Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Personale/Politico, R-Esistenze, Salute Mentale

Ledere la dignità per il tuo bene

Ci sono casi in cui qualcuno lede la tua libertà individuale e la tua dignità dicendoti che lo fa per il tuo bene. Avviene spesso per esempio nella cura dei minori quando si dice ad un bambino di non fare una determinata cosa altrimenti incorrerà in una punizione. Per paura di quella punizione il bambino limiterà le sue azioni. Mio padre mi diceva sempre che la mia testa era guasta e che solo lui avrebbe potuto condurmi per la retta via. Così mio padre mi picchiava e quel che ne traevo era solo paura e non un insegnamento che poteva regalarmi saggezza ed esperienza.

La stessa cosa mi diceva il mio ex marito che voleva insegnarmi come diventare donna senza che lui stesso fosse ancora divenuto uomo. Ogni metodo autoritario attinge al sentimento della paura immaginando che sia necessario suscitarla in nome di un bene superiore. Si può trattare della tua salute o dello studio, si può trattare di qualunque tipo di esperienza che vi riguarda, e in ogni caso verrà meno l’ascolto nei vostri confronti perché nessuno darà valore alla vostra voce.

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Antiautoritarismo, Antirazzismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Contributi Critici, Precarietà, R-Esistenze, Recensioni

Prostitute in Rivolta: un libro da leggere

Prostitute in rivolta è un libro pubblicato dalla Tamu edizioni e scritto da Molly Smith e Juno Mac, con prefazione di Barbara Bonomi Romagnoli e Giulia Geymonat e postfazione del gruppo Ombre Rosse. Il libro sarà presentato In un evento organizzato dal mit Sex worker Fest dal 26 al 28 maggio dove sarà presentato anche “Naked and organized. Sex work as practice and representation“. 

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Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Precarietà, R-Esistenze

Il Sex Work è un lavoro come un altro

[Mantra abolizionista: ho detto che voglio salvare le sex workers. Non ho mai detto che voglio ascoltarle]

C’è stato un periodo della mia vita, quando non mi rinnovarono un contratto in seguito le molestie del lavoro, in cui ho cercato qualunque altra cosa che potesse regalarmi uno stipendio. Ho fatto la cameriera, sono stata lì a raccogliere ubriachi svenuti per terra nei pub, pulivo e lavavo il loro vomito nei cessi maleodoranti, Per arrotondare risposi ad un annuncio che chiedeva una lavoratrice part-time in un call center e da principio pensavo che si trattasse semplicemente di vendita di qualche prodotto di una ditta straniera o cose simili. Invece si trattava di telefonia erotica. Non solo, c’era anche l’angolo per la chiromante, colei che leggeva le carte alla gente che telefonava pagando un sacco di quattrini per potersi connettere ad un numero che era più o meno lo stesso per tutte. Ci scambiavamo i ruoli e mi è capitato di fare la chiromante e anche di fare telefonia erotica. Lo stipendio fisso per quelle ore mensile ricordo che si aggirava intorno alle 200.000 lire, che aumentava se facevi durare di più le telefonate. Il manager rampante diceva che bisognava invogliare i clienti a richiamare e per questa ragione, aggirando la legge che imponeva una durata minima oltre la quale non si poteva andare, ad un certo punto sul più bello finiva la telefonata e il tizio richiamava.

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Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Il Femminismo secondo la Depressa Sobria, R-Esistenze, Salute Mentale

Quando ti danno della malata mentale per toglierti il diritto di parola 

Tra le tante mail che ricevo ce ne sono alcune che raccontano storie di donne che vengono considerate malate mentali anche se non lo sono soltanto perché non seguono le norme imposte. Per lungo tempo si è pensato per esempio che le donne lesbiche fossero malate mentali così come gli uomini gay da correggere per riportarli a interpretare la norma eterosessuale. Ci sono le persone trans che prima di poter accedere alle terapie per la transizione passavano attraverso una perizia psichiatrica che doveva assicurarsi che non fossero pazze. Quando la malattia mentale viene tirata in ballo perché le tue scelte non coincidono con quelle di altre persone diventa solo un metodo di controllo sociale per riportare tutti a interpretare norme ordinate dall’alto del credo patriarcale. In questi casi è veramente difficile affrontare la mentalità comune che giudica matte tutte le persone che la pensano in modo differente. Il concetto di malattia mentale viene tirato in ballo in maniera inadeguata, ingiusta, semplicemente per agire in modo censorio sulle scelte altrui.

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Manifesto femminista della depressa sobria

Qui Depressolandia. Ho chiesto ad alcune donne di dirsi quanti anni hanno, se hanno un lavoro oppure no, se svolgono lavori di cura, per scelta o obbligo, se soffrono di malattie mentali.  Tra tutte le donne che hanno risposto al questionario c’è una cosa in comune: soffrono quasi tutte di malattie mentali. Non so se si tratta di un caso dovuto alla frequentazione della pagina di una depressa, ma trenta persone che elencano una serie di disturbi per i quali sono in terapia mi sembrano comunque tanti. Ciò nonostante esse svolgono lavori, fanno quel che va fatto in ogni giornata della loro vita, guardano avanti e sognano di poter stare meglio. Questo mi dice che il problema della salute mentale va trattato in senso femminista, dato che spesso la malattia mentale coinvolge familiari, figli, compagni, compagne, e spesso la stessa malattia rende difficile ogni passo compiuto durante la giornata, a differenza di quello che per altre donne senza tali disturbi diventa più semplice.

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Personale/Politico

La corsa dei matti

Il venerdì è il giorno della corsa tra matti. Dovrei recarmi a quell’appuntamento. L’operatrice aspetta e poi ci sono i matti. Immagino non siano riconoscibili se non per il fatto che il loro sole è oscurato dall’eclissi permanente che oscura le nostre menti. Così procedevo, senza sicurezza. Mi chiama una signora vicina del palazzo. Mi dice che ha visto prelevarmi da una finestra il fatidico giorno in cui… già, lo so, c’ero anch’io. Eppure non mi sembri… come…. Pazza? Lo sono invece. Pazza da legare, si dice così. Come pensava di trovarmi? Capelli a parte, ma il taglio mi è venuto male, è che non credo più all’amore e dunque le mie forbici anarchiche hanno dato del loro peggio. Pensavo fossi quieta, dice, un po’ più quieta. Non è così che sono i depressi? Minaccio un urlo e lei scappa. Devo averle fatto una gran brutta impressione. D’altronde l’accordo con il vicinato lo tiene quell’essere sano del mio ex. Io non ne ho mai conosciuti, di vicini, non vedo perché debba raccontargli i cazzi miei. Però lo sguardo, lo stesso del mio ex mentre parlavo, come se si aspettasse mi avessero fatto una lobotomia. Invece parlo e penso pure. Mi so difendere. Che stigma atroce esiste sulla malattia mentale.

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Pensieri Liberi, Personale/Politico, R-Esistenze

Tutte le persone a cui mi avvicino mi fanno del male?

In un precedente colloquio con lo psicologo mi aveva fatto comprendere che negli anni in cui mi rifiutavo di ascoltare tutto e tutti in realtà avevo smesso di ascoltare me stessa. Ho pensato molto a questo e ci ho pensato talmente tanto da far emergere tutti i ricordi dolorosi che custodivo fino al punto di rendermi conto di aver vissuto un matrimonio in cui sono stata ridotta al ruolo di comparsa utile allo psicodramma messo in scena da mio marito, vittima di una donna depressa. Ho delle ragioni precise per pensare che lui stesse replicando con me il rapporto che hanno i suoi genitori ma di questo parlerò con lui faccia a faccia senza permettergli di farmi sentire ancora in colpa o di pensare al suicidio per liberarlo dalla mia opprimente presenza.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Personale/Politico, R-Esistenze

Sono “anormale” e me ne vanto!

Ogni volta che leggo commenti su una pagina facebook subito dopo quasi me ne pento. Non perché io sia una snob ma perché mi sento davvero offesa da certe affermazioni. Che si tratti di un omicida, di un violento, di un omofobo, di un fascista, di uno che aggredisce i passanti o di una persona che scrive cose orribili la giustificazione è sempre la stessa: pazzo, malato mentale, da Tso, deve farsi curare, da rinchiudere, eccetera. Così non si fa altro che dimostrare tutto il contrario di quel che spesso si vuole dire. La violenza di genere, per esempio, è frutto della cultura sbagliata che viene diffusa anche grazie a queste giustificazioni. Non si realizza per pazzia ma perché quella cultura appartiene a chi commette quei crimini. L’omofobia/transfobia, anche quella, è frutto della cultura che legittima ogni aggressione a persone gay, lesbiche, trans.

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Psichiatria e farmaci: non rappresentano sempre il demonio

Vorrei raccontare il mio punto di vista su un argomento che penso vada trattato senza usare stereotipi. Leggo i commenti sotto un post che parla di depressione e tali commenti generalizzano su quel che è oggi la psichiatria e sulla pericolosità degli psicofarmaci. Dal personale al politico, eccomi.

Anch’io so quanto sia stata dannosa la psichiatria per le donne e quanto potrebbe esserlo ancora oggi ma, la mia esperienza mi dice che, bisogna valutare di caso in caso. Dopo che mi è stato diagnosticato un problema che richiede terapie continue la mia voglia di vivere e lottare per un po’ è venuta meno. Non sapevo fino a quel momento quali effetti potesse avere la depressione. Soffrivo già di disturbi alimentari ma non avevo considerato di rivolgermi ad uno psichiatra. Avevo invece intrapreso un rapporto di analisi con una brava psicologa che mi ha aiutato molto. La vita, le tante cose da fare, hanno fatto il resto. Fortuna che ci sia un lato di me che prende le cose con ironia e anche questo mi ha aiutato.

Ma quando mi sono sentita vulnerabile e impotente tutto è tornato a galla e quel tutto comprendeva un livello di depressione che mi ha impedito di uscire di casa per molto tempo, ha resettato i miei tempi di vita, non avevo interesse per tante cose che mi avevano reso attiva fino a quel momento e con molta difficoltà, conoscendo le battaglie dei collettivi antipsichiatrici, ho dichiarato a me stessa che non ce l’avrei fatta da sola e così ho chiesto aiuto.

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La posta di Eretica, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Lo stigma sulla “tossica” e la sua povertà sono altre cause della sua morte

Lei scrive:

Cara eretica, ho compiuto ventuno anni da poco. Quando avevo sedici anni ero una tossica e frequentavo “brutti” ambienti”. A me poteva accadere quello che è successo ad altre ragazze. Sono stata fortunata e non mi sento diversa dalle ragazze che vengono giudicate male, sempre che chi le stupri o le uccida non sia uno straniero. In quel caso il cattivo giudizio si trasforma in una beatificazione della vittima perché se la vittima non è beatificata allora il “nero” di passaggio non può essere colui sul quale si sfoga tutto l’odio di chi sa solo odiare.

Quello che io vorrei fosse chiaro è che in certe situazioni non è l’ambiente ad essere brutto ma brutta è l’indifferenza di una società che ti getta in un angolo, che ti tratta come immondizia perché si pensa che se ti droghi sia totalmente colpa tua. Ho visto tante persone drogarsi di nascosto. Figli di papà cocainomani, padri di famiglia che sniffavano eroina, donne eleganti che si facevano di tutto e di più. Quello che voglio dire è che la differenza tra me e loro erano i soldi. Se io avessi avuto i loro soldi non avrei corso certi rischi. Avrei potuto drogarmi in un salotto firmato senza rischiare niente. A meno che non ti fai un’overdose perché vuoi crepare.

I ricchi arrivano nelle periferie solo per comprare e a volte non fanno neanche quello perché hanno l’amico ricco che si fa più ricco vendendo droghe. Quello che ci separa è la classe di appartenenza. Nessuno ha pensato al perché alcune vittime si trovassero in certi ambienti. Nessuno ha analizzato il perché del fatto che i drogati si nascondono. Se non hai un posto dove andare o se non hai il papino che ti paga l’appartamento in centro non hai molta scelta. Se ci sono i fascisti che continuano a criminalizzare il tossico come categoria rognosa della società, al punto da riempire le galere di poveri, per lo più immigrati, solo perché in possesso di un paio di canne di hashish, quel tossico viene disumanizzato.

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Quando la vittima è una “straniera” con lo stigma della “prostituta” e l’assassino è (solo) un italiano

Se non sei straniero non fai notizia o la notizia non viene commentata così tanto. Non c’è nessuno che mette il mostro in prima pagina e nessuno poi si scomoda per raccontare delle pene orribili subite da una donna rumena. Ma come: non erano i rumeni i cattivi della situazione? Eppure hanno respinto in massa l’intento omofobico di  un referendum promosso dalla destra. Eppure il killer seriale, stupratore, femminicida di cognome fa Esposito e si tratta di un italiano. Uno di quegli italiani che la Lega difende dicendo che le atrocità sarebbero commesse da stranieri.

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