Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

La violenza nella famiglia tradizionale e cristiana

Lei scrive:

Cara Eretica, voglio condividere la mia esperienza su un’infanzia caratterizzata da maltrattamenti e violenze. Non solo in famiglia ma anche all’esterno. L’unico luogo di socializzazione in paese era la chiesa e per me è stato un calvario. Lo consiglio a tutti perché se ne esci viva poi capisci quanto la religione massacra le donne. Nel mio caso le bambine.

I miei erano religiosi a modo proprio e mi hanno mandato da piccola dalle suore, a pagamento. Queste arpìe non solo davano bacchettate sulle mani ma mi obbligavano a pulire. Questo per loro era educativo, come se non bastasse l’educazione patriarcale ricevuta a casa. Un giorno ebbi un incidente perché ci portarono nella loro terrazza che era piena di chiodi e attrezzi edili. Per nascondere la cosa mi fasciarono il piede senza neppure farmi l’antitetanica. Dopodiché mi dissero di rivolgere preghiere a Dio. Nella mia classe c’erano anche i bambini ed era vietato interagire con loro. Poi per fortuna i miei mi trasferirono alla scuola statale.

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Antiautoritarismo, Antifascismo, Antirazzismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Precarietà, R-Esistenze

Terf: l’esclusione delle donne trans è una questione di classe e di razza (ci rubano il lavoro?)

Perché le femministe radicali vogliono escludere le trans? Perché le Terf (radfem transescludenti) sono per lo più benestanti, bianche, etero o lesbiche che mostrano di avere non solo un pregiudizio sessista e transofobo ma anche un pregiudizio di classe e di razza. Vado con ordine.

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Antisessismo, Autodeterminazione, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze, Welfare

Perché le donne migranti rumene soffrono della “sindrome dell’Italia”

Una ‘badante’, o carer, dalla Moldova ritratta con il suo datore di lavoro italiano in un parco di Roma [Romina Vinci/Al Jazeera]

di Lorelei Mihala& Romina Vinci (articolo in lingua originale QUI. Traduzione di Nadia e Naomi del Gruppo Abbatto i Muri)
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Rifiuto i miei genitori e mi va bene così

Lei scrive:

Cara Eretica, ti seguo da ormai molto tempo e vorrei raccontarti la mia storia.

A volte si chiediamo se sia possibile e giusto rifiutare i propri genitori ed io penso proprio di sì.
Ti spiego anche perché.

Sono nata in una città del Sud Italia 35 anni fa ed ho trascorso un’ infanzia da reclusa in una famiglia borghese finto-comunista in cui l’unica cosa che contava era lo studio, uno studio matto e disperatissimo.
Non mi è stato mai chiesto come stessi e che sogni avessi, l’importante era portare a casa ottimi voti.
In realtà non bastava neanche avere ottimi voti, bisognava distinguersi ed essere superiori agli altri, nessuno doveva avere i miei stessi voti, un altro studente bravo quanto me non era concepibile.

Non esistevano amicizie vere, infatti non sono rimasta in contatto con nessuno dei miei compagni di scuola, non esisteva la possibilità di uscire, di fare un giro la sera, esistevano solo i libri, ai quali mi sono aggrappata con ogni forza per non impazzire, per ritagliarmi una via di fuga, un pezzetto di vita che fosse solo mio e lontano dal loro controllo.

Va da sé che io non potessi neanche frequentare un ragazzo.
Ad un certo punto mi sono anche convinta che essere nata donna fosse stata la più grande disgrazia della mia vita e che se fossi diventata lesbica avrei quantomeno avuto meno problemi con mio padre, perché avrei potuto frequentare delle ragazze spacciandole per semplici amiche.

Mio padre era ed è rimasto ancora oggi un troglodita emozionale, incapace di comunicare, abituato solo alla sopraffazione verbale e fisica.
Mi fa malissimo scrivere questo di lui, perché nonostante tutto gli voglio bene.

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Quando lui si fa chiamare “padre” solo per egoismo

Sono figlia di una coppia separata. Si sono separati quando io avevo pochi mesi, perciò non ricordo niente della loro vita in comune. Sono cresciuta con i miei nonni, in effetti, dato che mia madre ha sempre lavorato molto. Quando ero piccola faceva fino a tre lavori al giorno perché i nonni erano affettuosi ma a parte una pensione minima non disponevano di molto. E poi a mia madre è sempre piaciuto essere indipendente. Da sola è riuscita a comprare l’automobile a rate, abbiamo ristrutturato casa per ottenere una cameretta per me e mi ha fatto regali che non si sarebbe potuta permettere. Mi ha mandata all’estero quando ero al Liceo, perché diceva che è importante conoscere una lingua straniera. Mi ha fatto frequentare corsi privati sull’uso del computer e di diversi programmi di gestione. Dopo il liceo mi ha consigliato di proseguire gli studi scegliendo informatica perché secondo lei per trovare un buon lavoro, ovunque io scelga di vivere, o conosci bene il computer o ti laurei in medicina e io non amavo medicina. Ho frequentato anche un corso d’arte moderna perché mi piaceva disegnare e così a parte l’informatica ho appreso l’arte grafica.

Ora ho 28 anni, lavoro realizzando programmi informatici e mia madre aveva ragione: posso lavorare dove voglio e chiedere anche la cifra che voglio, sebbene il mercato non sia così facile come lei pensava. C’è concorrenza ma io sono brava e quindi affidabile. Ho avuto molte difficoltà all’inizio perché in Italia pensavano che una donna non potesse svolgere questi compiti. All’estero non è così e quindi posso perfino scegliere. Attualmente vivo in Norvegia e guadagno bene. Penso di completare due anni di lavoro qui, mettere da parte qualcosa e poi emigrare ancora verso un paese in cui fa più caldo. Mi piacerebbe vivere in Spagna o in Portogallo, perché no. La mia vita perciò non è così male nonostante io non abbia mai avuto rapporti con mio padre e lui si sia tenuto alla larga dai doveri nei nostri confronti e da noi. Alla fine ho imparato da mia madre tutto quello che c’era da imparare: una donna non deve dipendere da nessuno e mia madre si è data da fare affinché io potessi studiare e imparare come essere indipendente.

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Casalingo, non sono femminista ma mi definirei militante antipatriarcale

Lui scrive:

Cara Eretica,
sono un uomo eterosessuale di 39 anni e per una serie di circostanze (dimissioni e perdita di lavoro a causa di mobbing, trasferimento in un altro Paese) da ormai quasi tre anni sono disoccupato e sto cercando di adattarmi alla mia nuova condizione di casalingo.

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Quando le donne dovevano essere solo donne e i maschi solo maschi

Quando ero piccola dovevo aiutare mia madre. Dovevo farlo io e non mio fratello. Mia madre aveva tempi difficili, si svegliava alle cinque del mattino e dormiva davvero pochissimo. Io mi svegliavo presto solo quando dovevo ripassare per una interrogazione a scuola. Quando tornavo dovevo apparecchiare, sparecchiare, lavare i piatti, poi passare la scopa, lavare il pavimento. A fine settimana c’erano le grandi pulizie da fare. Spolverare, passare la cera sui pavimenti, pulire i vetri delle finestre, lavare le scale e pulire anche il marciapiede subito avanti alla porta di ingresso. Poi potevo uscire a giocare con altre bambine se prima, però, avevo fatto tutti i compiti. Studiavo molto ed ero una bambina molto timida e insicura. Sempre monitorata a casa per via dell’ansia che mio padre ci faceva subire. Un uomo che lavorava tanto e che riusciva a mantenere la famiglia intera con vari figli. Mia madre era una casalinga e da quel che ricordo non si fermava mai. A fine orario scolastico di solito veniva a prendermi mia nonna materna. Una strega vera, di quelle che conoscono storie e arti magiche da vecchia signora cresciuta tra miti e soluzioni a varie malattie. Scacciare via i vermi, poi la febbre, curare il morbillo. C’erano gli antibiotici, certo, ma senza l’arte magica della nonna nessuno sperava in una guarigione.

Sono cresciuta tra narrazioni sul potere delle donne, grandi donne, in grado di sostenere tutta la famiglia e di non badare al proprio piacere. Mi sono sempre chiesta il perché e mi è stato detto che è così che si fa. Io non ho obbedito. Quando sono stata in grado di vivere da sola ho fatto pulizie solo quando era necessario, non ho più passato la cera, non avevo molto da fare in effetti e in ogni caso mi mancava la magia. Quella magia svanì con la morte di mia nonna e solo allora scoprii che mi aveva destinata a confessioni sui riti magici che non ebbe il tempo di confidarmi. Che peccato, dissi a me stessa.

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Estetica dell’oppressione: il problema del senzatetto è davvero la mancanza di coperte?

Quando accadono eventi in cui si rende chiara la disparità di potere si generano linguaggi differenti che vengono percepiti dai sensi a seconda del significato che quei linguaggi comunicano. La contaminazione attraverso l’uso di parole, immagini e ogni altro mezzo di comunicazione avviene al fine di creare una sorta di parete protettiva per tutto quel che è oppressione. Quella con cui abbiamo a che fare è dunque un’estetica dell’oppressione.

Quando guardiamo un filmato in cui si vede una donna e un bambino tratti in salvo dall’imbarcazione di fortuna usata per migrare quello che vediamo è funzionale al sistema di oppressione. Vogliono dirci che non sono così cattivi da non fare passare proprio tutti. Usano l’immagine di una donna e del bambino come veicolo per legittimare la crudeltà come mezzo di controllo dell’immigrazione.

Quando vediamo un sindaco criticato perché ha gettato via le coperte di un senzatetto l’indignazione sale alle stelle. Quello che non vediamo però è il fatto che quel senzatetto vive in ogni caso tra l’indifferenza generale e quei cinque minuti di solidarietà non cambieranno la vita a lui e a nessun altro. Ha fatto bene il sindaco a buttare le coperte? Assolutamente no. Quello che sto dicendo è che al di là del gesto l’uso che di esso viene fatto serve a raccontare come il fastidio nei confronti della povertà sia dissimulato da molte persone.

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