Da Parigi la Carta per abolire il rispetto per l’autodeterminazione delle donne

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Le “femministe” riunite a Parigi per dare il via ad una crociata – in alleanza con la Chiesa Cattolica, come più volte evocato dalle abolizioniste nostrane – hanno deliberato. Sulla pelle di tutte le donne. Di tutte noi. Cupola in rappresentanza dei femminismi tutti, come fossero cardinali ai quali manca solo di eleggere una Papa/essa.

Sulla Carta per l’abolizione universale (del rispetto per l’autodeterminazione delle donne) sta scritto, tra le altre cose:

«Impedire che, come la prostituzione, anche la pratica dell’utero in affitto trasformi le donne in prestatrici di un servizio: sessuale, o materno. Il corpo delle donne deve essere riconosciuto come un bene indisponibile per l’uso pubblico.».

Che si trattasse di varare la nascita di un conclave tra abolizioniste della prostituzione e sovradeterminanti signore contro la Gestazione per Altri era già nell’aria. Lo sapevo. Che si spingessero tanto oltre, con le francesi che dopo aver massacrato il femminismo con la teoria della differenza ora passano all’autoritarismo sui corpi delle donne (per il nostro bene, certo!), alcune non pensavano fosse possibile. Invece è così. Le italiane, al solito, al traino delle grandi signore dallo spirito presuntuosamente neocoloniale, firmerebbero qualunque cosa prodotta dalle francesi. Citando un autore a loro caro (per quanto io lo consideri un piacione di mezza età che immagina di fare sesso con studentesse giovani) – Houellebecq, di sottomesse ci sono solo le italiane piegate al cospetto della superiorità dell’impero francese.

Ancora convinte che siano loro le libertarie che conducono le donne in là alla conquista delle libertà. Impigliate nell’idea che lì c’è la memoria della rivoluzione francese, la De Beauvoir, il maggio francese, il bel contesto intellettuale che piaceva alle femministe sessantottine, senza tenere conto del fatto che da un bel po’ la china presa da quelle femministe, così come da altre europee, è decisamente reazionaria, le italiane un po’ si attaccano, autolegittimandosi, alle parole delle francesi e un po’ evocano l’alleanza strategica con la chiesa cattolica, descrivendo alcuni slogan presenti nella piazza del family day come fantastici segnali di futuro.

Eppure in quella stessa piazza si parlava di tutto meno che di libertà delle donne. La donna sottomessa, quella che non ha il controllo del proprio corpo e che, per aderire a regole morali universalmente diffuse da antiabortisti e affini, non può abortire, non può scegliere per se’, ecco, a me sembravano quelli gli argomenti portati in quella Piazza. E gli stessi argomenti, tra l’altro, vengono diffusi oggi nelle aule parlamentari mentre è in discussione il ddl sulle Unioni Civili.

Impedire che le donne scelgano liberamente di fare un figlio per la parente che di figli non può averne – e badate che le femministe ve lo impediranno, dato che vogliono che lo facciate in clandestinità – Impedire alle donne di vendere, scegliendo liberamente, servizi sessuali. Con questa frase che a me sembra assolutamente atroce:

“Il corpo delle donne deve essere riconosciuto come un bene indisponibile per l’uso pubblico.”

Chiedono allo Stato, agli Stati, di assumersi la responsabilità dei corpi delle donne, tutti, affinché, in maniera paternalista e affine alla maniera dei patriarchi, si impedisca alle donne di scegliere per se’. E se si decide che il corpo delle donne diventi di pubblico interesse, corpo e oggetto sociale, ovvero utile alla pubblica propaganda di fonti autoritarie e non libertarie, in realtà si sta chiedendo di consegnare i corpi, come bene pubblico, solo a chi può fare propaganda su di essi. Campagne elettorali, pinkwashing di governi e piccole o medie istituzioni. Quei corpi possono essere utilizzati da professioniste del vittimismo e persone che usano il brand “donna” per vendere qualunque cosa. Prodotti, carriere politiche, governi, tutti, ovviamente, che dichiarano di essere dalla parte giusta.

Quel che mi piacerebbe sapere è il perché sono così fissate con la prostituzione e la surrogacy e non spendono una parola sulle povere, in generale, sulle precarie, sulle migranti, quelle che sono costrette a fare le badanti, le colf delle signore borghesi, forse presenti a quella assemblea francese. I corpi delle donne sono ovviamente riconosciuti come bene ad uso pubblico. Lo sono quando il governo spinge per una maggiore natalità. Lo sono per ragioni riproduttive. Lo sono quando i governi basano il welfare sul ruolo di cura imposto alle donne. Lo sono quando si decide, pubblicamente, una norma che stabilisca come le donne devono o non devono essere madri.

Lo sono quando quelle donne mettono quei corpi al servizio di ogni lavoro disponibile. Dalla donna per le pulizie a quella che lavora in fabbrica. E lì mi chiedo quante donne delle pulizie fossero presenti a quella assemblea. Le povere ovviamente non hanno soldi per viaggiare e andare a farsi una overdose di parole altisonanti di femministe borghesi. Hanno di meglio da fare. Devono campare e come succede spesso: le ricche, quelle che hanno risorse economiche, sono anche quelle che finiscono per appropriarsi, sul piano della rappresentanza, dello spazio pubblico, sottraendolo ad altre la cui voce viene invisibilizzata. Le solite ricche che parlano in nome delle povere, insomma.

I corpi delle donne, come i corpi degli uomini, sono merce perché facciamo lavori che vengono retribuiti, valutando la nostra forza, il nostro tempo, le nostre braccia, gambe, i nostri muscoli, il nostro cervello. Tutte le donne cedono il corpo per guadagnare qualcosa. Il punto è che dall’inizio dell’era del femminismo moralista (ahia!) il corpo delle donne diventa interessante solo in termini moralisti. C’è un uso del corpo delle donne che è legittimato e un altro che no. Il capitalismo può farci a pezzi in mille modi ma quelle che devono essere perseguitate sono le donne che guadagnano con il porno, che vendono servizi sessuali o si prestano per una GpA. Ma queste femministe in realtà hanno molta difficoltà a nominare quei corpi assegnando la responsabilità e la libertà degli stessi a donne considerate come soggetti.

Mi preoccupa poi l’esaltazione del materno, questa sacra concezione della madre (la beddamatresantissima) attaccata al frutto del concepimento, il contatto dei nove mesi che non si può interrompere, le “madri” che non possono essere semplicemente partorienti di figli altrui, perché queste femministe hanno deciso, per tutte, che la maternità va tutelata in quanto ruolo, universalizzando pensieri che riguardano, ancora, il presunto istinto materno e costruendo norme su norme che serviranno a criminalizzare, a colpevolizzare, quelle donne che fanno figli ma non vogliono crescerli. “Non basta essere incinte per essere madri“, ci ricorda Michela Murgia. Ancora interferisce una idea delle donne stereotipata, basata sulla dicotomia maschio/femmina che opprime, crea spazio per omofobia, transfobia, e si sposa alle teorie maschiliste che in base a quella divisione tra sessi basano la loro attribuzione di ruoli (vedi family day). Ergo queste femministe sono molto più vicine a suprematist* della biologia, a quelli che “la natura vale più che la cultura”, piuttosto che a quell* come me, come tant* tra voi.

Ma chi diamine sono queste signore che dall’alto della loro condizione di privilegio dicono a me, precaria, come vivere? Solo loro sanno? E’ non è dogmatismo questo? E allora ha ragione chi parla di alleanza con la Chiesa, perché queste femministe sono imparentate alla Chiesa più di quanto non dicano.

Non ultima questione da porre, nell’analisi di quel che sta diventando un certo femminismo, è quella delle italiane che vanno al traino delle francesi anche per quel che riguarda la sovradeterminazione delle donne che indossano il velo. Il dibattito su “i fatti di Colonia” lo dimostra. Non una domanda a loro per quel che scelgono. Non una, d’altronde, viene posta alla sex worker o a quella che ha fatto un figlio per una coppia di amici. Dall’alto, loro, scelgono e dichiarano che il corpo è indisponibile per uso pubblico. Ne consegue il fatto che sarà disponibile per “uso privato”. La moglie, la madre, la balia, la badante, la femmina di famiglia, ed è tutto, esattamente, come previsto e auspicato dalla Chiesa, da quelli del family day, da chiunque consegni le donne allo sfruttamento in “privato”, in perfetto accordo con il capitalismo, perché altrimenti il welfare andrebbe a monte.

Quel che concludo, dunque, è che per me queste donne sono politicamente delle nemiche. Questo modello di “femminismo” mi è nemico. Non mi riconosce in quanto soggetto. Mi consegna al patriarcato, che è quello che forma le istituzioni e i suoi amministratori, perché io divento, in mano loro, creatura infantilizzata, patologizzata, quella del terzo mondo da salvare, da resettare e da consegnare a corsi di formazione, anzi, di rieducazione su come deve essere una donna per essere una “vera” femminista.

Se è questo il femminismo che volete, firmate pure le loro deliranti conclusioni, mettete i vostri corpi al servizio delle loro crociate, ma non chiedete a me di seguirvi. Anzi. Direi che mi riprendo il laico diritto di gestire corpo e mente e continuerò a riaffermare la mia capacità di scegliere dando voce a qualunque donna che è stanca del fatto che altre parlino al posto suo. Quando qualcun@ scrive “i corpi delle donne”, usando un plurale arrogante, direi che è ora di mettere a punto un manifesto per una nuova resistenza. La resistenza contro chi vuole parlare al posto nostro, senza averne il diritto. Non in mio nome.

E ora vado a scrivere un romanzo di fantascienza che parlerà di campi di rieducazione “femminista”, con lavaggi del cervello di ingresso e riformattazione delle nostre passioni, i nostri desideri, le nostre libere scelte. Con grande amarezza e avvilimento, vostra

Eretica

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Comments

  1. Un articolo lucido e chiaro. Necessario.

Trackbacks

  1. […] E se siamo fermi a questo, ancora, nel 2016, è chiaro che è necessario parlarne raccontando a certe femministe, per esempio, che elargire norme rigide e sovradeterminare le donne, qualunque sia la loro scelta, […]

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