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#Iomidifendo: se lo stupro non è evidente sareste davvero tanto solidali?

Lei scrive:

Cara Eretica, la discussione di questi giorni purtroppo mi ha riportato alla mente cose poco piacevoli ma cercherò di mettere in fila riflessioni che spero siano utili a tutte. Normalmente una vittima di stupro non viene supportata da nessuno, tantomeno dalla propria famiglia. Così è accaduto a me. Mi hanno colpevolizzata tutti, perché ero ad una festa, ero ubriaca, perché gli stupratori non avevano lasciato prove evidenti, perché più spesso si tratta di credere a ciò che dice una donna e la maggior parte delle volte nessuno le crede. Né la polizia, né la famiglia, perfino le amiche.

Pare che gli stupri ai quali si attribuiscono specifiche caratteristiche utili all’indignazione popolare siano dati in pasto al mondo in maniera sensazionalista, come la vittima in cui le ferite sono profonde ed evidenti, quando ci sono testimoni, quando gli stupratori sono così stupidi da fare video che filmano lo stato di incoscienza della ragazza. I miei stupratori non sono stati stupidi, sapevano ciò che facevano, erano certi che se la sarebbero cavata, sapevano che le loro amiche e gli amici gli avrebbero creduto e che io sarei diventata una reietta, una “poco di buono”, una che se l’è cercata. Una loro amica mi ha detto “in fondo di stupro non si muore”. La mia famiglia ha detto “se ci esponi alla vergogna dovremo trasferirci”. La polizia alla quale mi sono rivolta mi ha suggerito di pensarci bene perché non c’erano prove, era la mia parola contro la loro. Perciò non ho denunciato. Allora mi hanno detto che se davvero avessi subito uno stupro lo avrei fatto, avrei sfidato Golia come Davide, con un piccolo sasso in mano. Mi hanno detto che fossero state al posto mio si sarebbero nascoste per la vergogna, perché non mi aveva stuprato l’immigrato, ma un gruppo di italiani la cui reputazione era a dir loro impeccabile. Mi hanno colpevolizzata perché io avrei impedito che loro facessero del male ad altre, avrei dovuto denunciare per segnalare il fatto che essi fossero pericolosi. Nel frattempo mi arrivavano messaggi minatori da parte di amici degli stupratori: se li denunci non la passerai liscia, se lo fai è meglio se ti ammazzi perché tu non sei niente, solo una povera puttana che tenta di attirare l’attenzione, se li denunci la tua famiglia subirà tutto il male possibile. Sembra nulla, ma non è così facile. Nei processi le donne vittime di stupro diventano imputate, gli stupratori assolti, la parola delle vittime senza credibilità, perché le donne provocano, si sa, perché siamo una categoria a parte, peccatrici per natura, da Eva in poi paghiamo il peccato originale. I maschi sono assolti a priori, tutti fanno a gara per tutelare i loro privilegi, tutti ti dicono che se gli rovini la vita dovrai pentirti, quindi non ho armi, non ho difese, non ho niente, se non me stessa. In Italia non viene considerato stupro il momento in cui lui ti aggredisce in casa se sei andata a trovarlo. Il momento in cui decide di farlo senza preservativo se stai dormendo nel suo letto, il momento in cui non hai voglia, se l’hai sposato. Gli uomini pensano di avere il diritto di prenderti quando e come vogliono e nessuna può opporsi senza incorrere in ritorsioni, intimidazioni, cyberbullismo, minacce, perfino di morte prematura. Uno degli stupratori mi ha scritto che avrei visto il paradiso prima del mio tempo. Tutto per metafore, nulla che si possa usare per una denuncia. Sono bravi, gli stupratori, sono talmente bravi da non lasciare tracce a meno di non essere adolescenti troppo arroganti, i quali pensano che dopo il danno sia possibile perpetrare anche la beffa. Solo su questi sciocchi si lancia l’onta dell’indignazione popolare. Per tutti gli altri invece niente. Per quelle come me che non possono dimostrare se non raccontando e mostrando con integrità e orgoglio che non mi hanno spezzata non resta che la psichiatria, momenti di depressione e altro, tutto ciò che turba le discussioni pubbliche che non vogliono saperne del costo sanitario conseguente alla violenza di genere. Se la prendono con le taglie forti, per grassofobia, ma non sanno quanto costa alla sanità tentare di tenere in vita una persona affetta da disturbo da stress post-traumatico, una che non è “malata” per caso o per sua scelta ma in conseguenza ad una violenza, e quante tra noi hanno subito violenza? Troppe. Se solo si comprendesse quanto sia grave la situazione e quante donne normalizzano la violenza, fingendo che vada tutto bene, se solo si comprendesse quanto sia difficile sentirsi sempre in guerra mentre gli uomini attaccano e poi fanno i vittimisti, aggrediscono e poi piagnucolano per non assumersi responsabilità, stuprano e poi minacciano se vuoi rendere pubbliche le loro azioni. La verità è che non abbiamo libertà di parola. Se ne parliamo rischiamo una denuncia per diffamazione, perché è lo Stato che decide se tu sia stata stuprata o meno. Non sei tu che puoi affermarlo. Tutto passa dalle mani dei maschilisti, di regole omertose e istituzioni patriarcali. Noi non contiamo nulla. Possiamo solo sopravvivere, in una resistenza quotidiana, per non morire di femminicidio quando a lui girano storte o per non essere ferite, per non riportare disabilità in conseguenza a maltrattamenti. Se una vera inchiesta fosse fatta si vedrebbe qual è il danno. Ma nessuno ha interesse ad approfondire. Nessuno vuole indagare sul fatto che il mostro è nella società tutta, è culturale, è mentalità che pare sconfitta e poi rafforzata, maschilismo combattuto e ripristinato, rivoluzione e controrivoluzione. Noi siamo in maggior numero, le donne, pare, ma in inferiorità di potere, senza voce, intimidite se parliamo, cancellate, se respiriamo, insultate se raccontiamo. Quindi la domanda resta: se lo stupro non è evidente sareste davvero tanto solidali?

Una vittima, come le altre

Parte la campagna #iomidifendo dedicata a tutte le donne che hanno subito o subiscono ancora violenza di genere. La prima forma di difesa per ciascuna di noi è la conoscenza. Imparare a riconoscere la violenza che subiamo può salvarci la vita e darci modo di reagire. Imparare a fidarci della nostra percezione è fondamentale mentre tutti ti dicono che sei esagerata o folle quando denunci di aver subito una violenza. Siamo state educate a pensare che qualunque cosa ci succeda sia colpa nostra. Non lo è. La violenza di genere va narrata, serve recuperare le parole per dirla, denunciarla, insegnare alle altre come riconoscerla. Dunque scrivetemi su abbattoimuri@gmail.com e ditemi come avete ricosciuto la violenza, come vi siete difese. L’auto difesa è importante, la solidarietà lo è. Uscire dall’isolamento ancora lo è.

Il vostro anonimato sarà ovviamente rispettato. Vi aspetto!

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