Comunicazione, Culture, Salute Mentale, Vedere

L’agorafobia al cinema e in tv

Ho visto l’ennesimo video con protagonista una donna agorafobica e mi si sono drizzati i capelli per gli stereotipi, sempre gli stessi, rappresentati. Non solo si racconta che l’agorafobica alla fine compie un atto di eroismo ed esce fuori per risolvere un crimine o cose del genere ma si rappresenta la donna affetta da agorafobia con una serie di caratteristiche precise.

Le agorafobiche sarebbero sempre strafighe, mai in sovrappeso, campionesse di hacking, nerd iperpreparate sul funzionamento dei computer e specializzate in comunicazione digitale, ricche e abitanti di case di 200 mq, terrorizzate di affrontare il mondo esterno ma impavide nel farsi i fatti dei vicini, pronte a scovare crimini e ingiustizie ed eventualmente capaci di praticare arti marziali.

Della serie che le agorafobiche sono strane ma in ogni caso, giusto perché non si sa cosa dire di loro e non si sa spiegare quel che vivono, bisogna descriverle come affascinanti, misteriose, dame il cui panico non impedisce loro di diventare supereroine.

E’ davvero imbarazzante e oltremodo frustrante vedere inscenati copioni in cui si adopera l’agorafobia come mero espediente per rendere più interessante e carica di suspense la storia.

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Comunicazione, Contributi Critici, Culture, Violenza

Genealogia di un serial killer

I primi a parlarne furono quelli che travisarono le gesta di misogini ai danni di prostitute in pieno ottocento vittoriano.

Seguirono gli Stati Uniti che hanno difficoltà a parlare di femminicidio, stupro e violenza di genere e dunque hanno rinominato un mostro per insistere sulla sicurezza delle donne nella famiglia tradizionale.

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Antirazzismo, Antisessismo, Comunicazione, Recensioni

X Files, cospirazionismo, razzismo e omofobia Usa

Vi ricorderete la serie più fantascientifica di un tot di anni fa. Inizia con una trama comprensibile, lui cerca la sorella che pensa sia stata rapita dagli alieni e lei è la scienziata che gli viene affiancata per screditare le teorie del complotto. La serie è geniale, anticipa molti dei temi che poi saranno ripresi in altre serie e film di fantascienza. Poi si perde in un vuoto cospirazionismo e si interrompe per annunciare il ritorno molti anni dopo, quando quel che vediamo ci appare come una presa in giro enorme per tutte le teorie cospirazioniste e fascistoidi che circolano tra social network e ambienti destrorsi.

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Antiautoritarismo, Comunicazione, Culture

Eugenetica digitale: le IA dei social ripuliscono da tossicità per creare comunità sane

Come ben si spiega nell’inchiesta documentaristica che parla dei social network di cui ho parlato in un altro post, alle indagini che mettono i colossi tecnologici di fronte a responsabilità precise, aumento di distu.rbi tra gli adolescenti, i social rispondono integrando le linee guida.

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Social Dilemma: come i social manipolano le nostre menti

Il documentario The social Dilemma, presente su internet, così come il libro “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” di Jaron Lanier, ci spiegano quel che succede a monte delle strategie di marketing e di profitto di social importanti, come Facebook o Instagram e altri meno frequentati.

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Cercano un’ammazza-vecchiette e perseguitano donne trans sex worker

Quando ho iniziato la visione (c’è in italiano su Netflix) di questo documentario pensavo si parlasse di femminicidio e analisi culturali in cui si contestualizzavano i delitti. Con mia grande sorpresa ho trovato molto altro su cui riflettere.

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Comunicazione, Personale/Politico

Agorafobica costretta al silenzio senza internet

Per alcuni sembrerà una scemenza per me invece è un problema. Non ricevo visite, non parlo con nessuno e internet è la mia unica finestra sul mondo. Tim nicchia, nessuna voce umana, va improvvisamente in guasto se tenti di fare un reclamo. Rimarrò in silenzio e sola per giorni. Vi prego, se potete, venitemi a trovare o traghettatemi al chiuso in un luogo con connessione.

Baci a tutti

Antonella eretica

Antisessismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze

Stupro: si dovrebbe parlarne di più!

Sul suo blog Giovanna Cosenza spiega il suo punto di vista sui metodi di comunicazione che la gente potrebbe usare per far comprendere meglio il concetto di cultura dello stupro. Mi è sembrato che lei non tenga conto del fatto che le parole per dirlo dipendano dalle donne che faticano ogni giorno per farle entrare nel vocabolario comune. Siamo noi che abbiamo faticato per raccontare la violenza di genere in tutte le sue forme incontrando opposizioni tra conservatori e maschilisti. Le parole sono importanti e raccontano ciò che abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Non potremmo mai formulare diversamente quel che succede per facilitare la vita a chi si oppone alle nostre lotte.

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La vendetta è solo per il maschio alpha

Avrete visto… quanti? Mille film in cui il ragazzo assiste alla morte del padre e della madre e quando cresce corre tra radure semideserte e paesaggi mistici per trovare l’assassino e attuare il suo piano di vendetta. Altrettanti sono i film, ma anche e soprattutto le trame dei libri, in cui il personaggio principale è affranto dalla perdita di moglie e figli, o moglie incinta, figlia, tutte vittime di piani di sterminio lievemente mafiosi: per colpire lui massacragli la famiglia. Il personaggio può essere un uomo comune, uno sbirro, un agente segreto, sempre con quell’aura da seducente depresso pronto a imbracciare le armi e trasformarsi in Rambo per sterminare chiunque abbia attentato alla sua proprietà. Soprattutto negli Stati Uniti questi film sono variamente proposti, per via del diritto a possedere un’arma e poter sparare a chi entra in casa tua, anche solo per toglierti un prezioso da rivendere per sfamarsi. La legittimazione dell’uomo vendicativo è pari a quella esistente in Italia e per legge accettata al tempo del delitto d’onore (non più in vigore dal 1981 – culturalmente in vigore anche oggi). Se la donna è una proprietà dell’uomo dunque eventualmente, nel puro caso lei resti viva, non può essere che si vendichi da sola ma si affiderà all’uomo che la tutela, la possiede.

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Fantascienza che smaschera brame di potere maschile

A proposito di film in cui la donna reagisce all’uomo violento, classificati da una commissione moralista italiana come horror, eccone un paio, in realtà trame di fantascienza, entrambe interpretate egregiamente da Elisabeth Moss. Il primo non è un remake dell’uomo invisibile tratto dall’opera di H.G.Wells, ma semmai si ispira a quello per realizzare un film in cui un narcisista patologico, stalker e violento, perseguita la donna che vuole lasciarlo fingendosi morto, poi indossando la speciale tuta che lo rende invisibile e continuando a stalkerarla facendo del male a chi lei ama, mettendola incinta senza il suo consenso, facendola passare per matta e assassina, fintanto che lei non lo ripaga con la stessa moneta. Ed ecco che il film di fantascienza diventa horror, perché una donna si difende e infine sconfigge il suo persecutore.

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Horror? Assassini di donne e fanciulle indifese.

Scorrere decine di titoli di film horror dagli anni settanta in poi è illuminante per capire come innanzitutto l’oggetto principale del massacratore di turno è la donna. Squartata, fatta a pezzi, massacrata, sepolta viva, bruciata, e chi più ne ha più ne metta. Togli i film a sfondo sociale con gli zombie di Romero e troviamo la misogina risposta ad Alien con Species, in cui l’aliena non è più contenitore per generare prole mostruosa ma alla ricerca di uomini di cui nutrirsi per rigenerarsi. Molti degli horror sono ispirati alla cultura Usa di Halloween, non c’è scampo. Studentesse senza meta che incontrano uomini folli muniti di asce o machete. In Italia la categorizzazione horror è raffinata quanto misogina. Lasciate stare i tempi di Argento. Viene classificato horror tutto ciò in cui una donna reagisce a violenze e si difende. Così per Antebellum o per Reckoning. Il primo parla di una donna afroamericana che sfugge ad una riedizione del tempo della schiavitù. Non senza aver agito per legittima difesa alla cattiveria razzista di gente del cavolo. Il secondo parla di una donna che non confessa di essere una strega e si difende da inquisitore, denunciante, gente piena di pregiudizi e scappa sottraendosi alla morte.

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Fantascienza: il conflitto di classe e lo sfruttamento dei migranti

Il mio nemico, film che non ha avuto gran successo al botteghino ma che è stato ispirato dal magnifico racconto di fantascienza “Nemico mio adorato”, di Barry Longyear, vincitore del premio Nebula e Hugo nel 1980, rintracciabile più facilmente in lingua inglese, è una storia che smette di raccontare la fandonia degli alieni cattivi e colonizzatori e mette un umano e un “alieno”, di tipo rettiliano, in una situazione per cui dovranno imparare non solo a comvivere ma anche a salvarsi a vicenda, apprendendo l’uno la cultura dell’altro e infine stabilendo un patto che riguarderà la prole dell’alieno, per sua specie ermafrodita, che morendo lascia all’umano il compito di crescere il figlio e poi di condurlo nel pianeta natale recitando davanti ai saggi la discendenza, l’albero genealogico che restituisce al bimbo un passato, presente e futuro. La storia è veramente inusuale per il tempo in cui fu scritta e poi messa su pellicola e ci racconta quante cose possono dividere ma anche unire persone che sono diverse per cultura e origine e che gli umani, colonizzatori, amano schiavizzare, disumanizzandoli, quelli che non somigliano a loro. Una storia che consiglio a tutti i razzisti di oggi. Imparereste moltissimo.

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Uteri di donna che generano mostri: da Alien a Prometheus

Da Alien ad altri film di fantascienza si apprende quanto le femministe dicono da sempre: l’uomo ha il vezzo di fingersi creatore e non avendo strumenti per creare abusa dell’utero delle donne. Non è bastato inventare religioni che rafforzano il patriarcato estendendo il potere agli uomini sulle diaboliche femmine, responsabili della cacciata del paradiso e di mille altre stregonerie. Tutto pur di cacciarle in casa, sotto il potere di un uomo che abusa dell’utero femminile per creare la propria stirpe.

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Carceri private: fantascienza o realtà?

Uno degli argomenti preferiti in fantascienza è quello della gestione di carceri private, distopie con conseguente trattamento disumano dei detenuti, costretti a combattere per non morire, a gareggiare in auto per tenere alto l’audience del network carcerario, a realizzare qualunque esperimento scientifico per cessione del corpo fin dal momento della condanna. Ne avrete visti tanti, uno tra questi, Fuga da Absolom, non di certo un film che ha incassato tanto, racconta di una società da Il Signore delle mosche, carcerati ridotti al cannibalismo e trincerati in una isola illegalmente.

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Film e storie di Azione: una noia da maschio alpha

Il mio studio sulle trame che costituiscono i maggiori filoni di intrattenimento si è arenato mentre leggevo o guardavo storie che sono la replica delle repliche, remake su remake, plot che negli anni della guerra fredda raccontavano con vigore patriottico le gesta di spie in contrasto con gli intenti di altre nazioni, racconti di ex spie (dato che la guerra fredda è finita) che si sono dati ad attività boscaiole di colpo coinvolti nel salvataggio di tenere fanciulle o donne in pericolo. Storie di uomini abbruttiti in una cella, per chissà quali reati, cui viene offerto il perdono in cambio di una partecipazione poco salutare a missioni sui.ci.de.

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