Antiautoritarismo, Antifascismo, Autodeterminazione, Contributi Critici, Culture, R-Esistenze, Salute Mentale

Di devianze, manicomi, stigmi e cose da ricordare se parliamo di malattie mentali

Le ultime affermazioni, gravissime, da parte di fascisti che continuano a parlare di “devianze”, riferendosi a disturbi fisici e/o mentali, richiedono una ulteriore analisi. Il punto è che si tratta di opinioni diffuse e ancora culturalmente legittimate, poiché siamo in un periodo di pieno revisionismo storico serve delineare un quadro di quel che era ed è in relazione alla psichiatria. Dalla monarchia al governo fascista, con il codice Rocco, la malattia mentale veniva definita devianza dalla norma in senso antisociale ed era trattata come un problema di ordine pubblico. Manicomi e carceri erano simili nel ruolo di contenimento della “devianza” per consentire maggiore tranquillità sociale. Lo psichiatra era  – per dirla alla maniera usata da Franco Basaglia – un funzionario del consenso che agiva in senso repressivo per lenire il conflitto di classe. Le istituzioni manicomiali erano strapiene di gente povera e che non rispettava le norme imposte. Non era diverso dalla destinazione d’uso fatta dai nazisti nei campi di concentramento. Quando Basaglia e i suoi colleghi arrivarono nel manicomio di Gorizia trovarono reparti stracolmi di persone definite come deviati cronici, la cui cronicità era documentata in appositi registri che venivano custoditi in questura. Si riteneva che il malato mentale fosse un criminale, veniva considerato tale, pur se non aveva mai commesso alcun crimine. I metodi usati per il contenimento di questi “deviati” andava dalla legatura mani e piedi, dall’imprigionamento con gabbie lucchettate disposte attorno ai materassi, dall’obbligo di indossare il “corpetto” o camicia di forza, dall’elettroshock punitivo, dalla strozzatura della persona malata mediante panno bagnato, premuto sulla faccia, mentre qualcuno versava altra acqua. Vi ricorda qualcosa? 

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Antiautoritarismo, Antirazzismo, R-Esistenze

I migranti morti in mare non sono numeri: sono esseri umani!

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Vi prego di scusarmi, perché di solito non tocco corde emotive per parlare di temi delicati, perché preferisco prendere distanza e rimettere assieme i pezzi, per raccontare le responsabilità politiche, per analizzare fino in fondo. Certe immagini a me danno fastidio perché penso che impediscono di ragionare, ma in questi giorni ho letto tante stronzate, prove di disumanizzazione, cifre, numeri, statistiche, e il fatto è che quando si parla di morti in mare non si parla di oggetti. Non sono incidenti di percorso e non sono vittime accettabili. Da troppi anni il numero delle vittime è tanto e tale che invece che mandare i militari a sorvegliare le coste per non fare entrare stranieri ci sarebbe stato bisogno di una azione umanitaria, di accoglienza, di rispetto nei confronti di persone che sfuggono alla miseria e alla guerra. A dire che tanto è disumano oggi è rimasta solo la chiesa cattolica, e per me che sono laica è dura dover ammettere che non c’è nessuna organizzazione e nessuna voce politica che urli fortissimo, con coraggio, che tutto ciò va definito per quel che è: un crimine. E non è un crimine solo quello che fanno gli scafisti,  ma lo è per chiunque osi parlare di stranieri come di barbari da allontanare, sui quali sparare, da affondare. Ma avete dimenticato chi siete e da dove venite? Davvero pensate di essere nati dal buco del culo della madre patria italica? Ma com’è che siete diventati (o siete sempre stati) così razzisti. Perché non andate a leggere un po’ di Hannah Arendt, la banalità del male, e altri, tanti, libri di storia, che vi spiegheranno come il razzismo sia un male che produce orrori?

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Antiautoritarismo, R-Esistenze

Psichiatrizzazione e disumanizzazione delle detenute

Quando si batte il tasto del securitarismo e della repressione si alimenta l’industria del salvataggio a garanzia della sicurezza dei cittadini e delle cittadine per bene. Quando si alimenta quell’industria e tutti i ragionamenti, incluso quelli che parlano di violenza sulle donne, finiscono con il consegnare le nostre speranze e soluzioni tutte quante ai tutori e alla galera riaffermiamo e rilegittimiamo quanto avviene nelle carceri. Luoghi in cui la dignità della persona non esiste, dove la psichiatrizzazione dei soggetti rende quel che c’è dentro quelle mura identico alla dimensione di tanti manicomi così com’erano un tempo. Lo raccontano in tant*. Stavolta ve lo faccio raccontare dalle detenute del carcere delle Vallette che per protesta indicono una “battitura” il 4 dicembre.

da Baruda:

Stralci di una lettera dalle Vallette.
04/11/2013

(…) Mi trovo tutt’oggi ancora ai Nuovi Giunti. Sono stata trasferita il 22 luglio. Io come altre detenute, siamo al livello di non ritorno dalla quasi pazzia. In teoria nei Nuovi Giunti puoi starci massimo 15 giorni.

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