Se sei trans/femminista/queer perché ragioni da femminista della differenza?

Immagine di Fuxia Block per Sciopero Otto marzo #NonUnaDiMeno

Immagine di Fuxia Block per Sciopero Otto marzo #NonUnaDiMeno

 

Il mio problema con il “maschile” veniva da un pregiudizio, lo riconosco. E’ vero. La rappresentazione del maschile è stereotipata e manca di una consuetudine tipica delle analisi femministe intersezionali e queer: il mondo non è diviso in maschile e femminile perché è il binarismo di genere uno dei fattori che generano violenza. Se mi dico queer e poi ragiono per letture binarie, attribuendo il male al maschile e il bene al femminile, o, peggio, intendendo come unico accettabile un modello di persona la cui maschilità (che cos’è la “maschilità” per un@ queer? e per un trans ftm?) deve essere abbattuta, come se avvicinare il maschio al femminile (e non sono io che do una lettura omofobica ma proprio chi veicola un messaggio di questo tipo) significasse depotenziarlo, depotenziare la violenza, sto semplicemente legittimando una contraddizione. Non puoi essere queer e femminista della differenza allo stesso tempo. Se vuoi essere entrambe le cose dimentichi che un maschile “depotenziato” e reso più “femminile” non equivale a renderlo meno violento e che non hai ben chiaro cosa sia “maschile” e cosa sia il machismo, il maschilismo eteropatriarcale.

Del maschilismo eteropatriarcale sono vittime anche i maschi cis che di certo non rivendicano i privilegi dati alla categoria, e non perché non vogliano riconoscerli in quanto tali, ma solo perché quelli che per alcuni sono privilegi per altri sono semplicemente condanne, imposizioni, norme. La violenza maschilista ed eteropatriarcale produce violenza di genere e lo fa attraverso veicoli diversi. E’ violento il macho che produce cultura del possesso, lo è la donna che vuole normare la vita di un’altra donna rendendola più desiderabile per un mondo eteropatriarcale.

Senza dimenticare il numero, alto e sommerso, di violenze che vengono puntualmente dimenticate quando si parla di violenza di genere. Violenza nelle relazioni lesbiche, trans, violenza sessuale di uomini contro altri uomini, giusto per dire che demascolinizzarsi, se questo è il termine (inesatto e orrendo) che vorrete usare, non è per niente risolutivo se la cultura che respiriamo e le dinamiche che ricreiamo sono tipiche della norma eteropatriarcale.

La violenza non ha per tutt* gli stessi numeri e le stesse motivazioni ma, d’altro canto, non tutta la violenza contro le donne è di genere. Se lei muore durante una rapina non è vittima di violenza di genere. Se lei muore perché subisce un incidente automobilistico non è vittima di violenza di genere.

La semplificazione per cui sia il maschio l’unica fonte del problema riduce il ragionamento ad una unica soluzione: l’eliminazione del maschio come fonte di rinascita per chiunque altr@. Ma il maschio non è solo il padre padrone, il marito padrone, il violento oppressore. L’eteropatriarcato lo è, con tutte le aggravanti del caso: la violenza istituzionale, economica, della polizia, delle carceri, del razzismo, delle frontiere, dell’omofobia, della transfobia, della misoginia.

Se pratichi attivismo queer e parli di violenza “maschile” è come se credessi al concetto di natura come punto di partenza per l’attribuzione di tutte le caratteristiche umane. Allora, già che vogliamo ripartire dall’abc delle teorie femministe, dovremmo chiederci se riteniamo che la violenza sia prodotta per questioni di natura o per cultura. Se per “natura” allora non ci si può fare niente salvo sterminare i maschi dalla faccia della terra. Se per “cultura” allora il ragionamento è meno semplicistico e più complesso.

Guardare le cose secondo il punto di vista dei Centri Antiviolenza, per cui maschile e maschilismo spesso coincidono, così come dice questo intervento, diventa solo un modo per limitare il nostro ragionamento e consolidare certezze che in un certo senso ci rasserenano. Sarei molto più tranquilla anch’io se si individuasse una matrice unica della violenza. Sarebbe tutto più semplice ma così non è. Quella lettura riproduce stereotipi sessisti e condanna me ad essere vista come creatura angelica, innocente e assolvibile sempre. Non mi lascia spazio se non per la cura e per i ruoli riproduttivi (la donna crea e l’uomo distrugge). Non mi lascia altra scelta se non quella di fare la vittima e io non voglio essere vista come vittima. Io sono protagonista delle mie azioni e devo pur credere al fatto che esista un maschile che viene danneggiato tanto quanto me dal maschilismo e dalla cultura eteropatriarcale.

Se non esiste, allora, a che servono le mie battaglie? Per cosa sto combattendo? Per la supremazia della donna nel mondo? Per assolvere l’incarico di cura nei confronti del mondo maschile da correggere, rieducare e depotenziare? Perché io? Perché spetta sempre a me? Se sei femminista e queer non puoi essere una femminista della differenza. Delle due l’una. Giù la maschera, come dice qui una persona che fa autocritica. Possiamo comprendere il disagio nel dover tenere unite varie realtà femministe ma non possiamo vedere mistificato il senso politico di una lotta. Fare politica tenendo unite realtà differenti non vuol dire ricreare una massa omogenea che disintegra ogni diversità e ogni autonomia di pensiero critico tenendo attive gerarchie che dettano copioni dall’alto. Per quello c’è già stata Snoq. Non ce ne serve un’altra, se pur con un nome diverso.

Simona

 

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La violenza di genere non è “maschile”. E’ maschilista ed eteropatriarcale

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Comments

  1. L’ha ribloggato su THE QUEER WORDe ha commentato:
    Riflessioni intorno ad un tema che torna sempre al suo principio…

  2. Grazie, Simona!
    Non tutta la violenza sulle donne è di genere, se una viene uccisa in una rapina non è di genere… Mmmm, ci può stare ma…parlando di violenza io sposterei l’accento dai soggetti alle pratiche. Penso che la violenza sia sempre anche sessuata, o di genere, in quanto gli attori della violenza sono sessuati.
    Per sessuata, ovviamente, non intendo maschile, intendo situata nell’identità di genere dei soggetti protagonisti e delle disparità simboliche e di potere che intercorrono tra i generi.

  3. Molto bello l’articolo. Ho solo una critica da fare: non c’era bisogno di sottolineare che non tutta la violenza sulle donne è violenza di genere. È talmente ovvio che non c’era alcun bisogno di aggiungerlo. Certo, le donne possono essere uccise durante una rapina, per soldi, eccetera.
    Mi ha fatto piacere che tra le altre cose si sia parlato di violenza di genere nelle relazioni queer, che troppo spesso non viene nemmeno considerata… Bisognerebbe parlarne più spesso, anche per dare giustizia a chi ne viene colpito.
    Questo è uno dei pochi siti di femminismo intersezionale italiani che io conosca. Grazie per l’articolo, mi dà speranza.

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