Autodeterminazione, Pensieri Liberi, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Cronache postpsichiatriche: personal politico e femminismo a sud

Appunti per la mia autobiografia.

Nel mio periodo tecnologico, come dicevo, ebbi modo di conoscere compagne di collettivi femministi che mi insegnarono tante cose. Non solo che il personale è politico ma che l’autodeterminazione vale per ogni categoria di donna cis o trans che respira assieme a noi. Qualunque sia la scelta che vorranno fare sarà giusta per loro e quel che da femministe dovremmo fare è essere da supporto a tutte le rivendicazioni che queste donne faranno. Conobbi così le sex workers, approfondii il transfemminismo, mi misi a studiare il femminismo postcoloniale e ci ritrovai un pezzo di me. Può sembrare fuori luogo ma è così. Fino a quel momento ero cresciuta leggendo i paginoni de L’Unità in cui le varie parlamentari del Pci ci spiegavano cosa fosse il femminismo della differenza ispirandosi a Luce Irigaray senza però capirla. Non trasmettevano il messaggio della grande Carla Lonzi. Volevano solo che tornassimo a ripensarci come dedite alla cura, nel rispetto dei tempi da dedicare alla famiglia e ai figli, in quanto donne. Asserivano l’importanza della differenza tra uomini e donne e ci rimandavano tra le braccia dei patriarchi che altro non volevano se non proprio che tornassimo a quei ruoli. Niente più concorrenza con i maschi per occupare professioni che non ci permettevano di avere il tempo di stare con la famiglia. Niente più parità di diritti ma la richiesta del rispetto della politica dei tempi. Il tempo per la cura, il tempo, part time, per il lavoro, il tempo per noi.

La politica dei tempi fu assai utile quando fu approvata la prima riforma che precarizzò il lavoro. Che bello, dicevano le femministe della differenza. Così avremo più tempo per la cura. Lavori part time, non a tempo indeterminato, contratti co.co.co che poi diventarono a progetto. Luce Irigaray avrebbe bestemmiato in aramaico a sentir usare le sue citazioni per giustificare questa rivoluzione in favore di aziende che così avrebbero avuto gioco facile nei licenziamenti. Senza contare il fatto che finchè non si approvò, molti anni dopo, il divieto di far firmare fogli in bianco, dimissioni preventive, le donne in gravidanza non potevano godere di alcun diritto. Anzi. Essere donne diventava di nuovo una cosa da penalizzare. Ed eccoci ancora precarie, spesso disoccupate, ma felicemente attente nella cura dei familiari, dopo che la generazione di femministe precedenti aveva fatto il diavolo a quattro per farci ottenere uguali diritti nel mondo del lavoro.

A parte i paginoni de L’Unità unica fonte che riportava scritti femministi in Italia era Il Manifesto, ma solo per le accademiche riconosciute. Oltretutto le case editrici traducevano in italiano libri femministi provenienti da altri mondi solo se compatibili con quella linea dettata dalle femministe della differenza. Ciò che non avevano messo in conto fu il fatto che internet diede a tutte noi, quindi ai collettivi femministi portatrici di altri punti di vista, l’opportunità di autorappresentarci. Non serviva essere accademiche per ottenere una pubblicazione. Bastava un click e le idee cominciavano a viaggiare velocemente. Molto più rapidamente di quanto non viaggiassero le idee delle old feminist che di tecnologia sapevano molto poco o niente.

Così mentre seguivo i gruppi che ruotavano attorno hackmeeting e Indymedia scoprii che il network indipendente Autistici/Inventati aveva rilasciato un programma per blog: Noblogs.org. Il programma era ancora da testare e con il nick name FikaSicula creai il blog Femminismo a Sud (Storie di egemonie culturali e pretese uguaglianze. Dal margine: nel tempo in cui tutti dicevano di avere capito!). In testa alla pagina volli mettere la foto di Tano D’amico Lotta per la Casa che rappresentava tutto quello che volevo dire. Storie dal margine, secondo la lezione di bell hooks, diventò un aggregatore di voci di vari collettivi fino a quel momento senza visibilità online. Ben presto attorno a Femminismo a Sud si raggrupparono diverse persone, uomini e donne, femministe e disertori del patriarcato, come li chiamavamo noi. Pubblicavamo i comunicati dei collettivi, raccontavamo un femminismo che sentivamo vicino alle nostre corde e la conoscenza di lingue straniere ci permise di pubblicare traduzioni di brani inediti in Italia che raccontavano un altro femminismo. Era il femminismo della terza onda, sex positive, transfemminista, queer, intersezionale, antirazzista, antifascista, postcoloniale e via di seguito.

Mentre in parlamento vedevi le parlamentari Mussolini e Turco l’una in braccio all’altra per affermare l’unione tra tutte le donne, noi stabilivamo una separazione netta in nome dell’antifascismo, l’antirazzismo, per esempio. Raccontavamo un femminismo che partecipava alle lotte di ogni giorno, alle occupazioni, che resisteva agli sgomberi, che non si inchinava al paternalismo dello Stato quando diceva di volerci proteggere. Noi non volevamo la protezione di forze che applicavano la repressione contro chiunque trasgrediva l’ordine costituito. Eravamo anarchiche e ce ne vantavamo. Il blog ebbe una immediata visibilità, essendo unico nel suo genere, e a Femminismo a Sud seguirono altri blog, sempre sulla stessa piattaforma. La visibilità fu talmente tanta che alcune delle femministe della seconda onda vennero a far capolino con commenti totalmente fuori luogo. Ci fu chi disse che era sessista il nick name FikaSicula, chi invece cominciò a ruminare bestemmie sul supporto dato alle sex workers e alle trans. Al nostro desiderio di decostruire e capovolgere il significato di parole che ci venivano offerte come insulti rispondevano che non era cosa da farsi. Se scrivevo “sono puttana e me ne vanto” apriti cielo. Era una rivoluzione.

Dato che parecchie femministe avevano una scarsa conoscenza dell’uso della tecnologia cominciai a dare supporto alle donne che volevano aprire un blog e da lì derivarono due iniziative nazionali, Feminist Blog Camp, la più fortunata a Torino e l’altra un po’ meno seguita a Livorno, in cui confrontare idee e condividere saperi. La condivisione dei saperi era la cosa più importante di tutte perché era necessario, comunque ognuna la pensasse che ciascuna potesse avere la possibilità di aprire un blog e ottenere eguale visibilità. Perciò tramite Femminismo a Sud per un periodo si raccontavano tante realtà, anche di idee differenti. La dialettica femminista era aperta e finalmente raccoglieva opinione fino a quel punto marginalizzate da chi voleva egemonizzare tutto.

Come tutti i progetti quello di Femminismo a Sud ebbe un inizio e poi anche una fine. Molte persone che vi partecipavano aprirono propri blog o si specializzarono in specifici campi nei quali continuano a brillare favolosamente. Sono felice al pensiero che possa essere stata un po’ una scuola di attivismo per tanti e tante, inclusa me. Quando non fu più necessaria la sua presenza Femminismo a Sud abbassò le vele, nel frattempo all’orizzonte si potevano intravedere tempeste su rotture tra femminismi generati proprio dal fatto che continuava ad esistere una corrente di pensiero con volontà di egemonizzare e un’altra che voleva continuare a confrontarsi in giro e ad apprendere dai femminismi che il mondo ci lasciava in eredità.

Così il femminismo della differenza, o per lo meno chi diceva di rappresentare quella corrente, si trasformò nell’attuale femminismo radicale, copia del radical feminist che si oppone al transfemminismo, o alle persone trans in generale, e al sex working. Le rappresentanti di quel femminismo cominciarono a scrivere pezzi transfobici su giornali ultracattolici e nel frattempo, per fortuna, si formò il movimento nazionale Non Una Di Meno, transfemminista, con le sex workers, antirazzista, antifascista, contro la violenza di genere e maschile.

E io? Che facevo in quel periodo? Prima che prendesse vita il blog mi ero trasferita a Firenze per lavoro. Dopo due anni di convivenza con il mio quasi ex compagno ci sposammo. Non ne ero sicura ma pensavo di meritarmi un po’ di stabilità e la regione Toscana favorisce i ricongiungimenti matrimoniali secondo le regole della sanità locale. Non scherzo. Prima del matrimonio avevo vissuto un anno abbastanza di merda. inizi del 2003 ero incinta, senza volerlo. Dissi, non di nuovo. Eppure mi sembrava il momento giusto, ero più grande, sapevo cosa fare, ma io e lui ci guardammo negli occhi e decidemmo di no. Non ero alla menopausa ma sarebbe arrivata nel giro di una decina d’anni, perciò l’ultima occasione. Fissato il colloquio al consultorio dissi decisa di voler abortire e fissarono l’intervento a pochi giorni prima dello scadere dei tre mesi. E furono tre mesi d’inferno. Fisicamente stavo malissimo, molto più che nella prima gravidanza. Il mio compagno non era pronto a comprendere quel che stavo vivendo e dichiarava di sentirsi trascurato mentre io non riuscivo neppure a sopportarne l’odore. Gli ormoni fanno uno strano effetto. Il mio olfatto era cambiato, il gusto, tutto. Quei tre mesi mi tolsero un altro grado di miopia, vissuti con sentimenti contrastanti e un piglio rancoroso nei confronti del mio compagno. Ma non era colpa sua se la precarietà ci aveva costretto a quella decisione. Non potevamo farcela e non avrei dato via un altro figlio ai genitori miei o suoi. Non ero stata una buona madre la prima volta dunque non potevo esserlo neppure in questo caso. Vomitavo a tutte le ore, ogni movimento del mio compagno a letto mi faceva venire la nausea. Lui finì a dormire in un materassino per terra e io a piangere senza una ragione mentre mi venivano in mente cose illogiche partorite dall’educazione ricevuta. Lui non l’ha voluto perché non vuole un figlio da me perché se avesse voluto un figlio da me allora avrebbe detto sì. Nulla di più idiota. Finito l’intervento mi sentii meglio. Era stata la decisione giusta. Non fosse che in sala operatoria ci trattavano come mucche in fila da anestetizzare e poi da svuotare. L’aborto, per chi si oppone, sappiatelo, non è mai una cosa semplice. E’ una scelta solo nostra, e nostro deve restare il dolore o il sollievo. Io li provai entrambi. Con lui non potei parlarne granché. Non poteva capire. Lui non può mai capire in questi casi. Ma sapevo che sarebbe stato il padre migliore del mondo. Se mai avessi avuto un’altra possibilità per fare un figlio lo avrei voluto con lui. O niente. L’anno dopo ci sposammo, e fu un matrimonio all’insegna dell’attivismo. Pezzi di collettivi sparsi invitati a nozze civili. Io in mimetica, come se stessi andando in guerra, lui vestito bene.

Ero serena, felice. Poi nel 2004 ebbi le prime avvisaglie di depressione. I disturbi alimentari si acuirono, dopo la gravidanza non riuscii a tornare al mio peso d’origine. Un’amica mi consigliò di rivolgermi a psichiatri specializzati in quella patologia e così andai a Careggi, al Cubo. Feci su e giù per molto tempo, poi smisi. Pensavo di stare meglio. Nel frattempo proseguivo con le mie attività ma avevo difficoltà nel cercare e trovare lavoro. Chilometri e chilometri per sentirmi dire che le mie qualifiche erano troppe o troppo poche. Ricominciai a fare la cameriera in una pizzeria di periferia, nel tempo libero scrivevo e mi dedicavo all’attivismo femminista. La crisi successiva fu più forte, rimasi immobile, sul divano, senza aver la forza di uscire o fare altro. Tornai a Careggi e stavolta mi diedero dei farmaci. Fui ricoverata in day hospital varie volte, per la rieducazione alimentare. Parlavo ogni giorno con la psichiatra specializzanda di riferimento. Ma non riuscivo a combatterla, la depressione. Non riuscivo più neppure a stare dietro il blog e la pagina facebook che nel frattempo era diventata un ricettacolo di hater, uomini e donne furibonde per le mie posizioni politiche, donne perfide che mi insultavano ad ogni occasione, uomini che facevano cyberstalking e cyberbullismo. Non riuscii a superarlo e fu la prima volta che presi più farmaci del dovuto per dormire un altro po’.

Il mio compagno si rese conto del mio respiro affannato e i volontari sanitari mi portarono a tossicologia a Careggi. Non era nulla di particolare ma avevo esagerato un po’. Da allora la mia diagnosi è Depressione Maggiore. Ed è da allora, ormai alla fine degli anni 2010, che assumo farmaci, con incontri abituali con la specializzanda psichiatra e senza aver mai voluto o potuto andare in psicoterapia. Non stavo bene, non uscivo molto, non riuscivo a concentrarmi e dover prendere l’auto, parcheggiare, vestirmi e incontrare qualcuno diventava per me una fatica immane. La terapia farmacologica però mi teneva in equilibrio, sono stata bene, ho potuto fare tante cose, ho anche viaggiato e nel frattempo altri mali incombevano. Il mio sistema immunitario era diventato spazzatura, il mio corpo generava cose cattive. Subii due interventi e terapie conseguenti. Via tutto, già che c’eravamo via anche un pezzetto qui e là per stare meglio. E nonostante questo la depressione non passava.

Alla prossima

Eretica Antonella

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