Il venerdì è il giorno della corsa tra matti. Dovrei recarmi a quell’appuntamento. L’operatrice aspetta e poi ci sono i matti. Immagino non siano riconoscibili se non per il fatto che il loro sole è oscurato dall’eclissi permanente che oscura le nostre menti. Così procedevo, senza sicurezza. Mi chiama una signora vicina del palazzo. Mi dice che ha visto prelevarmi da una finestra il fatidico giorno in cui… già, lo so, c’ero anch’io. Eppure non mi sembri… come…. Pazza? Lo sono invece. Pazza da legare, si dice così. Come pensava di trovarmi? Capelli a parte, ma il taglio mi è venuto male, è che non credo più all’amore e dunque le mie forbici anarchiche hanno dato del loro peggio. Pensavo fossi quieta, dice, un po’ più quieta. Non è così che sono i depressi? Minaccio un urlo e lei scappa. Devo averle fatto una gran brutta impressione. D’altronde l’accordo con il vicinato lo tiene quell’essere sano del mio ex. Io non ne ho mai conosciuti, di vicini, non vedo perché debba raccontargli i cazzi miei. Però lo sguardo, lo stesso del mio ex mentre parlavo, come se si aspettasse mi avessero fatto una lobotomia. Invece parlo e penso pure. Mi so difendere. Che stigma atroce esiste sulla malattia mentale.
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Tutte le persone a cui mi avvicino mi fanno del male?
In un precedente colloquio con lo psicologo mi aveva fatto comprendere che negli anni in cui mi rifiutavo di ascoltare tutto e tutti in realtà avevo smesso di ascoltare me stessa. Ho pensato molto a questo e ci ho pensato talmente tanto da far emergere tutti i ricordi dolorosi che custodivo fino al punto di rendermi conto di aver vissuto un matrimonio in cui sono stata ridotta al ruolo di comparsa utile allo psicodramma messo in scena da mio marito, vittima di una donna depressa. Ho delle ragioni precise per pensare che lui stesse replicando con me il rapporto che hanno i suoi genitori ma di questo parlerò con lui faccia a faccia senza permettergli di farmi sentire ancora in colpa o di pensare al suicidio per liberarlo dalla mia opprimente presenza.
Continua a leggere “Tutte le persone a cui mi avvicino mi fanno del male?”Sono “anormale” e me ne vanto!
Ogni volta che leggo commenti su una pagina facebook subito dopo quasi me ne pento. Non perché io sia una snob ma perché mi sento davvero offesa da certe affermazioni. Che si tratti di un omicida, di un violento, di un omofobo, di un fascista, di uno che aggredisce i passanti o di una persona che scrive cose orribili la giustificazione è sempre la stessa: pazzo, malato mentale, da Tso, deve farsi curare, da rinchiudere, eccetera. Così non si fa altro che dimostrare tutto il contrario di quel che spesso si vuole dire. La violenza di genere, per esempio, è frutto della cultura sbagliata che viene diffusa anche grazie a queste giustificazioni. Non si realizza per pazzia ma perché quella cultura appartiene a chi commette quei crimini. L’omofobia/transfobia, anche quella, è frutto della cultura che legittima ogni aggressione a persone gay, lesbiche, trans.
Psichiatria e farmaci: non rappresentano sempre il demonio
Vorrei raccontare il mio punto di vista su un argomento che penso vada trattato senza usare stereotipi. Leggo i commenti sotto un post che parla di depressione e tali commenti generalizzano su quel che è oggi la psichiatria e sulla pericolosità degli psicofarmaci. Dal personale al politico, eccomi.
Anch’io so quanto sia stata dannosa la psichiatria per le donne e quanto potrebbe esserlo ancora oggi ma, la mia esperienza mi dice che, bisogna valutare di caso in caso. Dopo che mi è stato diagnosticato un problema che richiede terapie continue la mia voglia di vivere e lottare per un po’ è venuta meno. Non sapevo fino a quel momento quali effetti potesse avere la depressione. Soffrivo già di disturbi alimentari ma non avevo considerato di rivolgermi ad uno psichiatra. Avevo invece intrapreso un rapporto di analisi con una brava psicologa che mi ha aiutato molto. La vita, le tante cose da fare, hanno fatto il resto. Fortuna che ci sia un lato di me che prende le cose con ironia e anche questo mi ha aiutato.
Ma quando mi sono sentita vulnerabile e impotente tutto è tornato a galla e quel tutto comprendeva un livello di depressione che mi ha impedito di uscire di casa per molto tempo, ha resettato i miei tempi di vita, non avevo interesse per tante cose che mi avevano reso attiva fino a quel momento e con molta difficoltà, conoscendo le battaglie dei collettivi antipsichiatrici, ho dichiarato a me stessa che non ce l’avrei fatta da sola e così ho chiesto aiuto.
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Lo stigma sulla “tossica” e la sua povertà sono altre cause della sua morte
Lei scrive:
Cara eretica, ho compiuto ventuno anni da poco. Quando avevo sedici anni ero una tossica e frequentavo “brutti” ambienti”. A me poteva accadere quello che è successo ad altre ragazze. Sono stata fortunata e non mi sento diversa dalle ragazze che vengono giudicate male, sempre che chi le stupri o le uccida non sia uno straniero. In quel caso il cattivo giudizio si trasforma in una beatificazione della vittima perché se la vittima non è beatificata allora il “nero” di passaggio non può essere colui sul quale si sfoga tutto l’odio di chi sa solo odiare.
Quello che io vorrei fosse chiaro è che in certe situazioni non è l’ambiente ad essere brutto ma brutta è l’indifferenza di una società che ti getta in un angolo, che ti tratta come immondizia perché si pensa che se ti droghi sia totalmente colpa tua. Ho visto tante persone drogarsi di nascosto. Figli di papà cocainomani, padri di famiglia che sniffavano eroina, donne eleganti che si facevano di tutto e di più. Quello che voglio dire è che la differenza tra me e loro erano i soldi. Se io avessi avuto i loro soldi non avrei corso certi rischi. Avrei potuto drogarmi in un salotto firmato senza rischiare niente. A meno che non ti fai un’overdose perché vuoi crepare.
I ricchi arrivano nelle periferie solo per comprare e a volte non fanno neanche quello perché hanno l’amico ricco che si fa più ricco vendendo droghe. Quello che ci separa è la classe di appartenenza. Nessuno ha pensato al perché alcune vittime si trovassero in certi ambienti. Nessuno ha analizzato il perché del fatto che i drogati si nascondono. Se non hai un posto dove andare o se non hai il papino che ti paga l’appartamento in centro non hai molta scelta. Se ci sono i fascisti che continuano a criminalizzare il tossico come categoria rognosa della società, al punto da riempire le galere di poveri, per lo più immigrati, solo perché in possesso di un paio di canne di hashish, quel tossico viene disumanizzato.
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Quando la vittima è una “straniera” con lo stigma della “prostituta” e l’assassino è (solo) un italiano
Se non sei straniero non fai notizia o la notizia non viene commentata così tanto. Non c’è nessuno che mette il mostro in prima pagina e nessuno poi si scomoda per raccontare delle pene orribili subite da una donna rumena. Ma come: non erano i rumeni i cattivi della situazione? Eppure hanno respinto in massa l’intento omofobico di un referendum promosso dalla destra. Eppure il killer seriale, stupratore, femminicida di cognome fa Esposito e si tratta di un italiano. Uno di quegli italiani che la Lega difende dicendo che le atrocità sarebbero commesse da stranieri.
Lo stigma della puttana: un approccio non proibizionista al lavoro sessuale
di Pia Covre (da La Falla)
Parlare di prostituzione o di sex work (lavoro sessuale) oggi, implica avere presente un ampio spettro di fatti, leggi e soggetti, contrariamente alle semplificazioni che vengono attuate dalla maggioranza dei media o nel dibattito generale, che di volta in volta rendono visibili solo porzioni di un mercato che è assai variegato.
Quello che nel mondo viene genericamente definito il “mercato del sesso” va, infatti, dai bordelli alle saune, dagli strip-club agli angoli delle strade, dai set dei video porno agli appartamenti, dalle agenzie di escort alle cam-girl. Ci lavorano donne, uomini, transgender e transessuali. Essi costituiscono una comunità di lavoratori e lavoratrici che, a seconda dei contesti sociali e legali del Paese dove operano, delle condizioni personali e dell’età, possono operare autonomamente oppure in forma dipendente da terzi che gestiscono e organizzano il loro lavoro. Un esempio sono i bordelli in Austria, dove la prostituzione è legale con licenza, o i grandi eros center in Germania e Austria, in cui il/la sex worker affitta i servizi ma decide in maniera autonoma sul proprio lavoro. Quest’ultima è attualmente l’opzione più comune in Europa, nei Paesi dove il lavoro sessuale è regolamentato.
La condizione di autonomia è soggettiva e dipende ovviamente molto dalle opportunità, dalla consapevolezza e dall’autodeterminazione. A volte ci sono circostanze che la limitano pesantemente, ci sono persone che sono obbligate a prostituirsi contro la propria volontà e con forti pressioni e abusi; fra queste, vi sono anche vittime di tratta. Continua a leggere “Lo stigma della puttana: un approccio non proibizionista al lavoro sessuale”
Vorrei fare la camgirl ma mi sento insicura
Lei scrive:
Cara Eretica, sono una donna di 40 anni e sono disoccupata da due per motivi prima di famiglia e poi perché reinserirsi nel mercato del lavoro per me è molto difficile. Non ho particolari titoli e specializzazioni e mi sono fermata al diploma che come sapete non serve a molto. Avevo maturato un po’ di esperienza in un settore ma ora non spendibile perché dalle impiegate si aspettano la luna e io non gliela posso dare. Mi sono molto flagellata pensando fosse colpa mia, perché ho lasciato gli studi e perché mi sono dedicata a tante cose che non mi sono utili adesso. Ciascuno crea il proprio destino, mi dicevo. Poi ho cambiato idea. In realtà il destino lo crea chi gestisce l’economia e lascia che i datori di lavoro trattino le persone come oggetti da sfruttare e poi da buttare via.
Un giorno mi sono imbattuta in un tizio su facebook e con lui abbiamo prima stretto un’amicizia e poi abbiamo cominciato a scambiarci video e foto erotiche. Prima di quel momento mi sentivo una chiavica e non pensavo di poter ancora suscitare un certo tipo di emozioni. Mi sono ricordata dei tuoi post sul revenge porn e ho pensato alla soluzione che proponi. Se lui un giorno mi tradirà io pubblicherò le mie foto autonomamente. Non mi interessa e non mi sento in colpa per quello che ho fatto.
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Cosa fai se la persona che ami soffre di disturbi psichiatrici?
Relazioni e malattie psichiatriche. Meglio: avere una relazione con una persona che soffre di una malattia psichiatrica. A parte la definizione che può risultare più o meno controversa o più o meno stigmatizzante quel che vorrei approfondire, con il vostro aiuto, come sempre, con le vostre storie e le vostre esperienze personali, è il fatto che una relazione con una persona affetta da un qualunque tipo di disturbo sia di fatto una scelta consapevole o una scelta in presenza di ricatti emotivi e sensi di colpa.
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La mia storia da webcam girl
Lei scrive:
Ciao Eretica,
Vorrei raccontare la mia storia (anonimamente per favore) della mia esperienza come webcamgirl. L’anno scorso per 2-3 mesi ho fatto la webcamgirl, il motivo non e’ molto chiaro nemmeno a me. Era sopratutto per sentirmi in grado di sedurre dopo alcune brutte esperienze con gli uomini, e imparare ad essere confidente nel mio essere sensuale, capire meglio gli uomini in alcuni sensi, divertirmi (anche se a volte non era affatto divertente…) e provare i miei limiti, capire cosa si prova facendo un lavoro del genere e, essendo una studentessa universitaria anche sentirmi un po’ piu libera con le spese (non sono italiana e il valore dei soldi che ho sono quasi 5 volte meno dell’euro). A quel punto avevo avuto dei rapporti sessuali con delle persone per me poco significative ma mai la penetrazione (per scelta mia). Con questa esperienza ho imparato tantissime cose sia sul mio corpo, sia sugli uomini, sia sul funzionamento del mondo e le mie capacità.
L’insulto gratuito per chi vuol fare il sex worker
Lui scrive:
Cara Eretica,
non sto a perdermi in 200 righe di ringraziamenti e complimenti, ma ci sono. Andiamo al dunque.
Sono un giovane uomo di 33 anni (ma mi dicono che ne dimostro meno) e ultimamente mi sono capitati fatti interessanti.Continua a leggere “L’insulto gratuito per chi vuol fare il sex worker”
Lo stigma sui disturbi mentali: io sono proprio come voi!
Lei scrive:
Sono una donna di 24 anni, in terapia da quasi 2 e sempre da quasi 2 uso uso psicofarmaci. Soffro di DOCDP, cioè, disturbo ossessivo compulsivo della personalità, fin da quando me lo posso ricordare (prima infanzia) e di depressione da quando avevo 10 anni che, se entro 2 anni non viene curata adeguatamente, si trasforma, come nel mio caso, in depressione cronica. Soffro di ansia sociale e di disturbo da stress post-traumatico. Ho pensato a suicidarmi talmente tante di quelle volte che, se le impilassimo tutte, una sopra l’altra, lo zenit di questa piramide metaforica arriverebbe a toccare l’infinito punto dove due rette parallele, finalmente, si incontrano. Ora sto meglio. A volte ci penso e mi rattristo, perché non mi ricordo com’è successo. Prima ero là, al buio e ora qua e… Ma lasciamo perdere.
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Stigmi e miti sulla verginità
Questo video sfata alcuni miti riguardanti la perdita di sangue dopo la “rottura” dell’imene. È stato realizzato da due ragazze che hanno studiato medicina e che cercano di dare il loro contributo contro tutti i fenomeni di “honour killing” e in generale di shaming delle donne che non sono più vergini. Questo video può essere di grande aiuto per tutte le ragazze, in particolar modo a quelle che si fanno venire dei veri e propri complessi sul dolore dell’atto sessuale e non riescono a continuare quando si trovano in intimità. Chi ci segnala il video conosce una ragazza che ne soffre e, avendo 25 anni, ha dovuto rinunciare a delle relazioni importanti per questo problema.
#Mantova: festa benefit per il prete che ha stuprato due sex workers
Marghe scrive:
Cara Eretica,
ti scrivo per segnalarti quanto sta succedendo a Mantova, nel cuore della Lombardia, dove un gruppo di parrocchiani ha organizzato una festa benefit (avvenuta con successo) dedicata a don Walter Mariani, un prete condannato in via definitiva a sei anni e due mesi di carcere per violenza sessuale su due donne. Questo personaggio gestiva un centro “di recupero” per sex workers nella provincia di Mantova, e si è macchato di abusi nei confronti di almeno due di loro, che hanno poi deciso di denunciarlo, nonostante le intimidazioni subite, l’aura di santità che avvolgeva questo “salvatore” e ovviamente lo stigma nei loro confronti come soggetti inaffidabili e ingrati che si stavano rivoltando contro il proprio “salvatore”.
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La mia storia di accettazione
Lei scrive:
“Sono una donna di cinquant’anni e seguo abbatto i muri che trovo interessante con grandi spunti di riflessione.




