Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Femministese, R-Esistenze

Le sex workers vendono servizi sessuali e non pezzi di corpo!

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Dibattito in corso su facebook. Una femminista afferma che una donna che vende il proprio corpo vende anche il suo. Prima di lasciarvi alla breve ma efficace risposta di Pia Covre, presidente del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, vi spiego il mio punto di vista.

Una sex worker, innanzitutto, non vende il “corpo”. Il cliente non va ad acquistare la carne un tanto all’etto. Il corpo della sex worker, finita la prestazione sessuale, resta alla legittima proprietaria. L’idea malsana secondo cui una donna che dà via un servizio sessuale darebbe via anche l’anima, una chiappa o pezzi di pelle rosi qua e là, deriva precisamente dalla cultura patriarcale che addomesticava, a prescindere dalla persona che ne veicolava i contenuti, le fanciulle all’idea che più fai sesso e più ti si consuma l’epidermide.

Non è così. Le femministe che oppongono pressappoco le stesse motivazioni, con gli stessi toni, sono appiattite su una visione che non ha nulla di femminista. La femminista, giusto per dire, sa che la sex worker vende servizi sessuali, esattamente come una massaggiatrice vende un massaggio, una badante vende un cambio di pannolone al vecchio incontinente e una cameriera vende il porta e riporta cibi e liquidi in un ristorante. Si tratta di un lavoro e non di una scelta da sottoporre alla morale di preti e sacerdotesse a sorveglianza del nostro tempio fatto di carne e sangue.

Partendo da questo presupposto, ordunque, si capisce che se Francesca vende un servizio sessuale non ha tolto niente a Giovanna che fa l’insegnante alle medie. La sega venduta da Serena non toglie nulla alla avvocatessa che vende consulenze legali. Si tratta di un lavoro che riguarda la persona che sceglie di farlo e riguarda il cliente che va ad acquistare servizi sessuali.

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Il cliente che pretende di portarsi a casa un pezzo di figa, dopo aver fatto sesso con la sex worker, si può chiamare in molti modi: inizierei da Pacciani, Jack lo squartatore, barbablu, e così via. Ovvero: se un cliente si lascia condizionare dall’immaginario distorto che viene propinato da alcune femministe, unite alle moraliste, religiose, bigotte di altro genere, potrebbe davvero pensare che una prostituta abbia il dovere di dare via pezzi di pelle, perciò può essere trattata con disprezzo.

Allora, capovolgendo la situazione, non è affatto vero che la sex worker venda la propria pelle e anche la mia. Invece è vero che chi accomuna le sex workers ad azioni negative, addirittura lesive per tutte le donne, fa un danno anche alle donne che di mestiere fanno altro. Lo stigma della puttana alla quale si può fare di tutto non arriva, dunque, solo dagli uomini ma viene rafforzato da femministe che non rispettano la soggettività di chi si prostituisce per scelta, non le coinvolge nel proprio dibattito, le segna a dito come nemiche delle donne, addirittura affiliate al patriarcato, e le consegna alla marginalizzazione, intendendo di volerle coinvolgere solo quando esse si saranno pentite o avranno mostrato il volto vittimista di quella che dà l’idea di voler essere salvata.

In questa società paternalista, alcune femministe, per moralismo e assenza di intento libertario, sono altrettanto paternaliste, autoritarie e assegnano alle donne l’unico ruolo di vittime rifiutandosi di guardarle e riconoscerle quando esse autodeterminano scelte che, a prescindere dal fatto che ti piacciano o meno, sono libere scelte che le donne, tutte, dovrebbero rispettare.

Non manca dunque anche un’ombra di disprezzo, nei confronti delle prostitute, da parte di chi rinnega lo slogan “il corpo è mio e lo gestisco io” riconsegnando il corpo alla tutela dello Stato, in quanto corpo sociale, così come si faceva ai tempi del fascismo. Possibile che solo io vedo quanto di negativo ci sia in certe idee? Possibile che solo io percepisco la pericolosità, per me, per tutte, di questa limitazione della libertà di scelta per le donne?

Risponde Pia Covre, al comandamento sopra prescritto dalla femminista:

“da trenta anni mi sento dire questo ma puoi star certa che io di tuo non ho mai venduto nulla! I servizi venduti li ho sempre consegnati usando il mio corpo e per questo ho subito la stigmatizzazione causata della vostra morale stantia e dal vostro femminismo illiberale. E’ ora che la si faccia finita e si ridia libertà di parola e di scelta a TUTTE le donne. NESSUN Lavoro è meno dignitoso di un altro e per chi lo sceglie il SEX work é lavoro”

e, prosegue:

“se una vi legge da fuori la menzogna sullo stigma che ci arriverebbe dagli uomini e non da certe femministe è davvero trasparente. Perchè non chiedete l’abolizione del matrimonio allora e magari anche allevare dei figli migliori?”

Ecco. Voi che ne dite?

Leggi anche:

—>>>#Swerf: femministe radicali sex workers escludenti (No #Puttanofobia!)

—>>>#TERF: il femminismo radicale trans-escludente

—>>>#Londra: la transfobia e la puttanofobia delle femministe radicali

—>>>Quelle femministe radicali che fanno slut-shaming contro le donne

e poi:

 

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