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Ricerca svela che alla maggior parte dei/delle sex workers piace il proprio lavoro

sexworkAlex Feis Bryce, Director of Service of the National Ugly Mugs Scheme, scrive sull’Indipendent Uk questo pezzo che vi sintetizzo in una traduzione non letterale. Buona lettura!

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Alla maggior parte dei/delle sex workers piace il proprio lavoro. Perché dovremmo trovare questa cosa tanto sorprendente? Vendere prestazioni sessuali non è di per se’ dannoso o pericoloso. Lo è la criminalizzazione (#StigmaKill) della professione.

Chi egemonizza la discussione sulle sex workers vorrebbe far credere che i/le se workers siano un problema (di ordine pubblico) da affrontare o semplicemente delle vittime da salvare. Ma questa non è la verità. Infatti, se tu chiedi alle sex workers qualcosa circa il loro livello di soddisfazione che traggono dal proprio lavoro e circa le proprie condizioni lavorative, come uno studio della Leeds University ha fatto, la maggior parte di esse dice che ne è felice. Quando è stato chiesto di descrivere il loro lavoro, le persone intervistate hanno scelto di usare parole positive o neutre. Il 91% delle sex workers descrive il proprio lavoro con la parola “flessibile”, il 66% lo descrive come “divertente”, e oltre la metà delle persone intervistate trova quel lavoro “gratificante”.

Altre informazioni al riguardo si basano sulle seguenti risposte: la maggior parte dei/delle 240 sex workers che hanno risposto al sondaggio aveva fatto anche altri lavori, in particolare erano stati impegnati in professioni in campo sociale o sanitario, e ha un buon livello di istruzione. Ma questa non è stata una vera sorpresa per i/le sex workers o per gli/le espert* del settore, ché sono ben consapevoli del fatto che la visione comune che si ha sui/sulle sex workers è sbagliata.

Ma i risultati di questo studio saranno certamente dichiarati infondati dalle femministe radicali e dai Cristiani conservatori che non hanno avuto problemi a dimenticare le differenze che dovrebbero esserci tra loro stessi pur di votare, insieme, – con il disaccordo del 98% dei/delle sex workers – per la criminalizzazione della professione (e dei clienti) nell’Irlanda del Nord. Si tratta delle stesse femministe e degli stessi cristiani che ora sostengono l’introduzione di leggi dello stesso tipo anche del Regno Unito. Le loro proposte si basano sul cosiddetto modello nordico (svedese) che criminalizza l’acquisto di servizi sessuali sulla base di una convinzione che le porterebbe a ritenere che la prostituzione, tutta, va considerata come violenza di genere contro le donne.

Nonostante a quel modello di criminalizzazione si siano opposti Lancet, UN Aids (organizzazione delle nazioni unite per la lotta contro l’aids), l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Human Rights Watch, la criminalizzazione dell’acquisto di servizi sessuali voluta nell’Irlanda del Nord viene sostenuta, con un approccio dello stesso tipo, da figure di rilievo del partito laburista britannico. Essi credono che il sex work non sia mai scelto liberamente, ma questa loro convinzione è ovviamente totalmente in contrasto con i risultati di questo studio.

E’ sorprendente il fatto che si ritenga che il modello svedese debba essere esportato a livello internazionale, nonostante non vi sia alcuna prova del fatto che siano diminuiti i numeri del sex working, e nonostante il fatto che, invece, che quel modello abbia sottoposto i/le sex workers a maggiore danno e stigma.

Anzi si vede dall’incremento dei/delle sex workers che di quel modello si può fare perfettamente a meno. Nonostante gli alti livelli di soddisfazione che dichiarano i/le sex workers, lo studio dell’Università di Leeds ha anche riscontrato che il 71% dei/delle sex workers hanno vissuto brutte esperienze di attribuzione dello stigma e quasi la metà sono stati vittime di un reato nel corso del proprio lavoro. National Ugly Mugs (NUM), un progetto che sostiene i/le sex workers che sono vittime di crimini, si oppone alla loro stigmatizzazione e lavora in collaborazione con le polizie per migliorare l’attività di intervento e assicurare i responsabili dei vari crimini contro  i/le sex workers alla giustizia.

Vendere servizi sessuali non è perciò di per se’ dannoso o pericoloso. E’ chiaro che i 50 o 60 crimini al mese contro i/le sex workers registrati da NUM vengono commessi perché i colpevoli pensano che chi commette reati contro i/le sex workers non sarà denunciato alla polizia e possono farla franca. Tragicamente, questa convinzione si basa su un dato di fatto: solo il 26% dei/delle 1350 sex workers che hanno subito gravi crimini, così come riporta NUM, erano disposti a denunciarli alla Polizia (chi non denuncia spesso non lo fa perché condannato a stare in clandestinità per le cattive leggi sulla immigrazione o per la criminalizzazione della prostituzione – ndt).

Questo studio ha dimostrato che i/le sex workers sono un gruppo eterogeneo, la maggior parte dei quali hanno scelto il proprio lavoro preferendolo ad altre possibili opzioni. Lo studio veicola anche un forte messaggio relativo al fatto che ogni azione politica volta a negare la loro agency (rivendicazione, richiesta di regolare riconoscimento) non è fondata su prove reali.

Per la International Sex Workers’ Rights Day (la giornata internazionale dei diritti per i/le sex workers) dobbiamo ricordare a noi stess* che i/le sex workers sono uno dei più stigmatizzati gruppi della nostra società e spesso la loro voce viene deliberatamente negata dai politici (abolizionisti, ndt) che dicono di voler essere loro di aiuto e di agire in loro nome. Solo attraverso la depenalizzazione del sex working e dell’acquisto di servizi sessuali i/le sex workers vedranno diminuire lo stigma impresso su di loro e potranno sentirsi a proprio agio nel rivendicare i propri diritti e nel denunciare i crimini subiti alla polizia.

"Noi non abbiamo bisogno di essere salvat*"
“Noi non abbiamo bisogno di essere salvat*”

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1 pensiero su “Ricerca svela che alla maggior parte dei/delle sex workers piace il proprio lavoro”

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