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Fertility Day: come le vacche

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di Marco Reggio

Il “Fertility Day” sembra essersene andato con la rapidità con cui è venuto. Una meteora, forse un’eiaculazione precoce, forse un aborto. In ogni caso, non è rassicurante pensare che sia stato concepito dal governo in carica, che, evidentemente, incassa il consenso “pink” ottenuto con la legge al ribasso sulle unioni civili e lo spende in una campagna che fa impallidire quelle di Benito Mussolini. “La bellezza non ha età. La fertilità sì”; “Datti una mossa, non aspettare la cicogna”; “La fertilità è un bene comune”; “Genitori giovani. Il modo migliore per essere creativi”. Questi alcuni degli slogan che invitano, in buona sostanza, a fare figli per la patria, come dice esplicitamente – le immagini valgono più di mille parole – la grafica della cartolina “La costituzione tutela la procreazione cosciente e responsabile”: un paio di scarpine avvolte in un nastro tricolore (la costituzione antifascista funge, acrobaticamente, da legante fra le soggettività, il senso di comunità-cittadinanza e uno Stato in perenne fascistizzazione). E non si tratta di un errore di comunicazione, purtroppo. I maldestri tentativi di rendere in forma pubblicitaria l’idea che sta dietro al Fertility Day rendono solo più evidente la logica ministeriale, che è quella della pressione alla maternità irresponsabile. La fertilità e la maternità diventano appunto un bene comune: l’utero è mio, ma è la Patria a dirmi come gestirlo.

E quando si tratta di maternità forzata inevitabilmente il pensiero corre alle mucche ingravidate a forza negli allevamenti. “Come le mucche da latte” – protestano molti dei commenti sui social network. Talvolta suggerendo una comprensione del dramma quotidiano di milioni di femmine non umane continuamente costrette alla gestazione e al parto, talvolta suggerendo che, in fondo, per le femmine bovine non c’è nulla di male, per quelle umane si tratta di una grave violazione. Magari suggerendo che, “se si trattasse di mucche, interverrebbe la Protezione Animale”. In realtà no, non interverrebbe, perché la gravidanza forzata è perfettamente legale, sia nella versione “naturale” che in quella della fecondazione artificiale, prevede di solito la sottrazione dei figli appena nati ed è sovvenzionata a suon di miliardi dallo Stato e dall’Unione Europea. Parafrasando Isaac Bashevis Singer (“per gli animali Treblinka dura in eterno”), potremmo dire che “per gli animali, ogni giorno è un Fertility Day”. Ad ogni modo, il paragone è tristemente azzeccato: si tratta in entrambi i casi di decidere sul corpo altrui. E si tratta in entrambi i casi di una pressione quotidiana, dato che la spinta alla maternità è un aspetto della vita sociale con cui qualsiasi donna dovrà purtroppo confrontarsi dai 3 ai 50 anni.

Scandalizza, e non poco, pensare alla fertilità umana come bene comune, come se si trattasse di una risorsa inanimata potenzialmente a disposizione di tutt* (l’acqua potabile, per esempio) minacciata da un monopolio privato; e, in effetti, questa giravolta semantica è letteralmente oscena[1]. Ma è forse l’idea stessa di bene comune che va indagata nella sua storicità. I commons, i communia, non comprendono forse, spesso, anche degli esseri tutt’altro che inanimati da cacciare, pescare, allevare, di cui disporre nel consesso umano, o le risorse a disposizione per sfruttarne le capacità (ri)produttive? Ancora oggi, gli animali selvatici sono in molti paesi legalmente considerati “fauna”, patrimonio di tutti. I pesci, per esempio, sono un bene comune per eccellenza. I beni comuni sono, in fondo, un’idea che mostra tutto il proprio antropocentrismo, che rivela quanto la comunità di cui parliamo si costruisca su un gesto di esclusione, o su gesti di utilizzo differenziale delle risorse inanimate (un terreno è a disposizione della specie umana perchè vi tragga nutrimento per sè, e a disposizione delle altre specie perchè ingrassino per diventare carne). Difficile dire, in questa sede, se sia dunque il caso di abbandonare la retorica dei “beni comuni” tanto in voga nei residui delle sinistre (più o meno critiche) o se sia politicamente più produttivo risignificarla radicalmente, decentrando il ruolo della nostra specie. In ogni caso, può essere utile sottolineare i presupposti specisti, eterosessisti, razzisti e adultisti di questo “ritorno di fiamma” dell’esortazione nazionale a fare figli.

Specismo: se sette miliardi vi sembran pochi

Il contesto in cui nasce il Piano Nazionale per la Fertilità è un contesto di preoccupazione per il chiacchieratissimo “calo delle nascite”. Chiunque abbia un minimo di interesse nei confronti delle sorti del pianeta, delle risorse a “nostra” disposizione (quindi anche dei bambini e delle bambine, quell* già nat* e tendenzialmente affamat*), degli ecosistemi o dei conflitti globali per l’uso delle risorse stesse, non dovrebbe fare altro che tirare un sospiro di sollievo di fronte a un calo delle nascite (se non fosse che a livello mondiale la popolazione è in crescita costante). Inutile qui dilungarsi sui problemi di sovrappopolazione, altrettanto chiacchierati, del resto. Ma che cosa rivela la preoccupazione per il calo della natalità a uno sguardo smaliziato? Per esempio che, mentre i nostri responsabilissimi scienziati programmano interventi per lo sterminio di intere specie la cui colpa sarebbe quella di riprodursi troppo velocemente e in una zona che a loro insindacabile giudizio è riservata a un’altra specie (ius soli…)[2], le istituzioni non considerano in alcun modo dannosa l’esplosione demografica della nostra specie. Anzi, tutto il contrario: si preoccupano di riaffermare arrogantemente l’importanza della riproduzione umana, una riproduzione che più è sconsiderata e irresponsabile, più è degna di lode. Ecco perché, in un paese in cui regna la disoccupazione, si esortano i giovani a diventare genitori (“il modo migliore per essere creativi”, perché “la bellezza non ha età, la fertilità sì”).

14237656_10210470400662932_6180147219843756272_nEterosessismo: una banana afflosciata

Eppure, l’ansia che traspare dalle intenzioni dichiarate dal Piano (“Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società”) ci parla di una necessità di contrastare una serie di tendenze che sembrano colpire direttamente la virilità eterosessuale. Ancora, sono le immagini che parlano: quattro piedi sotto le lenzuola immortalati nella posizione del missionario, intenti a procreare (sempre per la collettività), o una banana afflosciata che invita i maschietti a prendersi cura della propria fertilità. A questo si collega la volontà di rimettere le donne al proprio posto, quello di madri docili e innamorate (della romantica idea di maternità, non dei/lle figl*, ovviamente). Tutto ciò implica, evidentemente, la colpevolizzazione delle donne che non vogliono fare figl*, e al contempo la riconferma del ruolo maschile nella costruzione del Futuro. La banana afflosciata – poco tempo fa materiale per il disciplinamento scientifico delle capacità di godimento dei corpi – diventa un problema nell’ottica rigorosamente eterosessuale della possibilità di procreare. In un’altra di queste cartoline, persino le avvertenze sui danni del fumo di sigaretta sugli apparati sessuali vengono rilette in chiave puramente riproduttiva (“non mandare gli spermatozoi in fumo”). Che l’eterosessualità obbligatoria sia il sostrato di tutta questa insistenza sul patrimonio procreativo maschile lo si può vedere, del resto, in un caso che costituisce un ottimo esempio per quanto riguarda la situazione italiana, e cioè la (non) possibilità di sottoporsi volontariamente alla vasectomia. Le barriere di tipo ideologico che un qualsiasi maschio che vuole fare questa semplicissima operazione chirurgica deve affrontare la dicono lunga su quanto sia un tabù la scelta consapevole di non avere figli/e. Non solo: anche nei casi in cui questa operazione (privatamente) è possibile, non è sufficiente il consenso dell’interessato (che dunque non ha controllo sul proprio corpo), ma devono essere soddisfatti alcuni requisiti che rendono evidente il nesso fra corpo maschile e potenziale riproduttivo come “bene comune”, a partire dal fatto di avere già fatto più di un figlio e di avere acquisito il consenso esplicito e consapevole della partner. Il primo di questi requisiti, in particolare, testimonia chiaramente che per non fare figli è necessario “avere già dato” alla patria [3]. La vasectomia, come l’aborto, è legale ma ostacolato dai medici, perchè anche se non è più tale dal punto di vista giuridico, è una sottrazione ai propri doveri di riproduttori. Questo investimento maniacale nella tutela della fertilità riguarda tanto i corpi maschili quanto quelli femminili, ma è limitata ai corpi in età da riproduzione (per esempio, la menopausa porta con sè un improvviso cambiamento di atteggiamento da parte degli specialisti: le parti del corpo che prima andavano preservate con un rispetto quasi religioso, ora possono essere asportate senza troppe esitazioni, dato che non serviranno più a dare figli alla patria) e soprattutto ai corpi cisgender, dato che, al contrario, sui corpi transgender le prassi mediche prevedono ben altri trattamenti il cui fine è, in buona sostanza, la sterilizzazione.

Razzismo: solo “loro” fanno figli

Ma c’è un altro aspetto di questa ansia che ha giustamente suscitato commenti scandalizzati. Il calo della natalità è una tendenza dei paesi industrializzati, ma non è una tendenza omogenea, dato che, come è noto, evidenzia atteggiamenti variabili rispetto alla procreazione a seconda dell’etnia o dello status giuridico delle persone. In soldoni, come si sente spesso dire, “solo gli extracomunitari fanno figli”. Questo lo dice anche il Piano Nazionale per la Fertilità: si tratta di uno dei presupposti su cui viene costruità l’esortazione (rivolta alle “italiane doc”, a quanto pare) a riprodursi. Il fatto è che l’ansia da estinzione della specie, di cui si serve il neoliberismo per incitare alla riproduzione indiscriminata di consumatori (e produttori di risorse per il welfare, suggerisce il Piano stesso), riguarda solo una parte della specie, e rivela così i suoi presupposti razzisti. Non tutte le infertilità hanno lo stesso valore, e soprattutto non tutt* i bambin* hanno lo stesso valore. Gli “ariani” valgono di più, e devono correre ai ripari, altrimenti le razze impure li soppianteranno semplicemente perché si riproducono più in fretta. Non siamo troppo lontan*, tutto sommato, dallo scontro fra scoiattoli grigi e scoiattoli rossi (vd. nota 2).

Adultismo: il Bambino

14232610_10210470402862987_8779072375353535339_nPer quanto gli argomenti per respingere al mittente il Piano Nazionale per la Fertilità siano solidi, e nonostante i lapsus dei pubblicitari incaricati, resta il fatto che il Ministero della Salute si è giocato, prevedibilmente, la carta più efficace. Tutta l’esortazione a procreare poggia infatti su uno dei simboli più potenti nell’immaginario collettivo, quello del Bambino. Un’entità astratta, ovviamente, che ha ben poco a che fare con i concreti problemi delle persone non adulte. Persone che per il Ministero non sono tali, ma icone da giocare contro le donne, contro chi critica le politiche neoliberiste, e contro i/le bambin*, anche. Prova ne è la cartolina del Fertility Day dedicata alla necessità di fare più di un figlio, in cui il fantasma del secondo o terzo figlio insidia minacciosamente l’immagine del figlio unico, dipinto volutamente come uno sfigato incompleto e solo. In un momento storico in cui lo Stato onora sempre meno i propri doveri in materia di asili nido, scuole dell’infanzia o diritti dei genitori lavoratori (per non citare che alcuni esempi di dissoluzione del welfare ad opera di politici adulti contro le persone non adulte), è molto comodo trasformare il suggerimento a “non lasciare soli” i figli unici nel più ridicolo dei consigli: “se tuo figlio non ha compagnia, fagli un fratello/sorella”. Il fatto che questa cartolina parli di Bambini con la B maiuscola strumentalizzando quell* con la b minuscola risulta evidente se si pensa all’effetto concreto che può avere sui/lle figli/e unic*, quell* ver*, che esistono nella realtà, mangiano cagano e guardano i cartelloni pubblicitari (e li capiscono meglio di molti adulti, purtroppo). Come si sentiranno? Probabilmente, come sono dipinti dal Ministero: sfigat*, incomplet* e sol*, assediat* dai fantasmi di bambin* che non esistono.

NOTE

[1] Si veda per es.: https://abbattoimuri.wordpress.com/2016/08/31/fertilityday-la-fertilita-non-e-un-bene-comune/.

[2] Un caso emblematico in Europa è quello dello scoiattolo grigio, sotto attacco perché accusato, in quanto specie alloctona, di minacciare lo scoiattolo rosso in diversi paesi (http://www.scoiattologrigio.org/).

[3] Sulla vasectomia, si veda per es. l’inchiesta di Erica Vecchione: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/02/sterilizzazione-impossibile-in-italia-ma-solo-per-luomo/1047190/.

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  2. […] la tradizionale funzione del sesso spostandola dalla concezione veterofascista del ‘mettere su famiglia‘, che non è altro che semplice prosecuzione della specie, alla funzione originaria di […]

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