. Nessuno della famiglia di mio padre mi ha più rivolto la parola, sono rimasta quasi sola, perché avevo solo una anziana nonna, madre di mia madre, e uno zio, suo fratello, che viveva molto lontano. Ho dovuto affrontare la mia crescita in fretta, senza poter liberarmi di un lutto che non riuscivo a spiegarmi. Perché lui aveva voluto toglierle la vita? Perché aveva chiesto a me di giustificarlo? Perché i suoi parenti non hanno pensato di bandire lui invece che me?

Quando mi sono diplomata mi sono trasferita da mio zio, fratello di mamma, e ho frequentato l’università. Mi ha aiutata molto. Ho scelto psicologia, perché volevo capire me stessa e chi mi stava attorno. Ancora però non riuscivo a comprendere mio padre e i suoi parenti. Nessuno di loro mi ha liberata dal macigno che pesava sul mio cuore e sulla mia testa. Nessuno ha mostrato generosità liberandomi dai doveri filiali nei confronti di un padre assassino. In fondo ero anch’io una donna, tale madre e tale figlia, potevano escludermi e sentenziare che se non mostravo affetto nei confronti di mio padre era tutta colpa mia, non sua, ma mia. Loro non sanno quanto sono stata combattuta, cosa significa ricordare i momenti in cui mio padre mi teneva per mano e poi quelli in cui picchiava mia madre. Non sanno che per un attimo ho pensato davvero che fosse colpa di mia madre, perché non volevo perderlo. Poi per fortuna mi sono svegliata e ho capito, quell’uomo egoista non faceva che usare le donne della sua famiglia. Se fosse stato libero forse avrebbe ucciso ache me, in fondo non gli servivo, non mostravo la pietà che lui chiedeva e che non aveva concesso a mia madre.

Mamma, morta per cosa? Perché voleva divorziare, voleva lasciarlo, lui non glielo ha permesso. Mi sono sentita molte volte, in sogno, strangolata tanto quanto lei. Ho avvertito il peso del corpo di mio padre sul mio mentre mi schiacciava la trachea. Ho avuto incubi per molti anni e sono diventata diffidente nei confronti di tanti uomini ma anche di tutte quelle donne che si ostinano a difendere figli e compagni violenti con le donne. Questi ricatti, la manipolazione, il vittimismo del carnefice, sono cose con le quali ho dovuto fare i conti, da sola, senza cedere mai, ricordando il sorriso di mia madre, la sua voce mentre cantava in auto quando mi accompagnava a scuola. Oggi temo di non ricordare più i tratti del suo viso, sebbene zio dica che io le somiglio molto. Temo di perdermi in un passato che non posso riaggiustare, perché lei non c’è più e io sono andata avanti, per questo mi sento in colpa, la colpa di esserle sopravvissuta. Mio padre se ne frega di tutte queste cose e non le capirebbe nemmeno, trincerato com’è nella sua alterigia da criminale patetico e piagnone. Non lo odio, ho smesso anni fa, non gli attribuisco le colpe per i miei fallimenti, non fa parte della mia vita, lui ha scelto di non farne parte quando ha ucciso mia madre, però tutti i giorni faccio i conti con il mio passato, con la storia violenta della mia famiglia, con l’educazione che ho ricevuto, piena di sessismo, che devo disimparare piano piano. Tutti i giorni devo ricostruire un percorso per il mio futuro che non si avvicini al mio passato, ed è difficile, faticoso, nessuno ne tiene conto, in pochi lo capiscono, rari sono quelli che ne parlano. Perché ogni volta che un uomo uccide una donna non è lei sola la vittima di quel crimine ma lo sono i figli, le famiglie, le persone che la amavano. Un assassino in grado di distruggere tutto questo non è solo un uomo egoista che uccide per esercitare potere e controllo sulla vittima. Quell’uomo è un essere dedito al disfacimento affettivo e sociale di un pezzo di comunità. E’ un ladro di vita, ha compiuto un furto di speranze e futuro. E’ un narcisista manipolatore che vorrebbe i figli dalla sua parte dopo aver ucciso la loro madre. Non ci può essere perdono per uomini così. Non lo perdono, non posso farlo. Lui e tutta la sua famiglia devono starmi lontano e spero di non doverli reincontrare mai più.

Quando mio padre è finito in carcere ho dovuto combattere anche per quel poco che rappresentava l’indipendenza economica di mia madre, della quale volevano appropriarsi i parenti di mio padre “per le sue spese processuali”. Non gliel’ho permesso, ho preso la mia parte di casa, venduta, la mia parte di beni di mia madre, ho preso quanto mi spettava perché nessuno mi risarciva di niente, nessuno. I parenti di mio padre mi hanno detto che ero una persona ignobile. Ignobili loro dalla cui educazione era venuto fuori mio padre, un assassino.

La solitudine di una figlia, o un figlio, di una vittima di femminicidio è totale, sociale, istituzionale. Non importa a nessuno del nostro destino. Nessuno ne parla. A malapena parlano della vittima, si concentrano sul carnefice perché fa più sensazione e fa vendere più copie di quotidiani. D’altro canto a me non interessa il circo mediatico che compie una uccisione sull’uccisione di una vittima per profitto.

Con tutto questo e molto altro ancora ho dovuto combattere. Sto ancora combattendo, oggi che ho dei figli e un compagno che mi ama. Volevo che qualcuno leggesse la mia storia, spero possa essere utile ad altre persone che hanno vissuto quel che ho vissuto io.

Grazie per lo spazio e un abbraccio,

F.

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