Quando la Sicilia stava per sprofondare e i fumi delle eruzioni vulcaniche avvolsero l’isola ci fu un gran dibattito su chi ottenesse maggiori privilegi nel momento dell’evacuazione. Paternalisti che individuavano donne in età fertile per farle migrare presso famiglie in cui uomini scapoli esigevano servizi sessuali e riproduttivi si lanciarono in una campagna di promozione delle femmine sicule.
Venivano descritte come perfette schiave al servizio di mariti e figli, ottime fattrici dagli enormi allattanti seni. Le radunarono ai confini dell’isola, in un ambiente controllato affinché fossero visitate e venisse loro concesso il marchio utile per l’ammissione nella terra ferma.
D’altro canto si formò una banda di sabotatori che affermavano di non poter sopportare la discriminazione cui erano sottoposti a causa di quelle donne. Dicevano che le donne erano semplicemente avvantaggiate da ciò che tenevano in mezzo alle gambe e che i maschi subivano di tutto pur di poter oltrepassare lo Stretto.
Per punirle le rapivano e stupravano perché portassero in grembo un figlio erede della spavalda combinazione di geni maschilista altrimenti estinti. La pulizia etnica si svolgeva con la stessa convinzione buona per fanatici dell’ultima ora. Quei maschi giuravano vendetta contro le donne che gli avrebbero soffiato il posto e dando sfogo a perversione e violenza le sfiguravano perché infine non venissero scelte in alcuna fase dell’evacuazione.
Le sfregiate e gravide rimasero perciò nell’isola e nessuno seppe realmente in quale luogo si rifugiarono. Certo è che agirono rapidamente e indisturbate nel momento in cui salpò la nave con gli stupratori giudicati utili riproduttori della specie. Colò a picco in pochi minuti e dei passeggeri non si vide più neppure l’ombra. Dalla terra ferma fecero sapere che le terroriste avevano sottratto potenziali eiaculatori che avrebbero potuto fornire benefici a molte altre donne. Qualcuno riferì che a bordo della nave, poco prima del naufragio, fu intravista una bandiera con il simbolo femminista e lo slogan “Non esportiamo stupratori”.
E la storia continua.
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