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Legalizzare la prostituzione è necessario. Lo chiedono i/le sex workers!

coverGiulia Garofalo Geymonat, che è ricercatrice in Scienze sociali e lavora al Centro di Gender Studies dell’Università di Lund in Svezia, da molti anni si occupa di politiche relative all’industria del sesso nei paesi europei. Ha scritto il libro “Vendere e comprare sesso“, e leggo oggi  un suo pezzo su pagina99. Lo condivido qui. Buona lettura!

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Si alla legalizzazione della prostituzione

Il mercato del sesso esiste e chiede rispetto e protezione

di Giulia Garofalo Geymonat

Chiariamo un malinteso. Non occorre amare la prostituzione per volerla legalizzare. Coloro che sostengono la legalizzazione, compresi stati come la Germania, l’Olanda, la Svizzera, l’Australia e la Nuova Zelanda, non sono promotori della prostituzione, mentre altri sarebbero anti-prostituzione. Con un argomento così delicato, bisogna stare attenti alla retorica giornalistica, e alla propaganda elettorale. Proprio come coloro che sostengono la criminalizzazione del lavoro sessuale – individui, associazioni, ma anche stati come la Svezia, la Thailandia, gli Stati Uniti, la Cina, la Russia – anche coloro che sostengono la legalizzazione vogliono proteggere le donne, i ragazzi e le persone trans dallo sfruttamento, la violenza, gli stupri, gli omicidi, e promuovere l’uguaglianza.

Tutti partiamo dall’urgenza di mettere fine alle storie di minorenni nella prostituzione, o di persone costrette a prostituirsi, senza alternative, con debiti altissimi, o senza strumenti per capire che vengono incastrati, e di tutti coloro che ne approfittano, o fanno finta di non rendersi conto. Molti di noi riconoscono che questo accade in Europa soprattutto alle persone migranti, messe in situazione di vulnerabilità non solo da trafficanti, sfruttatori e clienti senz’anima, ma anche dalle enormi disuguaglianze fra paesi del Sud e del Nord, dalle nostre leggi migratorie e da una società razzista. Molti sanno, in cuor loro, che in un mondo ideale, in cui le disuguaglianze non esistessero, le donne non fossero in posizione di subordinazione strutturale, la sessualità fosse un bene liberamente condiviso, l’industria del sesso non esisterebbe, o sarebbe molto piccola.

Per quanto mi riguarda, il fatto che la sessualità sia così fortemente commercializzata mi dà molto da pensare, ma provo una sensazione simile per altri beni fondamentali, quali la salute o il cibo, che pure si comprano e si vendono. Il punto è che, mentre cerchiamo di cambiare tutte, o almeno alcune, di queste ingiustizie, ci sono, nel frattempo, molte persone, anche fra noi, che comprano sesso (forse 40 milioni in Europa) e che di prostituzione vivono (forse 2 milioni in Europa). Ci sono donne giovani e meno giovani, ragazzi e persone trans che, insieme spesso ad altri lavori, con il lavoro sessuale si pagano gli studi, mantengono la famiglia, pagano i progetti migratori, le operazioni di transizione, o semplicemente pagano l’affitto o vanno al cinema.

A partire dagli anni ’70 in Europa, negli Stati Uniti e in America Latina, e poi, dagli anni ’90 anche in Asia e in Africa, si sono moltiplicati i gruppi di lavoratrici e lavoratori del sesso, autorganizzati, che provano a difendersi dai loro datori di lavoro, dai clienti irrispettosi, dagli aggressori. Questi gruppi, soprattutto nei paesi dove la prostituzione non è legale, denunciano gli stati, le istituzioni e le forze dell’ordine, che, mentre dicono di proteggerle, le discriminano, isolano, o peggio le aggrediscono e le arrestano. Attraverso questi sindacati di base, le sex workers più coraggiose e politicizzate escono allo scoperto rischiando pestaggi, licenziamenti, perdita della custodia dei figli. Lo fanno con l’appoggio di alcune organizzazioni che lavorano per i diritti delle donne, per i diritti umani, contro la tratta, e contro l’Hiv, e negli ultimi dieci anni sia l’Ilo che l’Onu hanno riconosciuto la loro importanza.

Quello che chiedono è uscire da una vita di sotterfugi, discriminazioni, arresti, vergogna, ricatti, isolamento, rischio e violenza. Chiedono protezione da parte della polizia e dei tribunali, accesso agli ospedali, diritto a farsi una famiglia. Chiedono di potere lavorare insieme, in locali sicuri, scambiarsi informazioni sul lavoro, impiegare buttafuori, segretarie, selezionare tranquillamente i propri clienti, e potere rifiutare, per esempio, quelli che cercano sesso senza preservativo. Chiedono la possibilità di versare contributi per la pensione, un’assicurazione sanitaria, un mutuo prima casa. Chiedono di poter cambiare lavoro, quando non vogliono o non possono più farlo. Infine, chiedono di essere attivamente coinvolte nelle operazioni contro la tratta e il lavoro forzato e minorile che esiste nella loro industria, e non invece subire repressioni indiscriminate.

Tutto questo non si può cominciare a fare se non si hanno spazi di legalità, chiarezza, sicurezza. Tutto questo richiede che lo Stato riconosca che ci sono forme inaccettabili e forme accettabili di prostituzione, e ascoltando tutte le parti in causa, metta fine alle prime sostenendo lo sviluppo delle altre.

Leggi anche:

—>>>il network delle organizzazioni europee composte da sex wokers: http://www.sexworkeurope.org

Tutti i post, le traduzioni, le news sul sex working su questo blog a partire dalla tag Sex Workers

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Comments

  1. Assolutamente d’accordo col giornalista, non ho nulla da aggiungere. Condivido in pieno!

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