Perché “sex worker” non sostituisce la parola “prostituta”

Sex-Workers

di Gabriele

L’espressione sex work (e sex workers) è stata introdotta nel 1978 dall’attivista americana Carol Leigh, nota anche come The Scarlot Harlot. Diffusosi a partire dagli anni ’80 nel mondo anglofono, il termine è principalmente impiegato per creare un sentimento di solidarietà tra persone che svolgono lavori di natura sessuale.

Nel testo Sex for Sale: Prostitution, Pornography, and the Sex Industry, Ronal Weitzer definisce il sex work come ‘Lo scambio di servizi sessuali, performance, o prodotti finalizzati al soddisfacimento materiale. Si includono le attività basate sul contatto fisico diretto tra compratori e venditori […] così come quelle basate sulla stimolazione sessuale indiretta.’

La traduzione italiana è ‘lavoro sessuale’ o, in alternativa, si usa semplicemente l’espressione inglese. È diffusa la riduzione del ‘sex work’ alla prostituzione (per cui sarebbe comunque preferibile il termine ‘escort’), confusione che va a minare l’intento stesso della sostituzione terminologica.

Storicamente, questa sostituzione è avvenuta in maniera analoga all’adozione dell’acronimo LGBTQ+ (introdotto nel 1996, a seguito del precedente LGB in uso negli anni ‘80) inteso come un superamento delle divisioni interne al mondo non-eterosessuale, che vedeva gli individui raggrupati in categorie di ‘lesbiche’, ‘gay’, ‘bisessuali’, ‘transessuali’, etc.

Con sex workers non indicano soltanto i/le ‘prostitut*’ (per cui è comunque preferibile il termine ‘escort’), ma tutte le persone che lavorano nella realtà del sesso commerciale: escort, pornoattori/attrici, spogliarellist*, lap dancers (che e’ diverso da strippers), webcam girls/boys, etc.

L’impiego di questa espressione ha un vantaggio duplice: da un lato permette di intendere il sex work come una realtà coesa e di articolare l’analisi delle condizioni legali e della vision sociale in senso inclusive; dall’altro dà spazio alla comprensione delle determinazione proprie ai diversi tipi di lavoro sessuale, offrendo la possibilità di un approccio comparato e di una pratica differenziata. Cercherò di seguito di indicare alcune linee di questo doppio vantaggio.

Esiste un fenomeno frequente all’interno del mondo del sex work che è conosciuto come ‘whorarchy’. Il termine è un gioco di parole su ‘whore’ (troia) e ‘hierarchy’ (gerarchia) e definisce la tendenza alla generazione di rapporti di discriminazione interni. Capita spesso che individui attivi in determinate aree del lavoro sessuale considerino ‘inferiori’, ‘spregevoli’, le attività di altr* sex workers. In particolare, chi svolge un lavoro sessuale ‘di distanza’ – spogliarello, danze erotiche, webcamming – può cercare di differenziarsi da coloro che offrono servizi ‘di contatto’ – escorting, a volte pornografia.

Stacey Clare, spogliarellista e membro dell’East London Strippers Collective, riconosce un certo disdegno da parte delle strippers nei confronti delle escort, o di quelle strippers che offrivano ‘servizi completi’ (rapport sessuali). All’interno dell’escorting, si può notare una tendenza a suddividere il lavoro in ‘prostituzione di alta classe’ e ‘prostituzione di bassa lega’.

Il termine sex work è quindi utile per superare la whorarchy e per riaffermare la coesione di una categoria di individui che vengono comunemente marginalizzati in virtù di (pre)giudizi morali riguardo al sesso e alla sessualità. Riproporre motivi di discriminazione non fa il gioco di nessuno, ma anzi aiuta chi dall’oppressione dei/lle sex workers trae vantaggio.

Il secondo merito della visione del sex work come qualcosa di comune è la possibilità di raffrontare le differenti legislazioni applicate ai diversi tipi di sex work e articolare l’analisi secondo questa linea.

A seguito del documento di Amnesty International sul lavoro sessuale (luglio 2015), si è parlato molto di modelli legali, sintetizzabili in decriminalizzazione, legalizzazione e criminalizzazioe (totale o parziale – Modello Nordico). Clare notava come il comune impegno a sostegno della decriminalizzazione vada affrontato riconoscendo, ad esempio, la diversa situazione dello stripping, il quale si trova in Inghilterra in una condizione di legalizzazione.

Il panorama inglese prevede la concessione di licenze a locali appositi – mentre alcuni anni fa gli strip-club erano semplicemente catalogati come ‘locali di intrattenimento’ – e la possibilità per gli/le spogliarellist* di affittare lo spazio in cui lavorare dietro compenso.

È chiaro che un tale modello fa il gioco dei titolari, non concedendo potere rappresentativo ai/lle lavoratori/trici e costringendol* a sottostare alla regolamentazione statale, senza possibilità di autodeterminazione e gestione in comune dei beni e delle entrate.

L’appello alla decriminalizzazione del sex work, laddove sex work sia inteso come ‘escorting’, non terrebbe minimamente conto delle rivendicazioni degli/lle strippers, i/le quali possono provare a posteriori il malfunzionamento di un modello di legalizzazione al sex work.

Per queste ragioni è utile servirsi del termine sex work per indicare uno lavoro pluralistico e organizzare pratiche e lotte comuni. Ripetere lo stigma e le forme di esclusione sociale su scala minore è pericolosissimo e sarebbe tempo di denunciare questa tendenza come una frammentazione del discorso che rafforza pregiudizi esterni attraverso pregiudizi interni. Alla base di queste dinamiche sta infatti la celebre formula: divide et impera.

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Comments

  1. Concordo in pieno. E quando una modella di nudo artistico disprezza una modella di nudo erotico o porno, vengo preso da grande sconforto.

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