Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Il Femminismo secondo la Depressa Sobria, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Manifesto femminista della depressa sobria

Qui Depressolandia. Ho chiesto ad alcune donne di dirsi quanti anni hanno, se hanno un lavoro oppure no, se svolgono lavori di cura, per scelta o obbligo, se soffrono di malattie mentali.  Tra tutte le donne che hanno risposto al questionario c’è una cosa in comune: soffrono quasi tutte di malattie mentali. Non so se si tratta di un caso dovuto alla frequentazione della pagina di una depressa, ma trenta persone che elencano una serie di disturbi per i quali sono in terapia mi sembrano comunque tanti. Ciò nonostante esse svolgono lavori, fanno quel che va fatto in ogni giornata della loro vita, guardano avanti e sognano di poter stare meglio. Questo mi dice che il problema della salute mentale va trattato in senso femminista, dato che spesso la malattia mentale coinvolge familiari, figli, compagni, compagne, e spesso la stessa malattia rende difficile ogni passo compiuto durante la giornata, a differenza di quello che per altre donne senza tali disturbi diventa più semplice.

Per una donna con malattia mentale svegliarsi è già difficile, prepararsi, badare alla famiglia, o a se stessa, andare al lavoro, anticipare tempi di qualunque cosa per essere in casa in tempo per prendere i farmaci che ti preparano per una notte di sonno chimico. Ciò vuol dire che i tempi normali non sono possibili per queste donne. Per esempio: se fissi la assemblea femminista alle 19.00 una persona con malattia mentale non potrà mai intervenire perché alle 20.00 dovrà essere a casa, mangiare, prendere le pillole e andare a dormire. Poi esiste il problema di dover compiere lunghi percorsi, con un corpo rallentato dai farmaci che fatica il triplo ad ogni passo compiuto. Raggiungere determinati luoghi per partecipare a iniziative e assemblee diventa complicatissimo. Inoltre si potrebbe immaginare di aprire le assemblee sempre su un canale video per fare in modo che una donna che soffra di agorafobia possa partecipare. 

Il tempo per una persona con una malattia mentale non scorre allo stesso modo. Il corpo non obbedisce agli ordini che arrivano da una mente ottenebrata da malattia e farmaci. Non si tratta di pigrizia ma del fatto che bisogna cooperare affinché l’inclusione sia garantita. Per includere tutte serve che le altre sappiano quali sono le difficoltà che vive una donna affetta da malattia mentale. Senza dimenticare che bisogna abbattere lo stigma che ci portiamo addosso e che lascia inebetiti tutti coloro che sentono venir fuori ragionamenti lucidi dalle nostre labbra, come se essere malate mentali corrispondesse ad essere idiote, incapaci di produrre una riflessione utile a noi stesse e ad altre. Ridare credibilità e legittimità e diritto di parola ad una donna con malattia mentale dovrebbe essere un obiettivo di tutte, poiché non ci può essere progetto politico e sociale inclusivo se non include anche noi. 

Noi giorni in cui ho cercato di spiegare lucidamente cosa vuol dire per quelle come me convivere con una malattia mentale esposta, dichiarata, dunque visibile, tra i tanti commenti, che non avete letto perché cestinati, alcuni sostenevano il fatto che non vi fosse ragione alcuna di ascoltare istanze da parte nostra poiché arrivavano da menti distorte. La malattia mentale può essere di tanti tipi, ve lo ricordo, e non sempre distorce il pensiero, semmai lo rallenta, ma quel che io vedo è chiarissimo, solo un po’ monco della rapidità di elaborazione che è data a chi non assume farmaci potenti che servono a stabilizzare l’umore. La stabilizzazione dell’umore non distorce il pensiero, non siamo oche giulive con un sorriso da ebete stampato sulle labbra, non siamo neanche immobili dallo sguardo fisso perso nel vuoto. Il nostro cervello continua ad elaborare dati, pensieri, ad acquisire conoscenza a essere pronto a condividere saperi. 

C’è un’altra cosa da capire delle donne con malattie mentali. Tanti farmaci abbattono la nostra libido, dunque la nostra vita sessuale e relazionale ne risente. Ma ricordiamo tutto, il corpo ha memoria a prescindere da quello che la mente ottenebrata tende a dimenticare. 

Continuiamo, seppur con maggiore difficoltà, ad avere orgasmi, a desiderare e voler essere desiderate. Continuiamo a provare amore, non siamo rinchiuse in un limbo entro il quale le emozioni non riescono a raggiungerci. Sentiamo e vediamo tutto. Perciò siamo vive, coscienti, desideranti e la nostra personalità non cambia. Io ero una femminista prima che mi colpisse la malattia mentale e lo sono anche ora. Ero lucida prima e lo sono ancora adesso. Riesco a produrre elaborazioni, analisi e sintesi esattamente come prima, forse un po’ più lentamente. Perciò vi invito a cercare e accettare il nostro contributo, a incoraggiare il disvelamento delle nostre malattie, a trattarle come qualunque altra forma di disabilità pur se comprende la mente. 

Questo manifesto è necessario perché se quelle trenta donne che mi hanno scritto vivono quello che vivo io so per certo quanto deve essere difficile per loro seguire i ritmi che la società impone. Ritmi di produttività, di concentrazione e calcolo matematico, di intuizione e invenzione. Potremo non essere brave in alcune cose ma forse lo siamo in altre. E’ possibile che la nostra peculiarità stia nel concentrarci su un fattore decisivo e su quello possiamo lavorare per apportare cambiamenti, per noi e per le altre. 

Quello che la società esige da noi è esattamente tutto ciò che pretende da tutte le altre donne. Dunque immaginate le pressioni sociali su una donna di trenta, quaranta, cinquanta anni o più e moltiplicatele per mille quando quella donna non solo non riesce a far fronte agli impegni ma a lei viene attribuita la colpa per non essere all’altezza, per non saper seguire ritmi frenetici, per non essere sveglia a sufficienza, mentre i farmaci lasciano un margine per farci dormire e poi restituirci stanche alla giornata. 

Pensate ad una donna che ha una relazione o dei figli, che ha dei familiari di cui prendersi cura mentre dovrebbe prendersi cura di sé stessa. La salute mentale in Italia non viene considerato un limite per alcuni obblighi. Una donna con malattia mentale può ancora fare figli sebbene poi subisca il ricatto dei servizi sociali che vorrebbe toglierglieli perché, appunto, malata mentale. Ho conosciuto una donna, madre di due splendidi bambini, alla quale veniva detto che doveva fare la brava, per loro, dunque da anoressica, con disturbo bipolare, doveva completamente affidarsi alla cura degli psichiatri sebbene in passato con lei avessero sbagliato del tutto terapia. 

Lo stesso vale per me che per 10 anni sono stata in terapia con farmaci che non mi hanno aiutata e solo adesso, con una psichiatra che dapprima mi sembrava ostile, ho appreso di poter ricominciare a ragionare su me stessa e riprendere in mano la mia vita. Quindi dovete anche sapere che le difficoltà cui andiamo incontro sono tante e tali da indurci a volte in stato di confusione, non sappiamo di chi fidarci e se femministe abbiamo difficoltà a lasciare che altri prendano il controllo su di noi. Il rifiuto della malattia mentale avviene soprattutto quando pensi di poter determinare la tua vita e rimani immobile di fronte all’impossibilità di poter fare tutto da sola, come ci hanno sempre insegnato. 

La mente delle donne non è qualcosa di diverso dai nostri corpi, e può essere banalmente colonizzata, manipolata, se in stato di vulnerabilità, in questo ci serve sostegno affinché nessuno possa dire che quel che pensiamo sia dovuto alla malattia. Affinché nessuno ci tratti come persone inutili, invisibili, prive di intelligenza. L’intelligenza della donna che soffre di una malattia mentale non è diversa da quella di qualunque altra donna. Dobbiamo solo superare e affrontare difficoltà diverse, perciò è necessario che si rifletta sulla nostra inclusione, sull’incoraggiamento a non specchiarci in uno stigma ma semplicemente in uno stato cosciente e consapevole di quello che stiamo vivendo. 

Le donne si vergognano e si sentono in colpa per molte ragioni, prime tra tutti quelle che non ci rendono utili a interpretare ruoli sociali definiti dal patriarcato per tutte noi. Le donne che soffrono di una malattia mentale possono maturare un senso di colpa ancora più alto e considerare ideazione suicidaria a partire dalla sensazione di inutilità che ci colpisce. Se esistesse una politica di inclusione sociale e del lavoro per le persone con malattie mentali di certo non avremmo questo problema e si potrebbero prevenire molti suicidi. Ma la salute mentale non è fatta per riparare torti sociali o per intervenire sui ruoli che dobbiamo svolgere. La salute mentale si occupa solo di darci farmaci e in qualche caso, con l’ausilio di operatori, fino ad una età al di sotto dei 50 anni, almeno in questa regione, parlo della toscana, del recupero socio lavorativo delle pazienti che hanno problemi forse assai più gravi del mio. Per il resto restiamo in mare aperto, nuotando in ogni direzione, tentando di fare tesoro di ogni consiglio ricevuto e cercando di fondare la nostra forza sulla convinzione che la malattia mentale può colpire chiunque e non dobbiamo vergognarcene. 

Spero con questo scritto di non aver sovradeterminato nessuna o di non aver offeso nessuna. Quel che semplicemente voglio dire è che siamo vive, quindi ve ne prego, non lasciateci sole. Grazie.

Eretica Antonella

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