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Estratto dell’introduzione di “Il ventre delle donne. Capitalismo, razzializzazione, femminismo”

Estratto dell’introduzione di Le ventre des femmes. Capitalisme, racialisation, féminisme [Il ventre delle donne. Capitalismo, razzializzazione, femminismo Estratto dell’introduzione di], di Françoise Vergès 229 pp., Albin Michel, Parigi 2017

 

Qui l’introduzione in lingua originale (Traduzione di Elisabetta), in libero accesso sul sito della casa editrice Albin Michel. In coda all’introduzione in particolare è presente un glossario che chiarisce alcuni termini come «razzializzato», «postcolonialità», «oltremare» etc.

Nel giugno del 1970 nell’isola della Réunion scoppia uno scandalo: alcuni medici hanno praticato migliaia di aborti senza il consenso delle donne interessate. Questi medici si sono anche fatti rimborsare dalla mutua, con il pretesto di aver effettuato operazioni benefiche. Così facendo, non contenti di accumulare somme considerevoli, avrebbero infranto due leggi: quella che proibisce l’aborto e criminalizza le persone che lo praticano e quella che regola i rimborsi delle pratiche mediche. Diverse donne sporgono denuncia, ma vengono ascoltate a mala pena. Durante il processo gli imputati dichiarano di essere stati incoraggiati: indirettamente dalle politiche anti-natalità, che lo stato francese ha messo in atto nei dipartimenti d’oltremare,[1] e direttamente dai rappresentanti dello Stato sull’isola. Nello stesso momento, in Francia, la contraccezione e l’aborto vengono criminalizzati e repressi duramente, e a causa di questa criminalizzazione un milione di donne rischiano la morte ogni anno abortendo in condizioni deplorevoli [2].

La contraddizione è solo apparente. Il controllo sul corpo delle donne in Francia e nei Dipartimenti D’oltremare (DOM) è lo stesso, ma non viene praticato allo stesso modo. In Francia, lo stato vuole che le donne facciano figli. Nei DOM, lancia campagne anti-natalità aggressive e ritarda sistematicamente l’attuazione delle leggi di protezione sociale delle donne incinte. Si può senz’altro dire che, in entrambi i casi, il corpo delle donne viene strumentalizzato per gli interessi dello stato, ma la differenza tra un caso e l’altro resta cruciale. Nelle colonie diventate dipartimenti d’oltremare, la riproduzione è stata integrata alla logica del capitalismo razziale. In altre parole, nell’organizzazione della manodopera le politiche sulla riproduzione sono state adattate ai bisogni della linea del colore: il ventre delle donne è stato razzializzato.

Le politiche degli anni ’60-’70 sono il risultato di scelte istituzionali che risalgono al 1945, quando si decide di non sviluppare né diversificare le industrie locali nei DOM: di conseguenza non c’è più bisogno di molta manodopera locale. I rapporti, i discorsi e gli studi successivi a quel periodo cominciano infatti a invocare la nozione di sovrappopolazione, che finirà per imporsi. Temendo le sommosse, in un contesto globale di decolonizzazione, gli esperti incaricati del piano di contrasto alla sovrappopolazione propongono due politiche complementari: il controllo delle nascite e l’organizzazione dell’emigrazione da parte dello stato. Queste politiche saranno attuate negli anni ’60 tramite diverse misure, e a partire da quel momento un’opinione ideologica si impone a poco a poco come una verità: le donne non-bianche fanno troppi figli e sono la causa del sottosviluppo e della miseria. Il controllo delle nascite alla Réunion non si inscrive solo nella politica dello stato francese, che nel contesto del dopoguerra sta riconfigurando il suo spazio, ma anche nelle politiche internazionali di controllo delle nascite che le grandi potenze lanciano nel terzo mondo. Perciò non è sorprendente che alla Réunion (e nelle Antille) alcuni medici, assistenti sociali e infermieri si siano sentiti incoraggiati, legittimati, e pienamente sostenuti nell’attività di provocare aborti. Nel momento in cui la «sovrappopolazione» dei DOM è diventata una causa di stato, ha trovato dei servitori zelanti.

È una questione emblematica, che permette di analizzare le scelte politiche ed economiche che il governo fa per gli «oltremare», la politica di repressione e di egemonia culturale in una postcolonia, le nuove forme di femminilità e mascolinità che vengono proposte nei DOM, e l’adozione, anche da parte dei femminismi «francocentrici», di una cartografia mutilata, prodotta dal dispositivo discorsivo proprio di quel che lo storico Todd Shepard ha chiamato «l’invenzione della decolonizzazione».[3] Di fatto, la quinta Repubblica riorganizza, nel contesto della guerra d’Algeria, il suo spazio postcoloniale e, qualche anno dopo l’indipendenza dell’Algeria, introduce nuove ristrutturazioni operando scelte in ambito economico, politico, culturale e sociale negli oltremare. Una nuova mappa dei territori appare, nella quale vengono distinti quelli che contano e quelli che non contano, cosa che spiega la coesistenza di due politiche opposte: il divieto della contraccezione e dell’aborto in Francia a fronte del loro incoraggiamento nei DOM.

Lo studio meticoloso delle politiche sulla riproduzione, durante il lungo periodo coloniale, rivela una gestione del ventre delle donne che fa luce sulla colonialità del potere così come si declina nella seconda metà del XX secolo. Esso permette di analizzare parte delle politiche del biopotere, esercitate nei DOM dai successivi governi della V Repubblica, indipendentemente dalla loro linea politica, e con il sostegno attivo di istituzioni e attori locali. Questo saggio non mira ad aggiungere capitoli dimenticati alla storia della Francia, ma a rimettere in questione la struttura stessa della narrazione. La storia della gestione del ventre delle donne nel Sud non mette in luce solo l’assegnazione delle donne all’ambito della riproduzione, ma anche la dimensione razzializzata di questa assegnazione. Questo saggio cerca di introdurre voci dissonanti nella narrazione del femminismo. Le donne degli oltremare infatti, che siano schiave, lavoratrici vincolate [4]o colonizzate, esistono appena nelle analisi femministe: nel migliore dei casi sono trattate come testimoni delle diverse oppressioni, ma mai come persone la cui parola singolare potrebbe rimettere in discussione un universalismo che maschera un particolarismo. Di nuovo, non si tratta di aggiungere alla narrazione femminista dei «capitoli mancanti». Si tratta di praticare un’analisi che, tirando fila diverse allo stesso tempo, osservi cosa si gioca nei processi di disuguaglianza di genere, classe e razzizzazione, sui territori della Repubblica che derivano dal suo impero coloniale schiavista.

Questo libro vuole essere un atto di risarcimento storico nei confronti delle donne d’oltremare razzizzate, disprezzate e sfruttate. Esso nasce anche dalla constatazione, condivisa da un’intera generazione di ricercatori, della necessità di «de-occidentalizzare» il mondo e di sviluppare una storia «connessa», globale e transnazionale. Una storia delle colonie francesi, diventate «dipartimenti d’oltremare», in controtendenza con quella «nazionale», che le rinvia sistematicamente a un capitolo marginale e le integra al discorso ufficiale o governativo solamente a titolo di «ricchezza per la Francia», o di «asso nella manica» in quanto spazi dotati di una «biodiversità eccezionale», o di culture che confermerebbero una «diversità» felice e armoniosa della Repubblica francese. Si tratta quindi, più in generale, di analizzare il processo dell’oblio in politica: gli spostamenti, le strategie e le logiche che esso opera.

In queste pagine si parla soprattutto della Réunion, dal momento che l’isola è il teatro del «caso» emblematico, scelto secondo le necessità dell’analisi. L’esistenza di una forte tradizione legittimista e conservatrice, di lunga data in quest’isola, l’ha resa anche un caso scuola. Districo i fili della matassa di un sistema di dominazione conseguente a quella che buona parte dei francesi percepisce come la fine della dominazione coloniale: l’indipendenza dell’Algeria. Di fronte alla periodizzazione dominante, che considera il 1962 come un vero spartiacque, dimostro l’esistenza, nella postcolonialità repubblicana, di temporalità e spazialità molteplici. Analizzo cioè come la fine dell’impero abbia spianato la strada a una proliferazione di forme e di politiche che hanno mantenuto in vita la colonialità del potere. Collocare l’inizio della condizione postcoloniale alla fine della guerra d’Algeria o all’arrivo delle migrazioni postcoloniali in Francia è un modo per mascherare la politica di riconfigurazione dello spazio repubblicano, che sta a cavallo tra diversi periodi. È anche un modo per mascherare una politica di sperimentazione, che mescola egemonia culturale, censura, repressione e seduzione. La Repubblica è «una e indivisibile» perché autorizza degli adeguamenti a questa indivisibilità, organizzando un’asimmetria tra i territori e i loro abitanti. La Repubblica in effetti «dimentica» certi territori nelle sue scelte di sviluppo e ne razizza gli abitanti, mentre allo stesso tempo, con la sua politica di assimilazione, guadagna il consenso di alcuni strati della popolazione che prima le erano ostili. Gli aborti e le sterilizzazioni forzate alla Réunion non costituiscono quindi un incidente deplorevole e marginale, e non si spiegano solo perché alcuni uomini bianchi, sicuri della propria impunità, hanno compiuto un abuso di potere. Essi sono invece profondamente rivelatori di una forma di colonialità della Repubblica. Quel che succede in «oltremare»[5]negli anni 1960-1980 rende visibile una nuova configurazione della società francese, che possiamo chiamare «postcoloniale», del suo spazio e del contenuto dato all’«identità nazionale» e al racconto « nazionale».

Esistono divisioni sociali e etniche e divergenze d’interesse interne alle stesse società d’oltremare. Essere della Réunion, della Martinque o dell’isola di Mayotte, non significa essere spontaneamente critici della postcolonialità francese e delle sue espressioni razzizzate. Il potere coloniale e postcoloniale viene sempre esercitato con l’accordo e il sostegno di una parte della società colonizzata. È necessario continuare a studiare come è possibile ottenere il consenso attivo o passivo a delle politiche di dipendenza. I cittadini d’oltremare non sono mai attori passivi, sia che sostengano la colonialità sia che la combattano.

[…]

Una delle proposte di questo saggio è di denazionalizzare il femminismo in seguito all’invito a provincializzare l’Europa, cioè interrogare allo stesso tempo anche la costituzione di un «femminismo francese». Nel 2000, lo storico Dipesh Chakrabarty ci invitava a «provincializzare l’Europa» e, come prima di lui W.E.B. Du Bois, Aimé Césaire, Cheikh Anta Diop, Frantz Fanon e i firmatari dell’appello di Bandung nel 1955, suggeriva di andare aldilà del racconto innatista o atavico, non cioè di rifiutare quel che veniva dall’Europa, ma di decostruire un metodo in cui l’Europa agisce come un referente silenzioso» [6], integrando alla narrazione altre cartografie, altre scuole di pensiero, i contenuti di tutto ciòche circola traSud e Sud, per meglio cogliere le strategie messe in atto dai colonizzati – l’astuzia, il sotterfugio, la menzogna, la dissimulazione. In quest’ottica, «provincializzare il femminismo» significa denazionalizzare i suoi racconti e, forse, prendere in considerazione nuovi processi di decolonizzazione.

[…]

In questo libro non propongo una descrizione della «condizione delle donne» nella postcolonia. Il mio proposito è invece davvero quello di capire perché lo scandalo degli aborti forzati in oltremare non è stato al centro delle lotte del Mouvement de libération des femmes (MLF) in Francia sulla contraccezione e sull’aborto. Perché mai un movimento così radicale, che ha portato avanti lotte antirazziste, anticapitaliste e antimperialiste, non ha percepito quanto questo scandalo rivelava dell’esistenza di un patriarcato di stato razziale nella Repubblica. Perché non è stato in grado di analizzare gli aborti forzati nei DOM come una forma di gestione razzializzata del ventre delle donne.

[…]

Questo saggio vuole innanzitutto rendere omaggio alle trenta donne della Réunion che, nel 1970, denunciarono e testimoniarono contro uomini bianchi che ricoprivano posizioni di potere.

 

 

[1]Dipartimenti d’oltremare: antiche colonie schiaviste (Guadalupa, Martinica, Guiana, Riunione) istituite come dipartimenti dalla legge del 19 marzo 1946.

[2]La legge del 3 luglio 1920 reprime la « provocazione all’aborto e la propaganda anticoncezionale». Le pene per la provocazione all’aborto e il rifornimento dei mezzi per attuarlo vanno da sei mesi a tre anni di carcere e da una multa di cento a una di cinquemila franchi. La legge del 27 marzo 1923 fa passare l’aborto da crimine a reato.

[3]Todd Shepard, The Invention of Decolonization, The Algerian War and the Remaking of France, Cornell University Press, New York, 2006

[4]Il sistema del lavoro vincolato volontario, in francese engagisme, subentra a quello dello schiavismo dopo la sua abolizione ufficiale.

[5]DOM e territori regolati da altre forme amministrative: terre francesi del Pacifico, Nuova Caledonia, isola di Mayotte.

[6]Dipesh Chakrabarty, « Postcoloniality and the Artifice of History: Who speaks for « Indian» Pasts?», Representations, 1992, 37, p.2

 

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