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All’origine di stigmi e pregiudizi sulle malattie mentali e le donne

Ancora sulle malattie mentali e sulle origini dello stigma che pesa sulle persone affette da qualunque tipo di disturbo a partire dal medioevo e poi negli anni dell’inquisizione e in quelli successivi. Negli anni in cui la chiesa esercitò un’influenza terribile nei confronti della cultura medica, ancora di più nei luoghi colpiti dall’inquisizione cattolica per via della colonizzazione della Spagna (Inclusa la Sicilia), non solo venivano perseguite tutte le persone, in gran parte donne, che esercitavano ruolo da curatrici, ma in generale si descrissero le malattie di qualunque genere in un settore a parte definito demonologia. Le malattie erano considerate come il chiaro segno sul corpo delle persone dell’influenza del demonio. Tale influenza veniva trattata attraverso il rito dell’esorcismo praticato con metodi crudeli e in seguito unito in realtà alla consegna di misture di erbe prese in prestito da chi praticava medicina in senso alchemico e scientifico. Immaginate cosa dovesse voler dire per una donna con attacchi epilettici subire non solo lo stigma da parte della Chiesa ma anche il rito esorcista per allontanare il presunto demonio dal corpo malato.

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Di devianze, manicomi, stigmi e cose da ricordare se parliamo di malattie mentali

Le ultime affermazioni, gravissime, da parte di fascisti che continuano a parlare di “devianze”, riferendosi a disturbi fisici e/o mentali, richiedono una ulteriore analisi. Il punto è che si tratta di opinioni diffuse e ancora culturalmente legittimate, poiché siamo in un periodo di pieno revisionismo storico serve delineare un quadro di quel che era ed è in relazione alla psichiatria. Dalla monarchia al governo fascista, con il codice Rocco, la malattia mentale veniva definita devianza dalla norma in senso antisociale ed era trattata come un problema di ordine pubblico. Manicomi e carceri erano simili nel ruolo di contenimento della “devianza” per consentire maggiore tranquillità sociale. Lo psichiatra era  – per dirla alla maniera usata da Franco Basaglia – un funzionario del consenso che agiva in senso repressivo per lenire il conflitto di classe. Le istituzioni manicomiali erano strapiene di gente povera e che non rispettava le norme imposte. Non era diverso dalla destinazione d’uso fatta dai nazisti nei campi di concentramento. Quando Basaglia e i suoi colleghi arrivarono nel manicomio di Gorizia trovarono reparti stracolmi di persone definite come deviati cronici, la cui cronicità era documentata in appositi registri che venivano custoditi in questura. Si riteneva che il malato mentale fosse un criminale, veniva considerato tale, pur se non aveva mai commesso alcun crimine. I metodi usati per il contenimento di questi “deviati” andava dalla legatura mani e piedi, dall’imprigionamento con gabbie lucchettate disposte attorno ai materassi, dall’obbligo di indossare il “corpetto” o camicia di forza, dall’elettroshock punitivo, dalla strozzatura della persona malata mediante panno bagnato, premuto sulla faccia, mentre qualcuno versava altra acqua. Vi ricorda qualcosa? 

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Fame da morire: adolescenza

Se nell’infanzia la mia famiglia continuava a insistere affinché il cibo colmasse ogni c’è genere di vuoto, nell’adolescenza la mia ribellione divenne il rifiuto. Giornate intere senza toccare cibo, o mangiando solo una mela, l’ossessiva attenzione al peso indicato sulla bilancia, fino al crollo con abbuffate di qualunque cosa trovavo in giro.  Quello che odiavo erano gli odori emanati dei cibi cotti da mia madre, tentavo di sfuggirgli ma non potevo mancare di sedere a tavola quando c’era mio padre ed era difficile rifiutare il cibo. La questione importante ovviamente non era il cibo ma il fatto di non riuscire ad avere il controllo sulle imposizioni dominanti e violente di mio padre e sui ricatti emotivi di mia madre. Tenere sotto controllo il peso mi dava l’illusione di poter controllare anche il resto. Non era così. In ogni caso ad ogni mia abbuffata seguiva una pratica compensatoria e mi consumavo caviglie e ginocchia saltellando e scalando qualunque cosa per consumare calorie. Non c’era gioia né serenità in questo. Non lo facevo per il piacere di muovermi ma solo perché il mio corpo non era come lo volevo. Pesavo il giusto ma allo specchio mi vedevo sempre grassa e pare che questo sia frequente in chi soffra di disturbi alimentari. Più mi allenavo e più i muscoli crescevano e questo non andava bene perché avrei voluto scomparire, essere longilinea e quindi priva di muscoli. Volevo che si vedessero le ossa e quando riuscivo a toccarle mi sentivo bene. Tutto ciò non era mai ovviamente privo di conseguenze.

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Deviati siete voi, non chi soffre di disturbi alimentari

La destra si distingue ancora per ignoranza. Illustra un piano contro le devianze giovanili e include una serie di cose che in ogni caso non c’entrano affatto. Obesità, autolesionismo, bulimia, anoressia, sono disturbi e non devianze. I giovani italici sani che vorrebbero i destrorsi sono magri o ariani o cosa? Dopo la speculazione sulla pelle di una donna vittima di stupro adesso questo. E’ una campagna elettorale che non risparmia nessuno e calpesta tutto. Ricordiamo la mentalità nazista che osannava l’eugenetica e l’eutanasia coatta per persone con disturbi mentali. Ricordiamo quel che pensavano i fascisti mentre torturavano le donne in manicomio finché l’elettroshock non è diventato obsoleto e i manicomi non sono stati chiusi.

Se davvero sapessero cosa dire a proposito di salute mentale, disturbi da stress post traumatico, disturbi alimentari, non le definirebbero devianze e non sarebbe neppure previsto che ad occuparsene sia il servizio sanitario nazionale. Immaginiamo la destra al governo e pensate a come sarebbero trattate le persone affette da anoressia o bulimia, obesità o autolesionismo. Da bulimica vorrei spiegare tante cose a questi fascisti da operetta che non fanno che offendere le categorie umane che non prediligono, accentuando lo stigma che già pesa su di noi. Da femminista e persona auguro a queste persone di non dover mai trovarsi nelle condizioni di doversi vergognare per vulnerabilità che non possono essere trattate come devianze. Questo è un danno che fanno a loro stessi, ai loro figli, a tante persone che per un’ideologia colpevolizzante si vergogneranno di chiedere aiuto.

Il fascismo, con le liste di proscrizione sulle categorie umane da odiare è la vera “Devianza”, se così possiamo chiamarla. Più che altro è un esempio di totale ignoranza e assenza di empatia. Tutte le persone che soffrono di questi disturbi non si affliggano da sole, per favore e non vergogniamoci, non lasciamo che ci definiscano perché siamo in grado di prendere la parola e di dire la nostra su quello che ci succede. Noi ci autorappresentiamo.

A presto, con il mio racconto sul blog a proposito di tutto quello che riguarda la bulimia e i disturbi alimentari.

Eretica

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Ledere la dignità per il tuo bene

Ci sono casi in cui qualcuno lede la tua libertà individuale e la tua dignità dicendoti che lo fa per il tuo bene. Avviene spesso per esempio nella cura dei minori quando si dice ad un bambino di non fare una determinata cosa altrimenti incorrerà in una punizione. Per paura di quella punizione il bambino limiterà le sue azioni. Mio padre mi diceva sempre che la mia testa era guasta e che solo lui avrebbe potuto condurmi per la retta via. Così mio padre mi picchiava e quel che ne traevo era solo paura e non un insegnamento che poteva regalarmi saggezza ed esperienza.

La stessa cosa mi diceva il mio ex marito che voleva insegnarmi come diventare donna senza che lui stesso fosse ancora divenuto uomo. Ogni metodo autoritario attinge al sentimento della paura immaginando che sia necessario suscitarla in nome di un bene superiore. Si può trattare della tua salute o dello studio, si può trattare di qualunque tipo di esperienza che vi riguarda, e in ogni caso verrà meno l’ascolto nei vostri confronti perché nessuno darà valore alla vostra voce.

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Prostitute in Rivolta: un libro da leggere

Prostitute in rivolta è un libro pubblicato dalla Tamu edizioni e scritto da Molly Smith e Juno Mac, con prefazione di Barbara Bonomi Romagnoli e Giulia Geymonat e postfazione del gruppo Ombre Rosse. Il libro sarà presentato In un evento organizzato dal mit Sex worker Fest dal 26 al 28 maggio dove sarà presentato anche “Naked and organized. Sex work as practice and representation“. 

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Il Sex Work è un lavoro come un altro

[Mantra abolizionista: ho detto che voglio salvare le sex workers. Non ho mai detto che voglio ascoltarle]

C’è stato un periodo della mia vita, quando non mi rinnovarono un contratto in seguito le molestie del lavoro, in cui ho cercato qualunque altra cosa che potesse regalarmi uno stipendio. Ho fatto la cameriera, sono stata lì a raccogliere ubriachi svenuti per terra nei pub, pulivo e lavavo il loro vomito nei cessi maleodoranti, Per arrotondare risposi ad un annuncio che chiedeva una lavoratrice part-time in un call center e da principio pensavo che si trattasse semplicemente di vendita di qualche prodotto di una ditta straniera o cose simili. Invece si trattava di telefonia erotica. Non solo, c’era anche l’angolo per la chiromante, colei che leggeva le carte alla gente che telefonava pagando un sacco di quattrini per potersi connettere ad un numero che era più o meno lo stesso per tutte. Ci scambiavamo i ruoli e mi è capitato di fare la chiromante e anche di fare telefonia erotica. Lo stipendio fisso per quelle ore mensile ricordo che si aggirava intorno alle 200.000 lire, che aumentava se facevi durare di più le telefonate. Il manager rampante diceva che bisognava invogliare i clienti a richiamare e per questa ragione, aggirando la legge che imponeva una durata minima oltre la quale non si poteva andare, ad un certo punto sul più bello finiva la telefonata e il tizio richiamava.

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Quando ti danno della malata mentale per toglierti il diritto di parola 

Tra le tante mail che ricevo ce ne sono alcune che raccontano storie di donne che vengono considerate malate mentali anche se non lo sono soltanto perché non seguono le norme imposte. Per lungo tempo si è pensato per esempio che le donne lesbiche fossero malate mentali così come gli uomini gay da correggere per riportarli a interpretare la norma eterosessuale. Ci sono le persone trans che prima di poter accedere alle terapie per la transizione passavano attraverso una perizia psichiatrica che doveva assicurarsi che non fossero pazze. Quando la malattia mentale viene tirata in ballo perché le tue scelte non coincidono con quelle di altre persone diventa solo un metodo di controllo sociale per riportare tutti a interpretare norme ordinate dall’alto del credo patriarcale. In questi casi è veramente difficile affrontare la mentalità comune che giudica matte tutte le persone che la pensano in modo differente. Il concetto di malattia mentale viene tirato in ballo in maniera inadeguata, ingiusta, semplicemente per agire in modo censorio sulle scelte altrui.

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Manifesto femminista della depressa sobria

Qui Depressolandia. Ho chiesto ad alcune donne di dirsi quanti anni hanno, se hanno un lavoro oppure no, se svolgono lavori di cura, per scelta o obbligo, se soffrono di malattie mentali.  Tra tutte le donne che hanno risposto al questionario c’è una cosa in comune: soffrono quasi tutte di malattie mentali. Non so se si tratta di un caso dovuto alla frequentazione della pagina di una depressa, ma trenta persone che elencano una serie di disturbi per i quali sono in terapia mi sembrano comunque tanti. Ciò nonostante esse svolgono lavori, fanno quel che va fatto in ogni giornata della loro vita, guardano avanti e sognano di poter stare meglio. Questo mi dice che il problema della salute mentale va trattato in senso femminista, dato che spesso la malattia mentale coinvolge familiari, figli, compagni, compagne, e spesso la stessa malattia rende difficile ogni passo compiuto durante la giornata, a differenza di quello che per altre donne senza tali disturbi diventa più semplice.

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La corsa dei matti

Il venerdì è il giorno della corsa tra matti. Dovrei recarmi a quell’appuntamento. L’operatrice aspetta e poi ci sono i matti. Immagino non siano riconoscibili se non per il fatto che il loro sole è oscurato dall’eclissi permanente che oscura le nostre menti. Così procedevo, senza sicurezza. Mi chiama una signora vicina del palazzo. Mi dice che ha visto prelevarmi da una finestra il fatidico giorno in cui… già, lo so, c’ero anch’io. Eppure non mi sembri… come…. Pazza? Lo sono invece. Pazza da legare, si dice così. Come pensava di trovarmi? Capelli a parte, ma il taglio mi è venuto male, è che non credo più all’amore e dunque le mie forbici anarchiche hanno dato del loro peggio. Pensavo fossi quieta, dice, un po’ più quieta. Non è così che sono i depressi? Minaccio un urlo e lei scappa. Devo averle fatto una gran brutta impressione. D’altronde l’accordo con il vicinato lo tiene quell’essere sano del mio ex. Io non ne ho mai conosciuti, di vicini, non vedo perché debba raccontargli i cazzi miei. Però lo sguardo, lo stesso del mio ex mentre parlavo, come se si aspettasse mi avessero fatto una lobotomia. Invece parlo e penso pure. Mi so difendere. Che stigma atroce esiste sulla malattia mentale.

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Tutte le persone a cui mi avvicino mi fanno del male?

In un precedente colloquio con lo psicologo mi aveva fatto comprendere che negli anni in cui mi rifiutavo di ascoltare tutto e tutti in realtà avevo smesso di ascoltare me stessa. Ho pensato molto a questo e ci ho pensato talmente tanto da far emergere tutti i ricordi dolorosi che custodivo fino al punto di rendermi conto di aver vissuto un matrimonio in cui sono stata ridotta al ruolo di comparsa utile allo psicodramma messo in scena da mio marito, vittima di una donna depressa. Ho delle ragioni precise per pensare che lui stesse replicando con me il rapporto che hanno i suoi genitori ma di questo parlerò con lui faccia a faccia senza permettergli di farmi sentire ancora in colpa o di pensare al suicidio per liberarlo dalla mia opprimente presenza.

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