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La depressione consapevole: forse ce la farò a uscirne

Riemergo, poco a poco. Sono stata impegnata a lottare per me stessa e devo dire che oggi di me mi importa. Sono seguita da una diversa psichiatra che mi ha prescritto altri farmaci che sono stati utili a farmi raggiungere e mantenere un buon ritmo sonno/veglia. La notte dormo e al mattino mi sveglio e non è poco. Riesco a finire una cosa alla volta invece che farne mille tutte assieme senza concludere niente. Sono seguita da una dietologa che mi ha spiegato come mai negli anni non ho mai mantenuto un peso decente. L’endocrinologa ha detto che la mia tiroide è da buttare.

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La Depressa Consapevole: lo stigma e la discriminazione

E’ incredibile come il dolore trovi spazio perfino nella apparente patina di indifferenza costruita con i farmaci. Arriva tutto assieme, in un pianto incontrollato, e non si ferma, non mi lascia neppure il tempo per respirare. Difficile spiegare come il tempo di assenza sia dovuto ad un distacco non cercato, per non lasciarsi sopraffare dal dolore. Difficile spiegare che il dolore è tanto e tale da indurre il terrore perfino quando dovresti solo rispondere al telefono. Difficile spiegarlo a chi con superficialità relega la depressione all’angolo in cui l’ignoranza la lascia definire con uno stigma negativo, quello di pazza, quello di malata, detto da chi usa questi termini per screditarti, delegittimarti, insultarti, detto da chi, possibilmente, vanta una onorata carriera di filantropo o di missionaria, tanto pietosa per se stessa e totalmente analfabeta per quello che ti riguarda, gente che pensa di essere empatica e poi apostrofa con un “curati!” te che hai semplicemente espresso un’opinione.

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La Depressa Consapevole: va tutto bene!

Ieri sera. Sento la voce di qualcuno che mi dice che un membro della mia famiglia non sta bene. Torna la chiamata alle armi per le assunzioni di responsabilità di figlia. Devo dare una mano, l’ho sempre fatto, anzi, l’ho fatto per quel che ho potuto e voluto. Mi sono sentita incastrata altre volte, nel tentativo di risolvere questioni irrisolvibili, frammenti invariati, statici, della vita di altre persone che non possono uscire fuori dalla loro zona sospesa. Mi sono sentita doverosamente chiamata ad adempiere al ruolo che mi è stato assegnato e so che ho perso molto e ho anche guadagnato, ma il martirio non era la mia aspirazione e tutto quel che so è che ora, di fronte alla possibilità che mi ripiombi addosso un concatenarsi degli eventi, sento un ronzio alle orecchie, comincio a ondeggiare, avanti e indietro, in un ritmo cadenzato, e tengo una mano sul ginocchio e un’altra sulla testa arrotolando un ciuffo attorno all’indice. Sto respirando, come se non riuscissi a trovare la fonte del mio respiro. Sto annaspando, mi sento quasi annegare. E’ quello l’inizio di una crisi di panico che ho imparato a riconoscere e di conseguenza dovrei saper combatterlo e impedirlo sul nascere. Inspirare, espirare. Il cuore che produce mille battiti al minuto. Ho l’impressione che possa fermarsi. Mi hanno spiegato che la crisi di panico, a volte, viene scambiata per un infarto. Quello che razionalmente ripeto in testa però non sembra placare l’ansia.

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La Depressa Consapevole: sentirsi reale, percepirsi viva

Quello che altr* dicono quando si parla di Depressione

Quello che altr* dicono quando si parla di Depressione

 

Uno degli errori che compie una persona depressa come me è quello di prendersi per il culo, di celarsi a se stessa, di inventare balle che nascondano la vergogna. Quando si riesce a pronunciare la propria depressione pare che tutto diventi un po’ più semplice. E’ quello che mi dice lo psichiatra. Che male c’è a dirsi depressa, a riconoscere quello che sento, a cominciare ad affrontare la realtà? Si tratta della mia realtà e non di quella che altri mi ricuciono addosso. La realtà è il mio primo nemico. Sentirmi impotente di fronte a problemi che non posso risolvere: sentirmi impreparata, inadeguata, mediocre, povera di spirito e di mezzi, poco in tutto. Questa potrebbe essere la premessa di un salto verso la richiesta di riconoscimento del mio ego ma non è così. Non necessito di qualcuno che mi dica quanto io sia adeguata, capace, intelligente, eccetera.

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La Depressa Consapevole: il cocktail di farmaci

Quando mi tirarono fuori dal torpore post tentativo di suicidio mi hanno prescritto un antidepressivo del tipo Wow. Però quell’antidepressivo, che ti fa sentire come se fossi fatta di una droga che ti fa sparare a raffica una serie infinita di cazzate, con il sorriso stampato sulle labbra, e la demenziale manifestazione di una gestualità a scatti, a me fece venire l’ansia. Troppa eccitazione tutta assieme, troppa serotonina e il panico. Per frenare il respiro a metà, quell’avanzo di respiro che arriva quando il cuore gioca una partita a tennis e tu non hai neppure la possibilità di arbitrarla, mi hanno dato un calmante. Dunque la combinazione era eccitante e ansiolitico. Poi c’era la questione del dormire e allora serviva un addormentante. Ma quest’ultimo mi faceva stare rincoglionita almeno fino all’ora di pranzo, perciò fu necessario mettere in ballo un altro antidepressivo per stabilizzare l’umore e per contrastare il rincoglionimento. Ma anche questo diventò un motivo di ulteriore ansia, senza contare il fatto che cominciavo a perdere fiducia nella terapia perché mi sentivo una cavia. Ma dovevo aver fiducia; d’altro canto con la combinazione di farmaci precedente, ma non per responsabilità dei farmaci o dei medici che me li avevano prescritti, avevo intrapreso il progetto di ingoiare tutto e dormire in eterno. Come fare per rendermi sveglia, ma facendomi dormire, per produrre vitalità, stabilizzando l’umore, e poi mettere in mezzo anche un farmaco vitalicida che mi predisponesse all’indifferenza nei confronti del mondo intero?

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La Depressa Consapevole: l’autolesionismo

Una delle cose che mi tiene impegnata nella mia fase di depressione acuta è l’autolesionismo. Non mi taglio per ricamare la pelle in luoghi non visibili. In realtà mi gratto. Uso il coltello e mi gratto al punto da fare venire via la pelle. Tempo fa lo facevo anche sul viso, alla prima increspatura per la disidratazione, per l’alimentazione scorretta, tagliavo via la pelle secca. Quello che resta è una superficie rosso fuoco che mi consola a guardarla e a sentirne il bruciore. E’ un modo per concentrarmi, per tenere attiva l’attenzione. Guardo la televisione e mi spello come se fossi perennemente ustionata. Poi attendo che nascano le crosticine e taglio pure quelle e mi piace vedere il sangue che cola sulla gamba. Resta una piccola cicatrice, perché non permetto alla crosta di fare il suo lavoro. Sul viso le croste assumono un colore neutro. E’ altra pelle secca che si addensa sull’ampia cicatrice. Fronte, naso, la superficie sotto gli occhi e il mento. Sono le zone che maltratto con le unghie.

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La Depressa Consapevole: l’analfabetismo emotivo

In una delle mie rare uscite scelgo il parrucchiere che dovrà sbrogliarmi i capelli dopo mesi in cui non li ho pettinati. Lunghi, ondulati, dopo un po’ diventano una matassa inestricabile che solo una persona dalla mano leggera può sbrogliare senza farmi male. Il parrucchiere non può mai essere quello della volta prima perché altrimenti dovrei raccontargli la verità. Caro, sono depressa e non pettino o lavo i miei capelli da qualche mese. La scusa si riferisce a condizioni precarie, che mi hanno impedito di prendermi cura del mio aspetto, e mento sul tempo trascorso dall’ultima pettinata. E’ quasi la verità ma di più non so fare. Mi vergogno moltissimo. Allora scelgo un parrucchiere, lui o lei mi pettina, lava i miei capelli, li accorcia e arrivederci alla prossima volta. Inutile dire che non ci sarà una prossima volta. Avevo una parrucchiera fissa, una volta, ma dal momento in cui cominciai a ingrassare non volli più presentarmi nel suo negozio. Mi vergognavo dei chili in più. Rimandavo dicendo a me stessa che avrebbe dovuto vedermi quando sarei tornata com’ero, vale a dire mai.

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La Depressa Consapevole: quando sopravvissi al tentato suicidio

Era mattina. Avevo tentato il suicidio il giorno prima. Non ero ancora pronta per rispondere alle domande dello psichiatra. Passò a guardare la mia faccia, immersa per lo più nel morbido guanciale, con un filo di bava che colava dalla bocca. Poggiò la mano sulla testa, come fosse un prete, e benedisse la mia presunta e ritrovata vitalità. Ebbi soltanto la forza di grugnire e roteare gli occhi. Volevo dire qualcosa ma non venne fuori nulla di comprensibile. I potenziali suicidi ricevono tutti la benedizione del grande capo del reparto. Per darti il benvenuto ti smutandano, ti infilano un catetere, finché non riprendi il controllo della tua vescica e dello sfintere, poi ti mettono in una stanza dove le donne vicine hanno sguardi da matte. Anch’io avevo lo sguardo da matta. Eravamo in un reparto di matte. Chissà perché però la matta del letto vicino è sempre più… avete capito, no?

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La Depressa Consapevole: il diario alimentare

Una delle azioni che devo compiere giornalmente, secondo la psichiatra, è compilare il mio diario alimentare. Un diario alimentare si compone di quel che mangi, alle ore in cui lo mangi, come ti sentivi quando mangi, e dove stai, nel senso di dove sei posizionata seduta, accomodata, quando mangi e cosa fai mentre mangi. Questa cosa serve a capire quali sono le abitudini, i comportamenti che andrebbero cambiati per cambiare i pensieri legati ad essi. Non sono in grado di spiegarvi la terapia cognitivo-comportamentale. Se vi interessa approfondire ovviamente rivolgetevi a chi la pratica con competenza e non vi fidate assolutamente di quel po’ che scrivo io. Vi faccio un esempio, e copio un paio di pagine a caso, complete di cancellazioni e appunti. In corsivo quello che penso ora alla luce di ciò che leggo e ricopio qui:

Lunedì giorno X mese X anno X [Read more…]