Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Femministese, R-Esistenze

Contro il femminismo radicale (siamo figlie della lotta di piazza!)

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Noi siamo figlie della lotta di piazza e non del femminismo da salotto. Perché c’è almeno un decennio (in Italia), se non di più, di lotte in piazza delle donne che altre donne si sono perse. Quando le accademiche scrivevano papiri per spiegarci come fare a stare al mondo noi eravamo in piazza a prendere le botte della polizia, a combattere contro un modello economico che sapevamo già ci avrebbe sconfitti/e tutti/e. Al nostro fianco c’erano compagne, compagni, un altro mondo possibile fatto di persone che pronunciavano la propria lotta riportando il punto su una questione da troppo tempo dimenticata: la lotta di classe.

Dopodiché arrivò la restaurazione e un certo “femminismo”, dopo aver detto che eravamo gggiovani e “violente” (ricordate la manifestazione del 2007 e i commenti delle femministe storiche del giorno dopo?), decise che quelle erano cose da grandi. Sicché dopo che per un ventennio, almeno in Italia, non s’erano proprio viste se non per fare tour di colonizzazione di saperi (oh come erano belle le donne del pci che venivano a spiegare a noi siciliane come si fa femminismo borghese mentre noi avevamo a che fare con la fogna a cielo aperto, la mancanza d’acqua nelle case e la mafia che sparava per le strade…) ringalluzzirono per anestetizzare, normalizzare e riprendersi la scena. Ma andiamo con ordine.

Quando pensi che il femminismo abbia fatto passi avanti in Italia arriva puntuale l’orda di storiche, o per meglio dire, anziane del femminismo radicale, quello della Dworkin e della MacKinnon (Brrrr!) a infliggerti un po’ di ortodossia e ad insegnarti il valore dell’obbedienza al dogma.

In Italia, a partire da Paestum (così leggo) è tutto un riscoprire una corrente che risale ai tempi successivi a quelli delle suffraggette. E’ a loro che dobbiamo il fatto che per le donne la lotta di classe è andata a farsi benedire. Il loro verbo dice che bisogna portare al potere le donne perché donna è meglio e tutto il male arriva da chiunque abbia cromosomi differenti. L’evoluzione/incrocio, se volete, è anche quella del femminismo della differenza, ma intanto è fondamentale capire qual è l’origine di quel pensiero che di moderno non ha assolutamente niente.

Non mi dilungo in dotte citazioni perché da sempre ho comunicato e pratico un femminismo che non è accademico. Quel che sintetizzo è tutto ciò che io, dopo anni di studio, pratica e pensiero critico femminista ho letteralmente preso e messo da parte. Perché il femminismo non è una religione e se perfino il cattolicesimo si è evoluto, negli anni, in qualche modo, anche al femminismo andrebbe data questa possibilità.

Invece siamo ancora qui a dibattere dopo decenni delle stesse noiose questioni di sempre. Per femminismo radicale si intende quella somma di pensieri e azioni che hanno determinato una morale che le donne dovrebbero sposare, fare propria, seguire alla lettera. Come ogni dogma indiscutibile che si rispetti ha proprie sacerdotesse che puoi subito distinguere dal piglio ricattatorio e moralista. Se non la pensi come loro tu sei contro le donne. Se non la pensi come loro tu sei una collaborazionista del patriarcato.

akDividono il mondo in due generi perché per loro il punto chiave sta nella biologia. Le lesbiche ammesse nel loro gruppo sono quelle comunque subordinate al pensiero che “donna è meglio” e quando arriva una trans che mette in discussione lo stesso riduzionismo biologico del termine “donna” sono sostanzialmente transofobe, nella teoria e nella pratica.

Da brave sacerdotesse tuttavia accolgono chiunque al loro cospetto purché abbandonino l’idea che la differenza di classe sia un problema perché l’obiettivo è quello di fermare il patriarcato e pur di fermarlo le avete viste e le vedrete allearsi con le peggiori capitaliste e fasciste sulla faccia della terra. Negli Stati Uniti la lobby femminista è alleata a democratici, repubblicani, a chiunque voti qualcosa che derivi dalle loro proposte.

Sono famose le loro crociate simil/antiabortiste contro la pornografia, contro la regolarizzazione della prostituzione, e sono loro che hanno sostanzialmente (MacKinnon) fornito il costrutto ideologico e anche giuridico per riconoscere alle donne il ruolo di vittime a tutto tondo nei confronti delle quali bisognerebbe parlare riferendosi ai diritti umani. Convenzioni ONU, correnti autoritarie, giustizialiste e proibizioniste che stanno colonizzando l’Europa arrivano da lì.

Da lì arriva la propaganda che disprezza e scredita modelli differenti di approccio alle questioni di genere. La lobby europea impegnata nella lotta abolizionista e proibizionista sulla prostituzione prende spunto dalla Convenzione ONU in cui la MacKinnon e sue pari sono riuscite a mettere sullo stesso piano la tratta e il sex working, ovvero lo sfruttamento per la prostituzione e il sex work per scelta.

imagesLe loro regole che si pronunciano contro la pornografia si sono scagliate contro qualunque immagine ed esibizione del corpo femminile, sovradeterminando sempre le decisioni delle donne le quali sono state perennemente intese come corpo unico, dal pensiero unico, autoritario, liberticida e fascista, con un unico sentire dal quale le donne non potrebbero e dovrebbero prescindere pena la scomunica, la patologizzazione o la criminalizzazione.

Sono donne in guerra (con propaganda d’assalto) alla sconfitta di un patriarcato che vedono quasi dappertutto, sfere magiche e fondi del caffè inclusi, giacché lo vedono pure in mio fratello o nel mio amico, proletari, poverissimi, che non hanno mai torto un capello ad una donna e che pure dovrebbero timidamente chiedere perdono, a me in quanto donna, perché qualcuno dice loro che godono di qualche privilegio.

Il loro approccio circa l’aiuto che vorrebbero fornire alle donne è interventista. Non gliene frega nulla delle vittime collaterali. Non gli interessa il contesto, la complessità, il quadro d’insieme. La loro sintesi è minimale, banale, binaria, dicotomica, semplice, oramai quasi idiota. Glissano sulle intersezioni, genere verrebbe prima di classe, razza, specie, e giustamente sono state cazziate (abbondantemente) da donne di classe differente, essendo loro vecchie, borghesi, supponenti, bianche, in origine, facenti parte del ceto medio, con un pensiero che continua ad attecchire in luoghi simili mentre vengono arruolate soldatine precarie intimidite a suon di “il nemico è il maschio“.

Cazziate da precarie, afroamericane, postcoloniali, femminismi di zone del mondo che sono oggetto di guerra e colonizzazione (in nome della difesa delle donne!), queer, trans, puttane, riot grrlz, guerrilla grrlz, slut walk grrlz, cyberfemministe, anarco femministe, postpornofemministe, transputaqueerfemministe e dalle femministe resistenti dell’america latina che della supremazia della donna bianca nordamericana che va in giro a imporre la propria morale che legittima tutori, sbirri, guerrafondai, ne hanno più che abbastanza.

images7L’approccio alla questione della violenza sulle donne è mistico. La donna è inviolabile. Talmente inviolabile che non può farsi violare neppure per scelta. Retorica vuole che il maschio sia un nemico, la stessa penetrazione sarebbe un atto di guerra ed è così che la sessualità ha subito ulteriori spinte normative entro le quali le donne dovrebbero muoversi affinché sia loro riconosciuto uno status sociale.

La sessualità delle donne è diventata terreno di moralizzazione, così come lo è sempre stata per altre religioni, ragion per cui negli anni si è determinato un pensiero unico che parla di “violenza” dettandone i termini: nel senso che a partire da questa corrente di pensiero tu, donna, dovresti sentirti violentata se vivi un rapporto così e così e così. Quando tu e lui siete a letto finisce che da un lato ti ritrovi il prete e dall’altro ti ritrovi la femminista radicale che ti impone la sua percezione. Entrambi sicuramente alleati e più che d’accordo nel definire la donna come angelica ed inviolabile creatura a quel punto utile giusto per riprodursi e farla partorire ché se ti ecciti in modi non esattamente consoni sicuramente sei schiava del patriarcato e bisogna che tu ti penta per redimerti.

Queste sono solo alcune delle caratteristiche di un femminismo che nel tempo è diventato non “utile” alle donne ma “utile” a disegni guerrafondai, neoliberisti, funzionale, per davvero, a logiche patriarcali, autoritarie, reazionarie, che sono diventate un ulteriore mezzo di controllo (con l’alibi della “tutela”) per schiacciare l’autodeterminazione delle donne.

Ci si chiede sempre come mai in tante si sono disamorate dal femminismo e si parla di colpi di coda del patriarcato, e l’unico colpo di coda, semmai di questo si tratta, è proprio di chi tenta di compiere una restaurazione di modelli che alle donne, per quel che sono oggi, non corrispondono neanche più.

969561_499921003429943_350706513_nDa anni le donne stanno nelle piazze a fare movimento, a combattere il modello neoliberista, da prima di Seattle in poi, che in Italia corrisponderà a Genova G8 del 2001, le vedi in tante assumere una nuova dimensione politica e mai come gregarie. Sono protagoniste di una scena che vede donne, uomini, gay, lesbiche, trans, operai, disoccupati, precari/e, puttane, chiunque, a combattere per ottenere diritti minimi che hanno tutto a che fare con il biocapitalismo, con il capitalismo che continua a sfruttare i corpi ed è questo l’unico sfruttamento dei corpi contro il quale nessuna Convenzione Onu, nessuna bella teoria del femminismo radicale o chi per loro, nessuna circostanziata enciclica in femministese della sacerdotessa tal dei tali, si sono mai espressi.

Quel che io so, adesso, è che non ho bisogno dell’ennesima morale per determinare la mia vita perché sono io che realizzo il mio modello di emancipazione, io a perseguirlo e io, ancora, a dire che non ho bisogno dell’intrusione di donne che tentano di salvarmi quando io non voglio essere salvata.

A margine, in Italia, questo genere di approccio lo trovate nelle proposte di censura (con galera e sanzioni economiche forti) di quelle che oggi vogliono il rogo per una immagine sessista, per una pagina facebook, domani per un blog, dopodomani per un libro, e via di seguito. La loro modalità è quella di fare lobby, allearsi con chiunque consenta loro di realizzare piani che sembrano fantastici, andare a fare ronda moralizzatrice, simil movimento per la vita, presso i blog altrui per dire loro, dal pulpito, cosa sarebbe giusto scrivere e cosa no, ostracizzare, mobbizzare, organizzare raduni per fingere partecipazione dal basso su decisioni, mozioni, già prese dall’alto, partecipare, organizzare, eventi e gruppi che hanno come obiettivo primario la sconfitta dell’etero/maschile e la vittoria dell’etero/femminile.

Dimenticavo: il maternage di ritorno è anche roba loro. Così come il rifiuto della condivisione della cura in casa con uomini disponibili, perché i figli sono della madre e la femmina è la regina del focolare… Che aria di modernità, eh? 😀

Ps:  Il femminismo è l’idea rivoluzionaria che io sia una persona. Persona… non gregaria di femminismi neoliberisti che ancora riproducono fobie quasi maccartiste contro chiunque dica cose differenti…

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22 pensieri riguardo “Contro il femminismo radicale (siamo figlie della lotta di piazza!)”

  1. mmmh, secondo me l’utilizzo del termine ‘femminismo radicale’ è improprio. radicale è tutto ciò che vuole risolvere il problema “alla radice”, in questo caso eliminando il patriarcato.
    non mi risulta che le femministe che dici tu siano radicali, a me sembra proprio il contrario:
    sarebbe più adatto femminismo borghese, forse. in ogni caso, il concetto di fondo che esprimi è sacrosanto 😀

  2. Ciao, come sai seguo sempre con interesse le tue riflessioni. Benché sia assolutamente d’accordo sull’omissione della dimensione intersezionale e sull’omissione della “lotta di classe” e su diversi altri punti (l’essenzialismo di certo femminismo, eccetera), trovo sempre problematica ogni autoattribuzione della “vera lotta”, e in specie la contrapposizione retorica tra piazze e salotti. Che poi sembra sottendere quella tra teoria e pratica. Io non le dividerei in compartimenti stagni.
    Al di là della non condivisibile deriva securitaria di molte posizioni, e insomma di quegli aspetti ben evidenziati fra l’altro nel post, riconosco una legittimità al femminismo della differenza, riconosco l’istanza che sta dietro quel tipo di riflessione; così come riconosco legittimità e interesse ad altri femminismi nei quali non mi riconosco, ma che valuto come possibilità, per ognun*, di articolare una riflessione e una pratica che non sono predeterminate, sempre in evoluzione e sempre sulla strada di una ricerca viva, che non può prescindere dal dialogo con riflessioni e pratiche altre. Immagino una situazione in cui i vari femminismi possano parlarsi e imparare dalle reciproche posizioni, ma questa è ovviamente un’ingenuità. Fermo restando che ci sono dei punti che non possono essere ammessi, e su questo convengo del tutto, così come è indispensabile la possibilità del dissenso e della presa di distanza. Ma forse sto andando fuori tema; mi è partito tutto solo dal binomio contrappositivo salotti/piazze. Grazie e buona lotta.

    1. il binomio è dato dal fatto che esiste un femminismo egemonico che non ci lascia respirare. e io c’ho parlato, eh… con tante, tante donne e tanti femminismi. ma non c’è proprio modo. perciò il conflitto va dichiarato. intanto io chiarisco chi sono io. non dico che sono meglio ma sono diversa da te e tu non mi rappresenti neanche un po’. e sai che succede? che quando io mi autorappresento mi invisibilizzano… ecco. sono loro che si sentono meglio di me. in realtà. 😐

      1. “quando io mi autorappresento mi invisibilizzano” questo a me è accaduto negli anni con qualsiasi gruppo/corrente femminista, non solo con i/le borghesi da salotto (che in realtà manco conosco nella vita reale). Sono d’accordo col tuo post e lo apprezzo. La mia esperienza personale (probabilmente non significativa, certo) mi dice però che tocca scontrarsi sempre e comunque, col “se non la pensi esattamente come me vai a farti fottere”. E io che non sono uno spirito né polemico né competitivo vado con piacere a farmi fottere e resto nell’inutilità del mio femminismo solitario e indipendente

    1. Perdona la mia saccenza: secondo me in questo caso il problema sta tutto nel verbo essere, anche se hai evidenziato *oggettivamente*. Ai suoi occhi è oggettivo perchè *è*. Secondo me la maschilità *vive* oggi nella dimensione real-mediatica come un maligno, da estirpare facendo ricorso all’estirpazione del maschile stesso. Il plot è quello di un neo-razzismo in cui il potere “stana” il nemico della collettività, causa delle sofferenze dei gentili, nei termini di una incarnazione etnica razziale sessuale o storico-culturale (identitaria). La dislocazione propagandistica assomiglia a quella di guerra e la legge diventa via via sempre più “marziale”. Perché? Perché effettivamente *è* una guerra, nel senso letterale e non figurativo del termine: queste politiche sono parte integrante di piani di egemonia globale.

      1. capitalismo, neoliberismo e autoritarismo si servono di qualunque cosa pur di dominare il mondo. non per niente esiste il pinkwashing che usa lotte per i diritti civili per donne, gay, lesbiche, trans, per sdoganare e legittimare autoritarismi e repressione a iosa.

    2. Credo che la “resistenza psichica” o parte di essa, risieda oggi nell’ostinarci a non considerare gli uomini come nemici antagonisti delle donne, e a non considerare le donne come nemiche antagoniste degli uomini, facendo così il contrario di quello che l’ingegneria sociale imperialista vorrebbe che facessimo. Ostacolare il divide et impera per difendere la libertà. La tentazione di cadere nella trappola è forte ma si deve resistere, anzi, tale consapevolezza è utile alla comprensione dell’intransigenza, al non rispondere con estremismo a estremismo, da qualsiasi parte provenga. Abbiamo tutti bisogno di nuovi anticorpi.

  3. Le sole risposte di uno stato autoritario ai problemi sociali sono il carcere, l’interruzione costituzionale, l’accerchiamento della libera opinione. L’Italia e in generale i paesi occidentali, si vanno ormai costituendo come neo-autoritarismi. Praticano la caccia all’uomo globale, lo spionaggio di massa sistematico, l’insabbiamento di ogni verità sui media mainstream. Viene fatto dai problemi di genere fino alle guerre neo-colonialiste. I diritti omosessuali si trasformano da rivendicazioni di base a tool per attaccare i paesi non allineati, e lo stesso vale per il femminismo, e credo che la giusta collocazione della nozione di femminismo radicale sia quella di un tool al servizio del nuovo ordine mondiale, per minare la coesione sociale dall’interno.

  4. Alcuni anni fa, mi capitò tra le mani un opuscolo di Azione Cattolica Ragazzi di Firenze, e dava questa definizione di femminismo:

    “Femminismo: Insieme di dottrine e di tendenze che mirano a realizzare l’emancipazione civile, giuridica e professionale della donna, onde garantire l’assoluta parità ed eguaglianza con l’uomo in tutti i settori.
    Purtroppo in tali dottrine e tendenze insieme con alcune giuste istanze si mescola teorie e programmi inaccettabili: taluni ad esempio hanno spinto il femminismo fino all’affermazione che la donna deve essere emancipata dal giogo del matrimonio a cui deve essere sostituita l’unione libera e il libero amore.
    Generalmente il principio ispiratore di questi movimenti non è l’asserzione dell’uguale e fondamentale dignità umana, ma bensì l’ingiustificata asserzione al “diritto al piacere”.
    Al profondo ed ordinato senso della umana personale dignità della donna si ispira invece il “femminismo cristiano” auspicante un complesso di riforme, atte a garantire e favorire il pieno sviluppo fisico, morale e sociale della donna, in armonia, ben si intende, con la sua missione naturale di sposa e di madre.
    Un tale sano femminismo, mira ad eliminare dal vivere sociale tutti i congegni che possono ferire la dignità della donna, ( prostituzione e lavori pesanti sia a domicilio che in fabbrica): positivamente poi mira a favorire l’accesso agli studi, alle cariche e responsabilità pubbliche particolarmente in quei settori ove le doti femminili possono trionfare e rendere servizi importanti al bene collettivo.”

    Se prendiamo questa definizione di femminismo, e la proponiamo a degli adolescenti, (16/18 anni) oltre all’ilarità, chi si mette a cantare Zucchero (Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica) non capiscono, giustamente, il perché il “piacere”, ferisce la dignità della donna. Conoscono la posizione del missionario, ma nessuna, delle ragazze vuol fare la missionaria. Da questo, si ricava che gli adolescenti di oggi, sono molto sottovalutati, e hanno una capacità di analisi ben superiore a quella di molti dei loro genitori. Ma non si ricava una definizione di femminismo. Soprattutto quando mi chiedono se io sono femminista. Non so mai cosa rispondere, certo se sono femminista non sono per quello “sano”, dal momento che sono contro il matrimonio, sono per il libero amore, rifiuto la monogamia e rivendico “l’ingiustificato” diritto al piacere, ecc..ecc.. ma soprattutto non riconosco quelle fantomatiche “doti femminili possono trionfare e rendere servizi importanti al bene collettivo.” Ma questo è solo il mio modo di abbracciare il mondo e certo non è femminismo, o forse si?
    Ritengo che bisogna ridefinire il concetto stesso di femminismo.

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