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A chi serve un #femminismo che infantilizza le donne?

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Caratteristica tipica di uomini paternalisti è quella di infantilizzare le donne in modo da ridurle ad oggetto di decisioni altrui. C’è stato un tempo in cui alle donne non veniva conferito lo status di “adulte” in nessuna situazione. Non lo erano abbastanza per gestire beni, proprietà, per votare, esercitare libertà di scelta e di pensiero, seguire una propria morale invece che quella altrui. Le donne erano semplicemente esecutrici di ordini altrui e avevano il compito di rispettare il valore dell’unico soggetto adulto riconosciuto in quanto tale e perciò era da lui che dipendeva qualunque pensiero universale su ogni questione. Non essere riconosciute adulte e quasi immeritevoli del dono riproduttivo ricevuto, significava essere sorvegliate a vista quando si dedicavano al mestiere educativo, all’assistenza e alla cura dei familiari e in relazione alla gestione del corpo e della sessualità.

Non essere considerate adulte, dunque, ci poneva sempre nella condizione di essere poste sotto tutela sociale e individuale in un contesto a gestione patriarcale. Una delle conquiste del femminismo è stata quella di ottenere un riconoscimento per le donne che esigevano di essere considerate adulte, abbastanza mature da poter perfino parlare per se stesse. Diventavamo dunque soggetti pensanti. Le donne diventavano fautrici di nuove spinte sociali e questo nostro percorso emancipatorio fu in parte favorito da chi aveva necessità che le donne potessero esercitare libertà di acquisto e dunque potessero rappresentare un’autorità nella compravendita di prodotti immessi nel mercato. Ebbene si, il femminismo è stato in qualche modo favorito dal capitalismo così come il capitalismo si appropria delle parole d’ordine di gay, lesbiche e trans perché lì individua un’altra fetta di acquirenti, ma questa è un’altra storia.

Quello che oggi voglio raccontarvi, dopo aver letto tomi di filosofia e cultura e storia femminista, è il salto in avanti che il femminismo restituì a tutte le donne pretendendo che fossero tutte considerate in grado di intendere e volere. Perciò le donne lottarono contro chi le considerava “isteriche” se e quando manifestavano una sessualità ed esigenze autonome. Lottarono per ottenere contratti di lavoro con riconoscimento di diritti pari a quelli riconosciuti per gli uomini. Lottarono per avere il controllo della propria abilità riproduttiva e poi per poter decidere che la biologia non le rendeva necessariamente inclini ad essere mogli e madri. Lottarono per evitare che il mondo ponesse sotto silenzio esigenze lungamente nascoste, a partire da donne che finalmente poterono essere protagoniste dell’opera infinita che riuscivano a mettere in circolo. Chilometri di saperi, saggezza celata, della quale le donne dovevano vergognarsi, perché un’infante non pensa, semmai affida e delega la capacità di decisione all’uomo, il padre, il marito, il fratello.

A capo delle società gli uomini garantivano sicurezza per quelle definite soggetti deboli. Prima le donne e i bambini, perché quella era la parte debole che bisognava tutelare. Invece i figli e i padri andavano in guerra a morire in quanto “adulti” per antonomasia, educati fin da piccoli a tutelare sorelle e madri, quando in realtà non erano neppure in grado di tutelare se stessi. Così il femminismo liberò anche quella parte maschile che non aveva alcuna voglia di assumersi l’onere di fare da protettore, patriarca, tutore del corpo di nessuna. Ecco, mi scuso della sintesi ma potete trovare molti libri di storia, antropologia, sociologia, che vi potranno illuminare su quel che accadeva in passato.

Veniamo all’oggi. Gli uomini non ci considerano più bambine e chi lo fa è chiaramente dalla parte di un pensiero anacronistico che è destinato a perire. Le donne adulte devono assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e non c’è nessuna attenuante per quel che di negativo le donne possono compiere. Abbiamo ottenuto vantaggi e svantaggi dell’essere considerate autonome e capaci di intendere e volere. Viviamo da sole. Esigiamo rispetto per le nostre decisioni. Possiamo scegliere di fare sesso non riproduttivo e di farlo perfino con una persona del nostro stesso sesso. Rivendichiamo il diritto di poter determinare la nostra vita, con le limitazioni che sono di tutti e che riguardano l’economia, l’assenza di reddito e di strumenti che ci facilitino la strada verso l’indipendenza economica.

Siamo comunque perfettamente in grado di autorappresentarci. Ci esprimiamo, in moltissimi settori della ricerca umana. Siamo scienziate, scrittrici, artiste, professioniste e nessun campo ci è negato. C’è chi ancora dice che ci sono settori nei quali non ci permettono di eccellere ma il punto è che il maschile inclusivo, assoluto e universale, è stato rimesso in discussione a partire dal linguaggio fino alla stessa gestione del lavoro e della famiglia. Siamo al momento in cui si è raggiunta, in qualche modo, una sorta di parità. Da qui in poi dovremmo lottare per tenercela, questa parità, e per evitare che nessuno più si rivolga a noi come fossimo delle dementi bisognose di perenne tutela. Dovremmo urlare che mai più vogliamo essere considerate bambine, non più in grado di decidere autonomamente. Dovremmo impedire che padri, istituzioni, tutori, si ergano a decidere per noi. E invece quel che sta accadendo è proprio l’opposto. Il femminismo odierno, quello egemone, infantilizza le donne. Siamo tornate ad essere considerate bambine. Secondo alcune non siamo in grado di decidere circa la gestione del nostro corpo, nelle professioni, nella sessualità. C’è chi si erge su di noi per dettarci una propria visione morale che censura e vieta scelte di vario tipo. C’è un femminismo che sollecita gli uomini a riassumere il comando, più precisamente a riassumere il ruolo di tutori, protettori, patriarchi buoni, la cui morale paternalista dovrebbe ridiventare il nostro sole di riferimento. Ci sono donne che impongono ad altre donne un codice morale, regole senza le quali non ci viene altrimenti riconosciuto lo status di adulte responsabili.

Che razza di femminismo è quello che esorta le istituzioni, patriarcali, a decidere per noi a proposito di esposizione dei corpi nei cartelloni pubblicitari, nei media, o di decidere per noi a proposito del mestiere che scegliamo di fare? Che femminismo è quello che impone alle donne, tutte, di dividere le schiavitù buone da quelle cattive, le scelte buone da quelle cattive. Badanti si ma sex workers no. Che femminismo è quello che sceglie, volutamente, di ignorare la voce delle sex workers, delle attrici porno, delle donne che vogliono abortire, di quelle che vogliono affittare l’utero, delle migranti che vogliono emanciparsi attraversando il mondo anche a piedi scalzi pur di farlo e che non vogliono essere oggetto di nessun prurito neocolonialista. Che femminismo è quello che batte e ribatte sulla faccenda della violenza subita non già per proclamarci assolute proprietarie del nostro corpo ma per raccontare, in forma ambigua, che il corpo è nostro ma non è nostro. Che femminismo è quello che ci dice come e quando una donna è veramente libera e quando invece no.

Dal Film Lolita
Dal Film Lolita

Se c’è una netta dimostrazione che rivela come questo femminismo, moralista, autoritario, pronto a lanciare allarmi per spostare il discorso politico sempre e solo sul piano emergenziale, abbia istigato la società tutta a infantilizzare le donne, è il fatto che il governo le abbia escluse dalla redazione di un piano antiviolenza, associandole, non a caso, ai bambini maltrattati (tra l’altro maltrattati anche dalle madri). La dimostrazione di quel che dico è dimostrata dall’esistenza di neofondamentaliste abolizioniste della prostituzione, ad esempio, o antiporno, che tentano di fare pentire e redimere sex workers e porno attrici con ragionamenti degni del più becero patriarcato. Le donne non sono in grado di difendersi da sole. Deve esserci sempre un tutore a fianco a loro. Il corpo delle donne torna ad essere considerato corpo sociale, perciò possono essere istituite delle speciali commissioni inquisitorie durante le quali uomini e donne d’altri tempi si divertiranno a dividere il mondo in presenze e abiti indecenti e abitudini decenti. E in tutto questo io mi chiedo come facciano, queste donne, a non vedere quanto sia controproducente quello che fanno.

Perché io, che dovrei godere delle lotte delle mie antenate, oggi dovrei chinare il capo al cospetto di un sessismo osceno sdoganato dalle nuove tutrici dei corpi delle donne? Dovrei fidarmi del loro parere perché hanno un utero? O dovrei cominciare a considerare il fatto che certe donne, nella delegittimazione e infantilizzazione delle altre hanno avuto e continuano ad avere un gran ruolo? Che differenza c’è tra le comari che un tempo giudicavano la donna troppo svestita, la ballerina da saloon e quelle che oggi giudicano le altre per i centimetri di pelle esposta o messa a servizio del piacere di qualcuno? Che differenza c’è tra i patriarchi d’un tempo che dicevano di rappresentarci tutti/e e certe femministe, donne, di oggi che insistono con l’idea di parlare in nostro nome, di rappresentarci, anche se non ci rappresentano affatto?

Perché al di là del fatto che possiamo condividere o meno le scelte delle altre donne, io ricordo benissimo che chi ci ha preceduto si era ripromessa di farci ottenere libertà di scelta in qualunque ambito. Qualunque. Ambito. La libertà non si esercita nel campo d’azione che tu ritagli per me. La libertà si esercita nel campo d’azione che io scelgo come possibile per la mia emancipazione. Ci sono regole per emanciparsi dal bisogno? E chi le ha decise? Perché una donna non può guadagnare soldi ballando in tv? Perché non si può fare quel che vogliamo? Perché dobbiamo sorbirci un esercito di matrone che vengono a dirci che le nostre scelte libere in realtà non sono tali e le loro invece si? Che razza di femminismo è quello che non concede di superare un scontro generazionale tra quelle che infantilizzano le altre e quelle che si ritengono madri/padrone del nostro destino. Che femminismo è quello che realizza e soddisfa l’esatto immaginario di pedofili che non vedono l’ora di vedere le donne vestite da lolite? (possibilmente con un livido che fa tanto fashion victim)

Lolita - Kubrick
Lolita – Kubrick

Quando esponete le vostre idee in fatto di femminismo quante volte vi è stato detto che siete “giovani” (voi… non potete capire!) anche se avete 50 anni? Quante volte vi è stato detto che siete possedute dal nemico? Quante volte vi è stato detto che siete perfino pazze, fuori di testa? Quante volte vi hanno detto che dovete lasciare che altre decidano per tutte noi? Così vediamo presunte “esperte” di femminismo dettarci dogmi che ci restano attaccati sulla pelle come fango in una giornata di sole. Si impiega un po’ prima di liberarsene. Vediamo quelle che evangelizzano il mondo lasciando intendere che c’è un’unica via per la santità ed è quella che vi mostrano loro.

Il punto è, intendiamoci, che qui non si proclama la giustezza assoluta di queste affermazioni. Quel che si definisce è un fenomeno che va inquadrato per quel che è: come un motore che spinge indietro. E pur nella parzialità dei pensieri di ciascuna la faccenda si rivela quando qualcuna viene da te e ti dice che quelle altre no, non sono davvero libere di scegliere, dunque devono essere affidate a persone “adulte” che sceglieranno per loro. Se non si raggiunge l’assoluta consapevolezza che il confronto, rispettoso, deve avvenire tra diversità e pensieri adulti, seppur differenti, non negando la diversità ma accettandola per la ricchezza che porta, io credo che il femminismo egemone, di questi tempi, piuttosto che essere motivo di progresso diventi un elemento sociale che spinge al regresso. E al regresso, chi vuole andare avanti, risponde senza farsi chiudere in un angolo. Voi andate pure indietro, care. Io vado avanti. Chi viene con me?

—>>>Update: sulla mia bacheca facebook Elettra Deiana risponde al mio quesito. A chi serve un femminismo che infantilizza le done? Lei risponde così: “Serve a occupare la scena, far parlare di sé, esprimere opinabili posizioni personali come verità di cui ci sarebbe assoluto bisogno mentre non ce n è affatto. L’obiettivo è appunto alimentare l’idea che le donne siano affette da minorità psicologica e quindi debbano essere oggetto di protezione. Poi nella realtà le cose sono molto diverse, confuse e contraddittorie come l’epoca che viviamo, segnata dal fantasma del patriarca, dalla libertà femminile ma anche, non di rado, dalla nostalgia femminile per quel patriarca e da forme di autoaddomesticamento femminile per compiacere lo sguardo maschile. Le cose stanno anche così e per questo certe posizioni ci sono e sono veicolate. Io vedo una realtà molto complessa e contraddittoria, se solo guardo un po’ oltre lo stretto giro. Neopatriarcalismi senza patriarcato e femminismi restaurativi – così li chiamo – fanno parte della transizione. Che si alimenti una cultura non conformista sulla materia, si mettano in discussione le cose a partire da un punro di vista diverso rispetto al mantra dominante mi sembra la cosa più positiva che oggi si possa fare. Come fa Eretica con il bel pezzo che condivido. Per il resto siamo nelle mani delle donne, molte fantastiche altre come va il mondo. E il mondo forse ha qualche problema.

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3 pensieri riguardo “A chi serve un #femminismo che infantilizza le donne?”

  1. Cara Eretica,
    a proposito di donne infantilizzate, il link che trasmetto contiene un articolo che mi ha fatto rabbrividire soprattutto perchè scritto da una donna moderna e apparentemente emancipata (epperò che reclama le tutele parternalistiche da uomini, che se cedono alla paura sono vigliacchi).
    http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/11737673/Prima-gli-uomini–poi-donne.html

    Cara Eretica, ma solo io mi vergogno a vedere articoli che equiparano una donna ad un’incapace?

  2. Ciao Eretica, sono un paternalista in cerca di libertà mentale. Questo è il motivo per cui seguo attentamente il tuo blog. Sono un paternalista contaddittorio, ho una anima antiautoritaria che si sente a te affine, e ti ha scelto come guida in questo percorso. Ho da poco perso una donna amata, per non saper davvero essere libero, e nemmeno davvero rappresentare un punto di riferimento sicuro come quello paterno/patriarcale. Sono in un mondo di mezzo, cercando la mia strada, e il tuo pensiero libero mi dà ossigeno.
    Mi chiedo: quale è il modo giusto di relazionarsi con una donna. Tra l’ altro, come segnali tu, confusa tra un bisogno di continuare sulla strada della autonomia e la nostalgia dell’ uomo-padre? Siamo davvero nella tormenta, e in balia di contrastanti desideri di potere e di paura del libero arbitrio.
    E’ un strada lunga mi sa, almeno per me. Grazie, spero di non essere stato troppo vago.

    1. l’unico consiglio che posso darti è quello che vale anche per me: non rintracciare la tua identità in base a quel che potrebbe piacere ad altre persone. Cerca quello che piace a te, compiendo un percorso autonomo e autodeterminato. spero che il paternalismo e l’autoritarismo non piacciono a te. se è così la strada è lunga e difficile. devi beccare modelli diversi o inventartene uno. in ogni caso buona fortuna e se vuoi tienimi aggiornata. grazie di questo pezzo di storia che hai condiviso con me. 🙂

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