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The Deuce – La via del porno: la serie televisiva che descrive la complessità del fenomeno

The Deuce – La via del porno, è una serie televisiva prodotta dalla HBO e interpretata magistralmente da James Franco e da donne spettacolari che rendono perfettamente il clima del periodo. Tra tutte si distingue Maggie Gyllenhaal nel ruolo di Candy, una prostituta di strada che negli anni settanta rifiuta il pappone e si autogestisce non senza rischi e ritorsioni.

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Intolleranza e mistificazioni delle “femministe” abolizioniste (della prostituzione)

Illustrazione di Moira Murphy Fonte.

 

Ancora su femministe radicali sex workers escludenti (Swerf) e sex workers autodeterminate, che scelgono di vendere servizi sessuali, che vengono disconosciute e insultate. Una recente discussione ha attivato uno strascico in cui l’intolleranza prosegue via social, per bocca delle – più o meno – stesse persone che volano di pagina in pagina per dettare il verbo abolizionista – guai se non la pensi come loro – con disinformazione, mistificazione, violenza “argomentativa” e disonestà intellettuale senza eguali. In particolare la discussione alla quale mi riferisco, che potete trovare per intero sulla pagina di Maschile Plurale, da tempo ormai colonia tiranneggiata da abolizionist* intolleranti, parte da quel che è successo a Roma e insiste sugli stessi argomenti di sempre.

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Differenza tra analisi politica femminista e insulti delle abolizioniste

Temi relativi al conflitto interno al movimento femminista, con una divisione insanabile dovuta alla totale intolleranza delle abolizioniste, alias femministe della differenza che corrispondono alle femministe radicali statunitensi.

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La ‘lobby pimp’ all’Amnesty AGM? E’ una calunnia delle abolizioniste

[Articolo in lingua originale qui – traduzione di Baba Yaga]

L’insulto ‘pimp lobby’, lobby di papponi, lanciato nei confronti di chi si batte per una completa decriminalizzazione scredita il movimento delle sex workers. Il report di Frankie Mullin sull’Amnesty UK Annual General Meeting.

Frankie Mullinn è una giornalista freelance che si occupa di questioni sociali con un interesse particolare per le sex work politics.
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Dicono di Eretica (di tutto e di più): parlando di sex working e attacchi personali

La domenica dovrebbe essere un momento di relax. Per me lo è stato. Per altre invece. Per l’appunto mi avvisano che sulla bacheca (pubblica) di una abolizionista si svolge un siparietto che si ripete da anni (su varie bacheche facebook), ai miei danni, con attacchi personali, giacché gli argomenti evidentemente scarseggiano.

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#IAm/Aim – Il tempo buio della Restaurazione

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di Fabrizia

Viviamo nel tempo buio della restaurazione. Uno dei molti segnali è senza dubbio l’appropriazione culturale indebita. È un metodo subdolo, passivo-aggressivo, per rendere invisibili le persone più soggette all’oppressione e alla discriminazione sociale. È il puerile e parossistico sovvertimento delle parti, che fa gridare al razzismo contro i bianchi, alla discriminazione degli etero, all’oppressione maschile da parte del genere femminile.

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Stronzate che le femministe bianche devono smettere di fare

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Testo originale tratto da QUI. Traduzione di Nicole Siri e Agnes Nutter. Buona lettura.

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Stronzate che le femministe bianche devono smettere di fare

Sono una femminista bianca*, e lasciate che vi dica una cosa: il femminismo bianco fa schifo. È esclusivo, oppressivo, e contribuisce a marginalizzare ulteriormente le persone su cui la misoginia ha maggiore impatto. Sfortunatamente, il femminismo bianco è anche la norma femminista in occidente, il che significa che le femministe bianche hanno gli spazi più ampi, il maggiore accesso a media e risorse, e sono generalmente considerate La Voce del Femminismo. In teoria, qualcuno che fosse davvero interessato all’eguaglianza (equality) userebbe questi strumenti per dare più voce alle donne di colore. In pratica, la supremazia bianca è un problema reale e le femministe bianche sembrano spesso dimenticare che il loro privilegio di razza rende facilissimo calpestare le donne di colore mentre lavorano per smantellare il patriarcato.

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Perché il movimento femminista deve essere trans inclusivo

tumblr_n4chv8Kp7V1suxeeyo1_500-300x300Questo è un pezzo, tratto da EveryDayFeminism.com, che parla di trans inclusività all’interno del movimento femminista.

Sono cose scontate per me, per noi, ma non altrettanto scontate per una fetta del movimento che considera le persone trans estranee alla propria battaglia politica.

Estranee, o addirittura nemiche, al punto da insultarle, istigare all’odio contro di loro, perseguitarle e minacciarle. La traduzione dell’articolo è di Mara Bevilacqua (Grazie!). Vi auguro una buona lettura!

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Perché il movimento femminista deve essere trans inclusivo

 

Di Laura Kacere*

Nonostante quel che ci piace pensare, il femminismo non è sempre lo spazio inclusivo che vorremmo fosse. Anzi, può essere uno spazio davvero pericoloso per chi è visto come un outsider.

Nonostante le persone transgender meritino un ruolo centrale nel movimento femminista, una minoranza piccola (ma che esprime la propria opinione con fervore!) le considera antitetiche rispetto agli obiettivi del movimento, quindi escludendo deliberatamente – storicamente e attualmente – le lotte trans dal femminismo.

Durante la seconda ondata negli Anni ’70 e ancora oggi, le persone trans e/o non conformi al genere hanno subito esclusione, discorsi di incitamento all’odio, minacce e persecuzione per mano del movimento femminista.

Ad esempio, Germaine Greer, voce femminista degli Anni ’70 e nota per i suoi libri sulla sessualità e il genere, oggi scrive delle donne trans come di “spaventose parodie” di donne, dicendo che “altre fissazioni possono essere contestate, ma non la fissazione di un uomo di essere una donna”.

(È stata bombardata di glitter l’anno scorso da attiviste queer per i suoi continui commenti transfobici.)

Un’altra cosiddetta femminista ancora più piena di odio è Janice Raymond, che afferma nel suo libro The Transsexual Empire: The making of He-She che “tutti i transessuali violentano i corpi delle donne riducendo la vera forma femminile ad un artefatto, appropriandosi del corpo per sé stessi.”

Poi ci sono Mary Daly, Sheila Jeffreys e Julie Bindel – tutte voci femministe di primo piano che usano il femminismo per tormentare le persone trans, sostenendo che l’esistenza stessa delle persone trans non si allinea con l’ideologia femminista.

È davvero tragico che alcuni dei discorsi più carichi di odio contro le persone transgender siano venuti dall’interno del movimento femminista.

La cosa continua oggi sotto forma di guerre su Twitter, nell’esclusione fisica delle donne trans da spazi esclusivamente femminili, e nella teoria dietro quella branca del femminismo conosciuta come Femminismo Radicale.

Nonostante le femministe transfobiche siano una minoranza, sono state in grado di farsi ascoltare e creare potere, spesso associandosi con i Conservatori di destra in politiche sul tema, e contribuendo alla cultura di violenza e persecuzione contro le persone trans.

Le loro posizioni vanno dal credere che le persone a cui è stato assegnato il sesso maschile si identificano come donne “per stuprare le donne” e “per appropriarsi e infiltrarsi negli spazi femminili”, al concetto che le persone a cui è stato assegnato il sesso femminile si identificano come uomini “per sfuggire al sessismo e raggiungere i privilegi maschili”.

Ci sono discorsi, siti web e interi libri dedicati a disumanizzare, rivelare le tendenze sessuali (outing) e esporre all’umiliazione pubblica (shaming) le persone trans da una prospettiva apparentemente femminista. Questo comportamento non è solo offensivo e dannoso per la comunità trans, ma è distruttivo per il movimento femminista.

Le persone transgender affrontano la discriminazione istituzionale, l’oppressione e la violenza come risultato della transfobia, ma anche del sessismo – a causa di un’ossessione strutturale per la dualità di genere, per il controllo culturale e politico dei ruoli di genere, e una generale svalutazione delle qualità femminili.

Le problematiche trans sono problematiche femministe – e se vogliamo costruire un movimento femminista intersezionale ed efficace, è imperativo lavorare per rendere il femminismo trans inclusivo.

Esclusione dei Trans

Una forma comune di transfobia vista nel movimento femminista è l’esclusione delle donne trans dagli spazi solo per donne.

Le donne trans sono spesso escluse dai rifugi contro la violenza domestica, dai rifugi per le donne senzatetto e da altri spazi di supporto femminile, lasciando così le donne trans a combattere gli abusi, l’assenza di una casa e la misoginia nei rifugi per uomini, in famiglie violente o per strada. Le donne trans sono anche escluse da molti college femminili.

Le donne trans sono state e continuano ad essere escluse dagli spazi femministi solo per donne.

Il più famoso è il Michigan Womyn’s Music Festival, un festival musicale per sole donne che nacque negli Anni ’70 come zona protetta per le donne per condividere musica, e che serviva come spazio per la sensibilizzazione politica e l’emancipazione.

Ma dopo aver cacciato una donna trans nel 1991, il festival ha mantenuto una politica di esclusione verso le donne trans. Molte artiste e frequentatrici hanno preso posizione contro questa cosa, boicottando il festival e chiedendo petizioni, tuttavia l’organizzazione del festival prosegue con questa politica ogni anno.

Ciò a cui questa posizione di esclusione veramente si riduce è una visione di cosa sia uno spazio solo per donne, ovvero che uno spazio per sole donne è uno spazio solo per donne cis.

Spazi solo per donne

Gli spazi esclusivi per le donne possono dare potere ed essere importanti nel creare degli spazi in cui le donne si sentano al sicuro – fin quando c’è l’impegno a includere tutte le donne, in particolare quelle emarginate per la classe sociale, la razza, le capacità, la sessualità e lo stato di trans.

Poiché le donne trans sono donne, dovrebbero essere incluse negli spazi per sole donne. Eppure in qualche modo il concetto di spazi solo per donne è stato usato per escludere le donne trans da questi spazi volutamente sicuri.

Il Michigan Womyn’s Music Festival giustifica la sua intenzionale esclusione delle trans sostenendo che crescere come una donna cis è “una prospettiva unica che le donne trans non potrebbero mai capire”. Poiché le donne trans non fanno questa esperienza, dicono, non c’è posto per loro in uno spazio solo per donne.

Questa posizione è un insulto sia alle donne trans che cis.

Parte dal presupposto di un’esperienza femminile universale, una qualche qualità unificante che tutte le donne cis condividono.

C’è un totale disprezzo per l’intersezionalità qui – si insinua che tutte le donne, senza distinzioni di classe socioeconomica, razza, etnia e nazionalità, orientamento sessuale, capacità ecc., hanno avuto le stesse esperienze nella vita, e che questa esperienza sia unica e porti alla creazione di una spazio sicuro.

Si suppone pure che le persone trans non siano state discriminate nei loro diritti e non abbiano affrontato gravi fragilità e lotte nel processo di crescita e di coming out come trans.

Le donne trans vivono la particolare esperienza di subire sia la transfobia che la misoginia.

E chi dice che gli spazi solo per donne, essendo solo per donne, siano di per sé spazi sicuri?

Questo concetto presuppone che l’oppressione e la violenza interpersonale siano sempre perpetrate dagli uomini contro le donne.

Ma le donne bianche hanno, storicamente e tutt’oggi, violato la sicurezza delle donne di colore; le donne delle classi alte continuano a sfruttare e beneficiare del lavoro delle donne della classe operaia; le donne eterosessiste discriminano le donne queer.

Capisco il bisogno dei gruppi emarginati di spazi che siano esclusori e specificatamente contrassegnati per discutere le particolari problematiche che affrontano, ma noi dovremmo pensare in modo inclusivo i confini di questi gruppi: chi è dentro e chi è fuori?

Chi vuole che spazi solo per donne significhi solo per donne cis hanno adottato il termine “donne nate donne” (women-born women).

Questo termine comporta una specie di guerra di autenticità, in cui i confini delle femminilità sono controllati. La vera femminilità è quindi definita come essere “nate in questo modo” o piuttosto, come avere i relativi genitali.

Con questa categorizzazione arbitraria e inesatta, le donne trans non sono qualificate per essere autentiche donne e quindi per gli spazi femministi/per donne in generale.

Se c’è bisogno di spazi solo per donne cis, allora chiamateli così.

Ma quando uno spazio per sole donne è letto come spazio solo per donne cis, allora l’esistenza stessa dei gruppi serve a delegittimare le identità di genere delle donne trans e le loro esperienze.

L’analisi Anti Trans

L’analisi presentata da alcune femministe radicali trans escludenti (o TERFs, come sono spesso chiamate) tende a ricadere lungo le linee del determinismo biologico, sostenendo che la biologia è destino, che le donne nascono come cittadini di seconda classe e che gli uomini sono il problema sottostante di tutta l’oppressione. Vedono la soluzione nella fine della dualità di genere.

Esse sostengono che le persone trans rinforzano la dualità di genere, e quindi sono una minaccia all’eguaglianza di genere.

Ho sempre trovato questo punto bizzarro, perché non capisco come trans e persone non conformi al genere rinforzino la dualità di genere.

Semmai, le persone trans rendono più accettabile rompere quella dualità, sovvertire l’assegnamento e la socializzazione al genere e creare una comprensione più fluida del genere.

Il genere non è semplice come questa analisi afferma: esso è complesso, fluido e si basa su una moltitudine di assunti e caratteristiche culturali che variano da cultura a cultura e si intersecano con altre variabili e identità.

Il problema non è che la dualità di genere esiste, ma piuttosto che il genere viene assegnato senza il consenso, e che chiunque esca dai confini definiti culturalmente è emarginato e vive l’oppressione sistemica e la violenza.

Il problema non è la femminilità o la mascolinità. È la femminilità e la mascolinità obbligatorie, legate a un sistema di valori che svaluta tutto ciò che è femminile.

Negando l’esistenza di un privilegio cis, l’analisi delle TERFs semplifica oltremodo le esperienze vissute dalle donne in una società che svaluta queste esperienze.

Anche se la loro analisi ha un senso logico, ogni teoria che supporta la subordinazione di un gruppo di persone, che ci chiede di sacrificare i bisogni di un gruppo emarginato, deve essere rifiutata.

Le persone sono più importanti della teoria.

Ma poiché queste analisi sono espresse all’interno della retorica femminista, il femminismo trans escludente ottiene spesso un posto al tavolo del dialogo, come un’altra prospettiva del femminismo.

Dobbiamo stare attente a notare quando ciò accade, richiamando l’attenzione sugli spazi femministi che lo fanno in un tentativo di essere includenti.

Inclusione non dovrebbe mai voler dire includere discorsi di incitamento all’odio, mentre qui si tratta precisamente di questo.

Se permettiamo alla transfobia di esistere e di passare come femminismo, allora questa è una causa che tutte le femministe devono appoggiare come propria.

Sul costruire un movimento femminista trans includente

Nonostante il titolo di questo articolo, la nostra lotta non dovrebbe focalizzarsi solo sul rendere il movimento femminista più inclusivosi tratta si rendere le persone trans e altri membri emarginati del movimento femminista una sua parte centrale.

Non possiamo solo richiamare i comportamenti transfobici, dobbiamo dare alle persone trans una voce e uno spazio non solo simbolico nel nostro movimento.

Nel suo libro Excluded: Making Feminist and Queer Movements More Inclusive, Julia Serano dice: “Abbiamo tutte un obiettivo comune: trovare una rete di supporto fuori dal sistema principale etero maschio-centrico, dove possiamo finalmente sentirci emancipate e affermate come donne.”.

Così il nostro obiettivo diventa, nota l’autrice, creare comunità che celebrano la differenza, invece dell’uguaglianza, dove a tutte è dato ascolto, dove tutte sono viste come legittimo oggetto del desiderio, dove le espressioni e le rappresentazioni di genere non sono controllate, e dove le donne trans non sono considerate meno legittime delle donne cis.

Dobbiamo riconoscere le donne trans come donne (e includerle negli spazi femminili!), riconoscere gli uomini trans come uomini, e riconoscere i genderqueer e le persone che non si identificano della dualità come fuori o tra queste categorie, definite dalle proprie esperienze e dalla propria espressione sullo spettro dei generi.

Possiamo imparare a rispettare la legittimità delle persone che auto-identificano il proprio genere.

Possiamo aprirci alla complessità del genere, andare oltre la nostra limitata comprensione e le esperienze vissute a riguardo.

Possiamo rispettare che ogni persona è l’autorità competente sulle proprie esperienze.

Donne cis e trans sono alleate – una parte dello stesso movimento per combattere il sessismo – e abbiamo assolutamente bisogno di un movimento inclusivo che supporti e lotti per tutti, se vogliamo sinceramente capire e superare i problemi che fronteggiamo oggi.

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Laura Kacere collabora con Everyday Feminism. È un’attivista e organizzatrice femminista, dottoranda, insegnante di yoga e fa servizio di scorta nelle cliniche abortive. Vive a Chicago. Su Twitter è @Feminist_Oryx

[Traduzione di Mara Bevilacqua]

 

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