Sono un papà e questa è la mia giornata tipo

Mi sveglio alle 6.00. Preparo la colazione, faccio una doccia, mi vesto, mangio, i tempi sono calcolati alla perfezione, mio figlio si sveglia, mi chiama, lo lavo, lo vesto, gli preparo la colazione, lo sistemo ed è pronto per il nido. Lo accompagno, il parcheggio è sempre difficile da trovare, saluto la maestra, bacio il mio bambino, corro al lavoro. Telefonate, ore al computer, una pausa caffè, quattro chiacchiere con le colleghe. Parliamo di cinema, cultura, libri e di figli, perché siamo felici per i loro progressi. A pranzo chiamo il nido per sapere come sta mio figlio, se qualcosa non va, se si diverte. La videochiamata mi serve per guardarlo, qualunque cosa lui stia facendo. Sono apprensivo, lo so, ma con i bambini è così: basta un attimo di disattenzione, non fargli sentire la mia voce, non accarezzarlo per farlo addormentare, non dirgli che gli voglio bene e che la mia vita, con lui, ha un senso che prima non aveva. E chi ci pensa più a com’era quando non ero padre. Sono cambiati i miei ritmi, la mia vita, mutate le mie priorità.

Scendo al bar per comprare un panino. Di solito preparo qualcosa la sera prima. Ieri sera non ce l’ho fatta. Mio figlio chiedeva la mia presenza e mentre lo osservavo per spiare il suo sonno mi sono addormentato anch’io. Il pomeriggio per me trascorre lento. Non vedo l’ora di finire. Mio figlio viene recuperato da un’altra persona che gli vuole molto bene. Io sto più tranquillo così. Mi concedo una passeggiata e poi una sosta in libreria. Voglio comprare uno di quei libri con le immagini in rilievo. Gli piacciono tantissimo e li sfoglia attento anche se ancora non sa leggere. Io mi diverto a raccontargli storie e amo guardare quel che viene fuori sui fogli da disegno. Ha una fervida immaginazione e comincia a percepire colori e forme, riconosce tutte le persone che lo amano e parla, mioddio quanto parla. Quel che prima era un’accozzaglia di suoni ora sono diventate parole, domande, richieste di aiuto o di attenzione. E poi ride. Se gli fai il solletico, se fai pernacchie sul suo pancino, se ti mostri un po’ imbranato, perché è così che io sento di riparare la sua infanzia. Amore, risate, tutto quel che c’è di più bello, notare la sua espressione sorpresa quando lo porto a vedere qualcosa che non ha mai visto prima. Giochi, giardini, animali, panorami, prati, spiagge, mare.

Prima di tornare ricevo una chiamata da casa. Devo comprare qualcosa che manca in frigorifero. Passo dal negozio, poi mi fermo un po’ per un aperitivo. In casa facciamo i turni. A me non tocca preparare la cena, a meno che non ci siano impegni improrogabili dall’altra parte. Siamo una famiglia come tante. A volte qualche screzio e poi complicità e sorrisi. Succede che ci amiamo e discutiamo, senza pretendere di essere una famiglia del mulino bianco. Mi rimetto in movimento. Guido senza perdere la calma. Mi disturba molto l’impazienza dei guidatori al rientro dal lavoro. Ascolto un po’ di musica, rispondo a una chiamata di un’amica, fisso il semaforo in attesa del verde. La vista dei palazzi, il viale alberato, l’aria pulita, il cielo che scurisce, mi fa tornare in mente le prime volte in cui tornavo a casa senza notare tutte quelle cose. Mio figlio era più piccolo e l’apprensione era ancora più grande. Ci sono stati momenti in cui pensavo di non farcela. Non ti preparano mai ad essere un buon genitore. Pensavo che da un momento all’altro potesse rompersi. E poi ho imparato a riconoscere le sue microespressioni, la smorfia della cacca, il pallore per una febbre, il pianto della fame, la sete, la richiesta di igiene o di soccorso medico. Non riuscivo a lasciarlo da solo, a dormire nella sua stanza. Lo mettevo sul lettone ed ero più tranquillo. Lo sono ancora, in effetti, osservandolo a dormire e a risvegliarsi.

Quando apro la porta di casa mi accoglie urlando di gioia. Lo abbraccio, chiedo cosa mi sono perso nel frattempo. È contento perché arriva la zia e la cuginetta preferita. Due posti a tavola in più. Aiuto ad apparecchiare. Mio figlio corre al citofono e apre a zia e cugina. Lui e la bimba spariscono in fondo al corridoio. Lui vuole mostrarle un nuovo gioco. Poi li chiamiamo per venire a tavola. Chiacchieriamo del più e del meno. Dopo la cena accendiamo la tv per un cartone. I bambini sono sempre felici di guardare storie magnifiche, fiabe con un lieto fine che nessuno dovrebbe mai modificare. Noi rimaniamo a fare chiacchiere da adulti. Io mi concedo ad abbracci e qualche bacio, poi siamo di nuovo soli. Culliamo il bambino fino a che non si addormenta. Il lettone lo aspetta. Spegniamo la tv, ascoltiamo, piano, un po’ di musica. I piatti finiscono nella lavastoviglie. Io dovrei prepararmi il pranzo per il giorno dopo ma rinuncio, di nuovo. Prendo un po’ di gelato. Mi piace il gusto al cioccolato, anche se so che ingrassa. Però non è importante. Ci accarezziamo, recuperiamo un po’ di intimità, ci siamo mancati tutto il giorno. Sul divano ci scambiamo baci e facciamo l’amore. Restiamo stretti, nudi, e qualcun@ potrebbe dire che dovremmo preoccuparci. Il bambino potrebbe scoprirci. Che male c’è, mi chiedo, se ci vede nudi. Però ci copriamo. Poi laviamo i denti, parliamo di quello che è successo durante la giornata, beviamo l’ultimo sorso di un buon vino, andiamo a letto, e siamo in tre a godere del riposo, mentre il nostro respiro si confonde e ci accompagna verso i sogni. Così finisce la giornata, una tra le tante, di due genitori che sono e restano persone. Cambia qualcosa il fatto che non siamo etero e formiamo una coppia gay?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. Mi sono commossa… Mentre leggevo immaginavo io e il mio compagno… Quanto vorrei trovarmi così tra qualche anno, con questa serenità e con tutto questo amore.
    Sinceramente? Ti invidio molto 🙂

  2. Grazie papà per la vostra testimonianza e speriamo di veder abbattuto qualche muro nei prossimi mesi, speriamolo davvero!
    E grazie Eretica perchè rendi questo spazio sempre più inclusivo, questo è il genere di femminismo che vorrei veder sempre più rappresentato.

  3. Abbattere muri e costruire ponti, condividere storie di vita e formare una comunitá (sia pur virtuale) di persone che si sentono in sintonia. Grazie per ció che pubblichi, mi piace molto!
    Ciao – Cristina

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