Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Precarietà, R-Esistenze

Il Sex Work è un lavoro come un altro

[Mantra abolizionista: ho detto che voglio salvare le sex workers. Non ho mai detto che voglio ascoltarle]

C’è stato un periodo della mia vita, quando non mi rinnovarono un contratto in seguito le molestie del lavoro, in cui ho cercato qualunque altra cosa che potesse regalarmi uno stipendio. Ho fatto la cameriera, sono stata lì a raccogliere ubriachi svenuti per terra nei pub, pulivo e lavavo il loro vomito nei cessi maleodoranti, Per arrotondare risposi ad un annuncio che chiedeva una lavoratrice part-time in un call center e da principio pensavo che si trattasse semplicemente di vendita di qualche prodotto di una ditta straniera o cose simili. Invece si trattava di telefonia erotica. Non solo, c’era anche l’angolo per la chiromante, colei che leggeva le carte alla gente che telefonava pagando un sacco di quattrini per potersi connettere ad un numero che era più o meno lo stesso per tutte. Ci scambiavamo i ruoli e mi è capitato di fare la chiromante e anche di fare telefonia erotica. Lo stipendio fisso per quelle ore mensile ricordo che si aggirava intorno alle 200.000 lire, che aumentava se facevi durare di più le telefonate. Il manager rampante diceva che bisognava invogliare i clienti a richiamare e per questa ragione, aggirando la legge che imponeva una durata minima oltre la quale non si poteva andare, ad un certo punto sul più bello finiva la telefonata e il tizio richiamava.

Tanto più riuscivi ad eccitarlo e intrigarlo tanto più guadagnavi. Non avevo mai pensato al fatto che quello fosse solo uno dei tanti lavori sessuali la cui evoluzione spontanea divenne la sex camgirl. Se all’epoca ci fossero stati i computer ed una connessione immagino che avrei potuto fare anche quel lavoro. Non era certamente il mio sogno di bambina e neppure il lavoro che avrei voluto svolgere per tutta la vita, ma si trattava semplicemente di un modo per guadagnare soldi che mi servivano per pagare l’affitto e per le altre spese. Quando ci si chiede perché una sex worker venda prestazioni sessuali, attraverso una webcam o facendo la spogliarellista, in performance differenti, tra l’attrice porno e la soft porno, tra la dominatrice e la masochista, e un’interminabile serie di variabili consuete o inconsuete, basterebbe solo chiedersi perché potresti farlo tu.

Se una persona si trova a svolgere lavori malpagati e spesso anche a subire molestie sessuali sul posto di lavoro, solo ad una donna ricca che non ha mai lavorato per vivere può venire in mente il fatto che fare la sex worker non sia un’alternativa. Di fatto lo è per molte persone, donne e uomini, molto spesso capita alle donne migranti e ancora più spesso capita alle donne trans che vengono discriminate in ogni caso sul lavoro. Scegliere il sex working non significa certamente essere patologicamente etichettabili, non si può adoperare uno stigma solo per facilitare in noi la comprensione di una scelta che forse non faremmo. Non si può neanche pensare che sia tutto rose e fiori, perché dare voce alle donne che svolgono lavori sessuali mi ha insegnato che hanno diritto a lamentarsi delle condizioni di lavoro esattamente come mi lamenterei io se non mi trovassi bene con il mio capo con i colleghi o nelle mansioni che mi danno da svolgere.

La differenza è che le mie lamentele potrei eventualmente porgerle ad un sindacato e potrebbero essere addirittura riconosciute perché i lavoratori hanno dei diritti. Quasi tutti salvo i sex workers. Per loro non esistono diritti ma soltanto doveri, giacche sono chiamati comunque a pagare le tasse per prestazioni occasionali da massaggiatrici o chissà che altro il fisco si inventa, mentre lo stato si rifiuta di riconoscere quella professione, di attribuire una partita iva a chi la svolge, continuando a perseguire una logica che criminalizza le sex workers solo perché svolgono un lavoro moralmente inaccettabile. Le altre lavoratrici che non possono lamentarsi e non ricevono nessun aiuto in effetti sono le casalinghe e le madri con il loro lavoro di cura. Ma in questo non si vede alcun lato immorale. Perciò continuando a dividere il mondo in Sante e Puttane stiamo continuando a perpetrare una logica che è totalmente patriarcale e antifemminista. Le sex worker non dicono che sia tutto splendente e neppure che svolgono quel lavoro per chissà quale passione inconscia relativamente a sesso con gli sconosciuti.

Alcune dicono che amano quel lavoro e gli piace farlo, altre dicono che a volte si trovano in difficoltà ma in ogni caso lo preferiscono come lavoro, altre dicono semplicemente che lo fanno per i soldi come chiunque altro fa tra i lavoratori e le lavoratrici di ogni stato. Il fatto di non riconoscere diritti a questa classe di lavoratrici e lavoratori che operano nel sex working significa spingerli nella illegalità e con la destra e a volte i provvedimenti del PD che nei comuni deliberano per l’evacuazione dei centri storici o di zone abitate marginalizzando le sex worker sempre in luoghi più bui e pericolosi, si fa di tutto per rendere quel lavoro poco sicuro per chi lo svolge. Si fa un gran parlare sul fatto che si criminalizzano i clienti, ma in realtà ad essere criminalizzate sono le sex worker soprattutto se migranti e trans. Le stesse vittime di traffico che non svolgono quel lavoro volontariamente, essendo migranti, se fossero state libere di accedere alla nostra nazione passando attraverso i trafficanti non avrebbero dovuto infine fare quel lavoro. le pseudo femministe che con vent’anni di ritardo rispetto al dibattito degli Stati Uniti qui in Italia dicono di voler facilitare la vita alle sex worker dovrebbero innanzitutto puntare una battaglia contro le politiche razziste che regolano la migrazione delle persone straniere e poi dovrebbero puntare ad un riconoscimento del lavoro per chi lo fa per scelta in modo che le sex workers siano tutelate in ogni senso. Invece attualmente i nemici giurati delle sex workers, oltre a certi clienti, sono queste pseudo femministe, la loro logica carceraria e giustizialista, le guardie municipali o la polizia che le multe non più per adescamento ma perché vestono abiti succinti, perché non rispettano la morale secondo le delibere comunali.

La faccenda della pandemia poi ha reso la categoria ancora più fragile non solo perché hanno dovuto lavorare meno ma perché sono state costrette ad accettare lavoro con clienti che per esempio si rifiutano di mettere il preservativo. Le politiche sanitarie non avendo contezza dei diritti di queste lavoratrici non hanno mai pensato di dover in qualche modo risarcire queste persone per il mancato lavoro o per i rischi ai quali si esponevano. Ne parlo perché vedo che in rete continua la discussione portata avanti attraverso associazioni di volontariato che sono le lavanderie magdalene convertite i ONG antiprostituzione, facendo finta che le uniche voci possibili da ascoltare sulla materia siano quelle su cui è stata praticata la conversione muralista. Ignorando le voci di chi tenta di dare un quadro un po’ più complesso alla faccenda e continua a richiedere diritti che non vengono garantiti.  C’è un vuoto giuridico in materia che sta permettendo ai comuni da molti anni di marginalizzare le sex worker di strada e quello stesso vuoto giuridico non può essere colmato dalla visione nordica che in Svezia ha giudicato Jasmine patologicamente inadeguata ad ottenere la custodia dei figli consegnandoli al marito violento che poi l’ha uccisa. Spero che la discussione in Italia evolva in altre direzioni e che non si continui a favorire l’industria del salvataggio che continua portare avanti una logica cattolica, moralista, puritana circa i lavori che una donna dovrebbe svolgere. 

Dimenticavo di dire che in un periodo della mia vita ho vissuto a Londra e che ho visto quello che succedeva a Soho quando i raid della polizia schedavano ed esponevano sex worker migranti e trans esattamente come in passato avrebbero fatto contro i gay. Ciò che li spingeva era il pregiudizio e non la sete di giustizia. Su quegli accadimenti credo che scriverò qualcosa più compiutamente, forse un libro. 

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