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#Firenze: a teatro la storia di Rossella Casini. Di mafie e logiche da clan!

Rossella Casini

Rossella Casini

Sono sempre molto perplessa quando si parla di donne e mafia. Nella migliore delle ipotesi sono descritte come giuste perché hanno scelto tra un patriarcato e l’altro, la mafia o lo Stato, i meccanismi impliciti a quel familismo amorale fatto di violenza e omertà e quegli altri in cui si esaltano gli “uomini” di Stato e il legalitarismo come unica strategia di sopravvivenza. Sono perplessa perché conosco a fondo il tema, ho cercato a fatica una sfumatura di antimafia che non fosse appiattita su ragioni filo/istituzionali, laddove in Sicilia si sono celebrate le legittimazioni di varie politiche repressive. Quelli delle leggi speciali antiterrorismo che ti piovevano a casa a tutte le ore a perquisirti l’anima con la speranza di trovare armi dove invece c’era solo un volantino erano poi gli stessi che si nutrivano della retorica del rappresentante dello Stato buono e onesto, l’uomo un po’ supereroe e un po’ leader, che combatteva contro la criminalità organizzata in difesa dei cittadini.

Le donne cui veniva conferito un merito erano quelle che aderivano a quest’ultima cultura. Figlie, mogli, sorelle, parenti, fimmine che tradivano la famiglia d’origine, rompevano il velo d’omertà, venivano uccise per vendette trasversali, pagavano con la vita la scelta di “parlare” quando volevano salvare mariti e figli che la mafia voleva ammazzare o aveva già ammazzato. Perciò di donne in quel contesto si parla sempre e solo come appendici di uomini che sbagliavano o eroi di frontiera, o testimoni e figlie putative di giudici integerrimi che senza dubbio hanno rappresentato un fattore culturale differente, un riferimento altro possibile rispetto a quella immobile mentalità. Le altre erano mafiose, complici, colluse, o di qua o di là, non c’era molta alternativa, a meno che non guardavi tutto con disincanto sapendo che in qualunque luogo ci sono persone degne e indegne, integerrimi e corruttibili, che è tutta una questione di buon senso e umanità, che la disillusione deve riguardare la gente comune così come le divise, perché Peppino Impastato fu ucciso due volte, dalla mafia e da chi poi ha sviato le indagini per coprire un boss.

Perplessa, dunque, perché troppo spesso leggo o guardo cose piene di clichè, stereotipi, semplificazioni che a poco servono quando si vuole fare capire che il fenomeno mafioso non riguarda luoghi, persone, facilmente individuabili ma riguarda piuttosto un sistema cruento e disumano del fare impresa, fare soldi, fregandosene della gente e derubando, sfruttando, tutto e tutti, al fine di acquisire sempre più potere. Fatevi due domande e poi ditemi se davvero credete che mafia sia quella campagnola con coppola e lupara. Ditemi che non vi è chiaro come si tratti di una guerra testosteronica tra diverse modalità del fare impresa in cui il confine tra legalità e illegalità non sempre è così chiaro. E’ complicato, dunque, molto più complicato di quel che si dice. Lo è perché ci sono cose che passano sulla testa delle singole persone che lottano in nome di un’ideale o perfino su quelle che pensano di poter servire lo Stato onestamente. Lo è perché non esiste il bianco e il nero e perché in ogni caso parliamo di un mostro che non sta altrove ma parliamo di complessità che, tra le altre cose, riguardano, per l’appunto, anche le donne.

Sono le mogli, madri, sorelle di mafiosi che nei processi in cui talvolta una donna prende parola contro urlano solidarietà ai propri uomini a suon di improperi, spesso sessisti, zoccola, troia, eccetera eccetera, esattamente come fanno alcune quando si schierano contro la donna che denuncia il figlio per stupro. Sono quelle che gestiscono gli affari di famiglia usando i figli come galoppini per controllare i territori. Quelle che si sostituiscono ai mariti che sono in galera o quelle che comunque vengono compensate per il proprio silenzio e considerate donne di rispetto. Sono corresponsabili di quello che succede. A volte non possono scegliere e certe volte invece si. Scelgono di diventare esse stesse aguzzine, di farsi tramite, di intimidire quelle che non sono allineate. Guardano con risentimento e atteggiamento normativo altre che si comportano in modo differente. Agiscono né più e né meno che come certe bulle e stalker che massacrano la vita di altre donne se non restano fedeli al branco.

Poi ci sono le altre che sposano la ragion di Stato, delegano ai tutori e consegnano corpi alla loro protezione con la speranza che quei tutori possano favorirne un reale percorso di liberazione. Il fatto è, appunto, che mafia e antimafia in termini di mentalità machista sono speculari e dunque le donne possono solo essere appendici di criminali o eroi. Soltanto questo. Schiacciate nel proprio ruolo di genere. Madri coraggio che sono legittimate a “parlare” per amore del figlio ucciso e mogli che parlano del “padre” dei loro figli e in loro nome si può tollerare quello sfogo. Sono figlie di uomini che vengono celebrati con frasi dedicate, compagne che vengono considerate coraggiose perché hanno scelto di condividere situazioni di pericolo con questi eroi. Difficilmente si parla di donne che hanno disertato il proprio ruolo di genere, che hanno scelto modi differenti di ribellarsi e che quel patriarcato lo hanno combattuto giorno per giorno, senza mai smettere, utilizzando gli strumenti che esistono, senza delegare. Ricordate: le donne che non delegano mettono in ombra i martiri dell’antimafia. Le tante donne che io ho conosciuto e che sulla propria pelle hanno pagato il prezzo della scelta di non aderire a una mentalità machista in generale, strutturata in mafia o anche no, quelle morte o sopravvissute a mille battaglie per liberarsi, non sono mai state a lungo citate, raccontate, respirate.

Così trovo davvero estremamente utile un progetto che parla di una donna che ha combattuto una battaglia per vivere le sue scelte con più libertà ed è stata perciò punita nel peggior modo che si potesse immaginare. Trovo utile che su questa donna, Rossella Casini, punti lo sguardo chi ha una sensibilità in questioni di genere e sveli i meccanismi cruenti, familisti e patriarcali, che portano alla legittimazione di un simile delitto. Perché i delitti non nascono per caso ma sono la risposta a una pressante campagna di risentimento, istigazione all’odio, livore contro quella che si pretende essere una nemica dell’ordine del clan.

Si tratta dell’estrema forma di ostracismo, mobbing sociale, punizione da parte di chi non intende mettere in discussione nessuna delle norme prescritte fino a quel momento. A fare la morte di una donna che porta un punto di vista diverso e una risposta altra a problemi complessi non è solo la singola persona che compie il gesto ma c’è, infatti, una decisione collettiva, che pretende legittimazione, che acquisisce consenso sulla base di una mentalità dogmatica che dà valore all’omertà, al rispetto per il clan, sulla base di una convinzione precisa, ovvero quella che questa donna rappresenti un pericolo per la comunità e dunque perciò merita di essere scannata.

Qualunque delitto cerca consenso sociale e qualunque clan realizza un marketing, una propaganda incessante, per fare ritenere corretta la decisione di isolare, violentare, massacrare, uccidere qualcuno. La uccidi perché è necessario e non perché tu sei un mafioso, una criminale, un uomo o una donna che applicano logiche di branco e non tollerano le cagne sciolte. Fateci caso perché qui si tratta per davvero di capire che queste strategie violente non appartengono alla mafia in quanto tale ma sono diffuse in tutti gli schemi sociali e violenti di cooptazione adepti, coercizione e intimidazione di chi non ci sta, imposizione di autoritarismi per far tacere chiunque dissenta e renda evidenti alcune contraddizioni.

Allora sono contenta che una storia come quella di Rossella Casini sia trattata da chi, appunto, ha una sensibilità in questioni di genere e racconti questa donna non solo in quanto donna ma anche in quanto persona che viene risucchiata nel clan e poi risputata fuori con violenza laddove non esiste clan che tolleri il dissenso e una opinione contraria. Sono contenta che a parlarne sia chi con l’Associazione Libera racconta come spesso le vittime e i testimoni di mafia finiscano in un dimenticatoio senza fine e così mettono in luce una contraddizione e un sistema che spesso si rivela un vero e proprio tritacarne. Contenta del fatto che si parli di lei, Rossella, e si ricordi anche Lea, un’altra vittima di quella mentalità. Contenta che si racconti di lei senza toni epici ma mettendo assieme con sensibilità i dettagli di un suo percorso intimo, la sua lotta, la sua forza, la sua solitudine sociale, di donna, persona, in un suo preciso momento fatto di piccole e grandi scelte.

Fiamma Negri

Fiamma Negri

Io non sapevo di questa donna, lo so adesso, grazie a Fiamma Negri e Giusi Salis che hanno restituito volto e parole a una donna a cui volto e parole erano state tolte. Di lei si sa che da Firenze andò con il suo ragazzo in Calabria e si ritrovò col suocero mafioso morto ammazzato e il fidanzato ferito. Gli suggerì di parlare e infine lui ritrattò. Lui ebbe, vigliacco e tutt’altro che macho eroico così come i mafiosi vorrebbero descriversi, salva la vita e lei fu condannata a morte. Roba da clan che per l’appunto risputa fuori e punisce la straniera che non si è adeguata alle norme imposte. E non è forse questa la storia che perennemente ci riguarda, a noi, donne, uomini, persone che se in dissenso con piccoli e grandi clan, di qualunque genere, veniamo puniti?

Ultimo domicilio: sconosciuto” – di Fiamma Negri, che vedete in scena, e Giusi Salis, è un progetto teatrale, con diverse date e luoghi di rappresentazione a Firenze (e non solo) di cui potete leggere sul sito, ma è anche qualcosa di più. L’inizio di un percorso, con corsi e incontri nelle scuole e altre intenzioni utili di cui potete leggere nella pagina di crowdfunding in cui scorre la cifra che consentirà a questo progetto la sua piena realizzazione.

Grazie a Giusi Salis per avermi fatto conoscere questa storia. Grazie davvero. Rendetelo noto dove potete. Così portate con voi un po’ ovunque un pezzetto della Rossella che vi riguarda da vicino. Perché Rossella è viva. Lo è in tutte noi.

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