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Tutto questo avrebbe un senso, se fossi rimasta

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di Maria Vittoria

Le tette incartapecorite, l’inglese non coltivato, le relazioni selettive, il grasso sulle cosce che quando ti raccogli le gambe sul petto sborda, i libri sull’educazione montessoriana, l’omogenizzatore, le diottrie rubate dall’allattamento, le braccia rubate ai campi universitari, le smagliature, 253 pagine non scritte, due anni e mezzo di buco sul curriculum, le zone da evitare, “Fantasia” di Munari in uno scatolone in cantina ecc.

Ecco, se fossi rimasta sarebbero cicatrici contestualizzate, localizzate, mostrabili non perché si possano trattare ma perché socialmente accettate. Sarebbero dispiaceri con un indirizzo, ci porterebbero la posta in Via Della Famiglia.

E invece io abito in Via Del Tutto Eccezionale, squallida e malfamata.

Mi ricorda la tristezza di finire in qualche modo.

Da quando mi sono saputa incinta ho smesso di scrivere alla mia ex insegnante di lettere (che è solo una delle tante relazioni-tabù), prima per non sentirmi dire che ero una delle alunne più promettenti e forse non avrei dovuto, poi per la vergogna di averla tenuta e poi “abbandonata”. “Che uno la può mettere come gli pare, ma di abbandono si tratta”.

Rispondere a suon di abbandoni rivendicabili è del tutto inutile, perché adesso c’è da proteggere la parte più debole. Avete ragione, io mi salvo da sola e non siete tenuti a considerarlo un problema vostro ma, cristo santo, dove eravate quando tutto questo poteva essere evitato e si poteva proteggere la parte più debole evitando di traumatizzare anche me.

Perché immaginate la scena: un giorno vi muore la mamma tra le braccia e, praticamente un anno dopo vi ritrovate tra le stesse braccia una neonata urlante. In una casa che non è la vostra, in una famiglia che non è la vostra e non poteva essere più pestifera e opprimente, la vita rimasta parcheggiata davanti all’ospedale dal primo esame delle beta hcg con un disco orario puntato su mezzogiorno di tra vent’anni, la paura, lo smarrimento, i re magi che vengono a vedere il miracolo che tu ancora non hai capito.

Ti ritrovi con la vestaglia insanguinata a firmare documenti di patria che…?! , mentre il tanfo acuto dell’ineluttabilità ti stordisce a tal punto che firmi davvero. Dove altro puoi andare, chi ti capirebbe, non avresti la forza per compiere il passo fino in fondo e ti riporterebbero indietro.

E poi, subito dopo, il rifiuto. Il buio, il buio, il buio.

Diciotto mesi trascorsi tra il letto e il divano badando di non incappare in uno specchio durante il tragitto, perché stenteresti a riconoscerti.

Occasionalmente la spesa, la pediatra, i pomeriggi al parco con le (altre) mamme, i colloqui del nido che basterebbe un attimo di smarrimento per porgere alla commissione il tuo libretto e chiedergli per cortesia, se è questione di mezzo numero, di arrotondare in eccesso perché hai bisogno della borsa di studio.

Nel tempo in cui non piange la bambina, piangi tu.

Finché una mattina ti svegli e ti chiedi: ma il libro di Munari, dov’è?

E capita che, scavando tra le cianfrusaglie in cantina, ti passa per le mani la persona che eri e ti viene l’istinto irrefrenabile di serrare i pugni per non lasciarla scappare, che poi altro non è che istinto di sopravvivenza. Quindi, “scappi” tu.

Dichiari di aver bisogno di qualche giorno o settimana per non morire e in un attimo passi a un ennesimo stato facebook . Da “Studentessa fuori sede” a “mammina full time” a “abbandonatrice”.

Adesso sono via da sei mesi, sono stata costretta a cambiare città, vedo mia figlia occasionalmente e solo in presenza del padre manco fossi una pazza tossicodipendente e in certi giorni di freddo e pioggia mi sfugge il senso.

Però sai cosa, domani vado a ricomprarmi “Fantasia” di Munari.

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Comments

  1. proprio bello! Toccante, coinvolgente, vita vissuta allo stato puro…e oltretutto scritto anche bene! E cosa vuoi di più dalla…lettura?

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