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Cagne del Capitalismo

Il discorso di Yasmin Nair in occasione dell’International Working Women’s Day, Chicago, 08/03/2017 

Il link al post originale qui. Traduzione di Antonella.

 

 

(…)Di tre cose voglio parlare oggi – la prima: il concetto stesso di donna, donna come categoria, e intendo farlo in un modo che non rimandi all’idea della cancellazione delle donne trans e delle persone trans in generale. Questo è il 2017 e ci sono ancora troppe resistenze e dissensi che riguardano qualcosa di semplice come “l’inclusione” delle donne trans. Due: voglio parlare di cosa significhi da donna combattere il capitalismo ed il patriarcato. Tre – forse la cosa più importante – come continuare a combattere come donne, o comunque ci identifichiamo, senza esaurirci nel breve termine.

Perché oggi noi marciamo, nel Giorno Internazionale della Donna Lavoratrice, noi marciamo non soltanto per i diritti delle donne, ma per il femminismo stesso. Non ci sarebbe alcuna idea di diritti delle donne, uguaglianza delle donne, senza un’idea concreta di cosa sia il femminismo. Il tutto potrebbe suonare strano, in fondo, potreste pensare “ma non siamo tutte femministe qui?”.

Ebbene…

Qualcuno vi dirà che ci sono femminismi di diverso tipo. Io sono qua per dire che no, non è così. Detto questo, è tempo per noi di porre fine alla discussione ricorrente se il femminismo possa essere o no “trans-inclusivo”.

Siamo nel 2017 e attraverso i decenni le proteste delle donne sono state modulate e influenzate da molteplici e differenti idee su cosa significhi femminismo. C’è stato un tempo – e uso qui il passato con un senso di gratitudine e speranza – in cui le donne queer erano considerate fuori dal femminismo. Ci sono stati momenti in cui, è successo di recente quest’anno, donne di colore hanno dovuto combattere per imporre il loro contributo come organizzatrici di proteste. E anche se siamo nel 2017 c’è chi insiste nel dire che le donne trans non fanno parte del femminismo, che non possono essere femministe semplicemente perché sono donne trans.

Questo che faccio ora è un discorso, quindi se permettete io qui arrivo dritta al punto: stronzate. Non c’è posto, in uno sciopero di donne, per quelle che volessero escludere uno di questi gruppi.

Il femminismo è sempre stato queer – davvero pensate che quelle che si riunivano in passato fossero solo donne che discutevano di questioni femminili? Dovremmo smettere di parlare in termini condiscendenti dell’includere le donne trans nel femminismo o di un femminismo “trans-inclusivo” – perché il femminismo è sempre stato trans.

Siamo nel 2017 e il modo in cui si pensa a “donna” è cambiato in maniera fondamentale da cinque o anche dieci anni almeno. Siamo nel 2017 e come donne dobbiamo – in qualunque modo ci riesca di concepire l’idea di donna – comprendere quel cambiamento come un cambiamento che ha dato profondità e forza al femminismo.

Premesso questo, dobbiamo anche fare i conti con un i fatti nudi e crudi. E cioè che “donna” è ancora una categoria fatta bersaglio di odio, moralismo, misoginia. Nel 1997, in uno dei più agghiaccianti casi di brutale violenza ad opera della polizia, Abner Louima, un immigrato haitiano fu catturato, picchiato e brutalmente sodomizzato – per essere precisi: stuprato con un manico di scopa. Questo tipo di violenze continuano ad accadere ogni giorno, così come, beninteso, gli innumerevoli stupri ai danni di donne, persone trans, di genere nonconforming e queer. Ma mi preme sottolineare cosa effettivamente significhi per gli uomini, per lo stato, per il patriarcato ed il capitalismo, stuprare un uomo in questo tipo di situazioni, circostanze in cui diviene manifesto che l’intento non è quello di trovare semplice piacere fisico e sessuale, bensì quello di rimettere un uomo “al suo posto” come donna. Che vale a dire che un uomo cis etero come Louima – ci sono uomini che continuano a subire questo tipo di brutalità nei complessi industriali delle prigioni ogni giorno – sono trattati come sono trattati in modo da metterli nella posizione della femmina, nella categoria delle donne, precisamente, perché lo spazio occupato da “donna” come lo concepiamo è quella discarica che sta al livello più in basso di tutto. “Donna” come categoria è uno spazio completamente privo di potere, e quando lo stato – patriarcato o capitalismo – vuole privare di potere le persone le tratta come tratta le donne. Ed è questa parte del discorso che talvolta manca quando due parti discutono per esempio, ponendo l’enfasi sui genitali o anche semplicemente sull’uso del termine in sé. Ognuna di noi, una per una, donna cis, etero, queer, trans o persone nonconforming, ma anche uomini cis, uomini trans, persone non binarie, in qualunque modo definiamo noi stesse, tutte noi sappiamo dall’esperienza quotidiana che il primo insulto che un uomo gay o una donna si troveranno ad affrontare è la parola “bitch”, cagna.

Ed in quel senso là siamo tutte cagne del capitalismo – va detto comunque che ci possono essere situazioni in cui è ok essere la cagna di qualcun* – ma insomma avete capito cosa intendo. Sappiamo tutte cosa significa, è un modo per distruggere completamente ogni traccia di autostima, per farci sentire miserabili, prive di qualunque potere. Considerate quel che significa il fatto che “donna” è la categoria che può portare a quella disistima di sé, ad allontanarci da noi stesse.

Voglio che questo sia chiaro, prima di passare al punto successivo, in cui dirò perché sebbene non possiamo escludere nessun gruppo dal femminismo (come troppe fanno), che non esistono femminismi differenti per persone differenti. Non c’è un femminismo da sala riunioni opposto a quello da barista, non c’è un femminismo pro-choice contro quello antiabortista. No. Se il femminismo significa qualcosa, quel fondamentale qualcosa sta nella sua capacità di porre fine allo sfruttamento capitalista, deve fondamentalmente portarci alla rielaborazione di quel che intendiamo per successo, cosa vogliamo dire quando diciamo “uguaglianza”. Vorrete perdonarmi se cito me stessa: “In ultima analisi i principi femministi non hanno a che vedere, semplicemente, col rendere le cose migliori per le donne. Quei principi dovranno porre attenzione al genere per pensare lotte che rendano le cose migliori per tutt*. Un femminismo che, per esempio, si batte affinché donne privilegiate trovino il fasciatoio nei bagni delle stazioni non significa nulla se le donne e gli uomini che puliscono quei bagni – e che presumibilmente dovranno pulire cacca di neonato dalle superfici – hanno poco o zero tempo per stare con i figli o poche o nulle possibilità di pagare qualcuno per badare a loro, quando sono al lavoro. Una politica che garantisca a quella docente universitaria di prendere un anno sabbatico dopo aver avuto un bambino è inutile, se il sistema continua ad assumere ricercatori (di ogni genere) che non godono degli stessi benefici, a prescindere da quanto vengano pagate e pagati”.

Voglio inoltre sottolineare che il femminismo non può essere una cosa di sentimenti, di come stiamo bene, di come stiamo male. Avete notato come vengono presentate ai nostri giorni le discussioni sulle problematiche di genere? Avete notato che le donne sono quelle cui viene costantemente richiesto di dichiarare “Io sono una vittima. Io sono una madre. Io sono una donna che ha sofferto di x, y o z”? Avete notato come sia quasi obbligatorio per le donne – e solo per le donne – continuare a parlare di chi si è, di quel che si è sofferto e come ci si sente in seguito a? Alle donne viene chiesto di continuo di parlare di come si sentano, perché lasciare che parlino di questo è la maniera migliore per impedire loro di pensare davvero a ciò di cui hanno bisogno e di reclamarlo. Parliamo all’infinito di prendersi cura di sé ma abbiamo dimenticato che è il capitalismo in primo luogo a causarci stress, che è il capitalismo che riduce le nostre ossa a pezzi e che poi ci dice che l’unica cosa che ci resta da fare è un bagno caldo, circondate da candele aromatizzate alla lavanda e all’arancia rossa, che comunque non possiamo neppure permetterci. Il femminismo è stato inglobato in qualcosa che parla di sentimenti, invece di essere un movimento che parla di politica e di economia.

Il punto dello sciopero di oggi, il punto del perché le donne si rifiutano oggi di lavorare, di scambiare la loro attività per le paghe misere o comunque pietose che ricevono, non è quello di infiltrare il capitalismo, per far cambiare idea al capitalismo, semplicemente per spingerlo a pagarci meglio; fondamentalmente scioperiamo per costringere le persone, incluse noi stesse, a immaginare e re-immaginare e immaginare di nuovo il femminismo come una serie di pratiche e di rivendicazioni che cambino le condizioni dell’esistenza per tutte e tutti. Un femminismo che faccia questo ad esempio comprende come il diritto all’aborto sia una rivendicazione economica. Per troppo tempo abbiamo lasciato che le forze moderate cooptassero le istanze relative al diritto all’aborto, che dicessero che ogni donna ha diritto ad abortire in maniera sicura perché “è una decisione difficile e traumatica”. Allora: no. (Vi ripeterò NO un sacco di volte, oggi). No. Quando neghi l’innegabile diritto ad abortire a metà della popolazione mondiale, stai minando le loro basi economiche e il diritto a scelte politiche.

Tutte parliamo di rifugiati in questi giorni e siamo tutte così felici che Papa Francesco – che rappresenta una istituzione… oh no, pardon, una multinazionale – quella che nega il diritto all’aborto, lavi i piedi ai rifugiati. Oh, molto carino. Ma pensate a cosa significhi essere una migrante di sesso femminile, passare “illegalmente” attraverso confini o cercare una nuova vita e non poter avere il controllo del tuo stesso corpo, dover costantemente affrontare la minaccia o la realtà della violenza sessuale o anche con le richieste di partners e mariti e non solo non avere diritto di aborto, ma nemmeno i mezzi per poter controllare le tue scelte riproduttive. Questo intendo per femminismo: concentrarsi sulle questioni politiche e sociali prima ancora che sui sentimenti.

Allora penserete, si, si ok – d’accordo su tutto ma cosa devo o dobbiamo fare da qui in poi?

Allora mi appresto a parlare del modo più semplice che abbiamo per continuare a lottare e lo farò, ancora una volta, ponendo al centro il genere e il femminismo. Negli ultimi mesi siamo state tutte piuttosto occupate. Ma qualcuna di noi, come provo a ricordare a un po’ di gente, sono state in tutto questo per molto, molto più tempo. Abbiamo visto presidenti democratici vantarsi di bombardare altri paesi, del potere dei loro droni. Abbiamo visto la battaglia per l’immigrazione fallire perché, vorrei ricordarvelo, un presidente democratico nel 1994 e nel 1996 introdusse una riforma draconiana sulla nuova immigrazione che effettivamente significò la criminalizzazione istantanea per milioni di persone, costrette a restare senza documenti. Ed ora questo, tutto questo. Sapete a cosa mi riferisco. Guardate dove siamo arrivate.

E dunque tutto questo ti esaurisce. Eppure abbiamo ancora tanta strada da fare. Quante di voi sono esauste? Quante di voi di tanto in tanto sono così esauste da non capire se sono stanche o se ne hanno abbastanza? Quante di voi vivono da troppo nella paura e nella sofferenza?

Ma poi c’è questo: arrivano queste marce e servono, temporaneamente, a risollevare i nostri spiriti e a farci sentire che abbiamo una possibilità, che potremmo creare un mondo diverso. Ci incontriamo e marciamo, talvolta con frequenza settimanale.

MA – e questo mi porta di nuovo alla categoria “donna” – chi sta facendo tutto questo lavoro? Chi risponde alle email? Chi porta via la spazzatura alla fine di questi meeting? Io e le mie compagne organizziamo molti eventi, meeting e incontri informali e abbiamo sempre difficoltà a convincere le donne a partecipare. E non è perché non ne abbiano voglia, è che semplicemente non possono: si stanno prendendo cura di animali malati, bambini malati, anziani sofferenti, amici. Nel mondo in cui ci organizziamo per un futuro migliore manchiamo di riconoscere (o semplicemente ignoriamo) il fatto che il lavoro del fare il mondo, il duro invisibile lavoro dietro le quinte, è di solito portato avanti dalle donne. Ora ve lo voglio dire: questa giornata costituisce un’eccezione, (…) ma non so dirvi nemmeno quante e quante volte mi è capitato di scrivere agli uomini responsabili di un evento e non ricevere una risposta ed essere quindi costretta ad andare a caccia della donna che non è “la responsabile” – perché sappiamo che queste cose spettano agli uomini – e ottenere finalmente la risposta che cercavo.

Per questo lasciatemi ringraziare a voce alta quelle donne che qui a Chicago continuano ad ispirarmi e continuano ad essere modelli per il continuo lavoro di critica ed analisi che costituisce il terreno per ogni attivismo: Rozalinda Borcila, Sharlyn Grace, Mariame Kaba (…) e Holly Krig.

Ognuna di loro è stata infaticabile e dovrà essere coinvolta nelle analisi che riguardino le intersezioni tra immigrazione, sistema carcerario e femminismo.

Se ci stiamo muovendo verso una rivoluzione, dobbiamo reinventare e ripensare come concepiamo l’idea di “donna”, ma anche dare uno sguardo ai nostri fallimenti organizzativi in merito alle questioni di genere. Gli uomini sono visti come pensatori e intellettuali e le donne come quelle che fanno le telefonate, mandano email e puliscono il culo a tutti. Questo deve cambiare.. In qualunque modo identifichiate voi stess*, guardate al vostro gruppo di appartenenza e fate caso a come il lavoro viene distribuito.

Soprattutto dobbiamo portare il nostro organizzarsi e le nostre azioni sulle strade e nei meeting, dobbiamo creare contatti faccia a faccia. Dobbiamo smettere di pensare che i social media siano un terreno di pratica e cominciare a pensarli unicamente come strumento – senza bisogno di essere luddisti. Siamo così impegnati ad acquisire consapevolezza che ci dimentichiamo di riconoscerci a vicenda, di riconoscere le cose di cui abbiamo bisogno per cambiare il mondo.

Ma più di tutto, di nuovo: dobbiamo cominciare a pensare in grande. Come la mia amica e compagna Mattilda Bernstein Sycamore mi ha detto “I nostri sogni sono diventati così piccoli”. Né oggi né mai reclameremo inclusione o rappresentatività nel capitalismo, noi reclamiamo la fine dello sfruttamento.

Concludo con una citazione di un anonimo pamphlet queer degli anni ’80, all’arrivo della crisi dell’AIDS: “Ci sono due cose che dobbiamo sapere sulla rivoluzione che arriva. La prima è che prenderemo un sacco di calci al culo. La seconda è che vinceremo”.

Grazie

Yasmin Nair

 

* vi prego di notare che questo è stato un discorso, non un documento ufficiale (…); vi prego di non contattarmi per chiedere perché io non abbia introdotto la storia di Emma Goldman o del femminismo nel corso degli anni.

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