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L’otto marzo, visto da una sex worker

13164_10203891288257379_7530673430495546706_nCamilla. Separata. Madre di due bambini. La mia nazionalità non ha importanza. Sono una donna adulta, comunque piacente e dopo aver invano cercato altro lavoro, giacché avevo i conti da pagare, ho deciso di mettere un annuncio su un sito internet e ho cominciato a ricevere telefonate da potenziali clienti. Non avevo idea di quel che sarebbe stato il mio lavoro, però sapevo da quale realtà venivo. Sposata molto giovane, avevo lasciato in sospeso gli studi. Comunque in Italia a me non hanno riconosciuto neppure il diploma. Tutto quello che potrei fare è la cameriera, la donna delle pulizie o altre piccole cose, comunque tutte pagate poco e male.

Il mio ex marito mi ha fatto passare le pene dell’inferno. Aggressivo, violento, anche volendo tenere unita la famiglia non ero più in grado di sopportare quello che mi faceva. Gli ho detto “vai” e lui non se l’è lasciato dire due volte. D’altronde aveva sempre vissuto male le responsabilità, non reggeva lo stress ed ero io a fare quadrare tutto quanto. Perciò mi è toccato tirare su le maniche e cominciare a lavorare. La prima cosa che i clienti mi hanno chiesto è se avevo un permesso di soggiorno. Ho detto che non mi serviva. Sono italiana e dunque non ero ricattabile. A chiedermelo sono stati soprattutto uomini in divisa, ovvero quelli che avrebbero dovuto essere più corretti.

In futuro non li avrei più considerati come clienti. Ne ho scelti altri, perché nel mio mestiere si può scegliere. Mi sono scoperta più bella, sensuale, carnale, intelligente di quanto non mi fossi sentita fino a quel momento. C’erano uomini che facevano a gara per aggiudicarsi un mio appuntamento, e molti volevano solo affetto e parole. Alcuni erano malati di solitudine, altri volevano solo un corpo sul quale poggiare i loro sogni, per rilassarsi, fermarsi un attimo e poi ripartire. Alcuni erano molto realizzati, piuttosto benestanti, e mi preferivano ad altre perché io lavoravo con grande senso dell’ironia. C’erano gli uomini sposati, i fidanzati, giovani, vecchi, comunque tanti e ciascuno diverso dall’altro.

Quel che ho scoperto è che molte delle cose che si dicono dei clienti sono false, stereotipi, inutili cliché. Ne ho conosciuti tanti e quelli più simpatici venivano da esperienze non gradite vissute con donne per lo più sessuofobe. Donne che avevano ricevuto un’educazione molto religiosa o che, comunque, avevano altre preferenze sessuali. Il sesso, come dicevo sempre, è bello quando si fa consensualmente e per fare piacere alle persone che si toccano, si leccano, godono, si desiderano.

Non so perché ma avevo anche la sensazione che alcune donne non avessero voglia di corrispondere il desiderio del loro partner di farle godere. Mi chiedevano spesso di ripetere quel che provavo. Volevano sapere quel che piaceva a me, perché il loro piacere consisteva nel farmi godere. E chi ero io per rifiutare un orgasmo dato da chi, oltretutto, mi pagava? Quando ho tentato di raccontare questa cosa, a persone che conoscevo, per poco non mi davano della ninfomane. Volevano sapere dettagli morbosi e truculenti ma io non ho subito traumi, a meno che non debba ritenere tale la volta in cui un cliente venne da me e iniziò a piangere.

Ero sopravvissuta a un marito violento. Quello era il mio unico trauma. Questo lavoro, invece, che continuo ancora a fare, mi ha dato gli strumenti per fare crescere i miei figli, pagare i conti e vivere decentemente. E mi è piaciuto. Perché dovrei dire cose diverse se per me è stato ed è così? Qualcuna mi disse, una volta, che il fatto che piaccia a me non significa che piaccia a tutte. Ma io non credo che le donne siano obbligate con la pistola alla tempia a fare quel che faccio io. Alcune fanno scelte obbligate, è vero, per soldi, così come farebbero le operaie, le cameriere, le badanti, però con la prostituzione si guadagna di più e se non hai remore morali e sei dotata di sufficiente ironia è un lavoro che, per quel che mi riguarda, mi ha emancipata dal bisogno.

Quelle che sono costrette e sfruttate sono un’altra cosa. Vanno difese, aiutate e io sono la prima a dirlo, ma poi ci sono io, altre colleghe, colleghi e sorelle trans, che non mi pare siano sfruttat*. Io non lo sono. Mi prostituisco, guadagno, mi piacerebbe pagarmi i contributi, avere diritto ad una adeguata e mirata assistenza sanitaria, pagare le tasse, poter fare tutto alla luce del sole. Mi piacerebbe anche poterlo dire ai miei figli senza vergognarmene e, soprattutto, mi piacerebbe che il mondo attorno non rendesse loro la vita difficile nel caso in cui sapessero di me.

Non sono io il problema. Non lo sono i clienti. Allora di cosa parliamo? Tra qualche giorno è l’otto marzo. Saranno in tante a festeggiare ipocritamente una giornata che per lo più è dedicata alle passerelle di politicanti e donne che non hanno bisogno di lavorare o che comunque pensano di avere il diritto di dire a me come dovrei vivere. Io auguro a tutte le donne, invece, di poter fare ogni scelta desiderata senza dover subire sermoni da parte di nessuno e vi auguro di non subire stigmi negativi, giudizi, sentenze, quando non vi allineate alla morale comune. Poi vi auguro di trovare luoghi solidali che parlino di reddito, casa e lavoro, invece che di quanti centimetri di pelle dovreste mostrare. Vi auguro il mondo intero. A voi, e un po’ anche a me.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

—>>>Leggi questa storia tradotta in portoghese.

 

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4 pensieri su “L’otto marzo, visto da una sex worker”

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