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Sono una prostituta e le abolizioniste mi sembrano dame per la temperanza

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La mia carriera di puttana è iniziata nel momento in cui ho desistito dall’intenzione di sopravvivere con pochi soldi al mese e ho scelto un uomo a caso, fragile, vergine nell’espressione, ingenuo e in cerca dell’amore, per farmi regalare un tetto, una posizione sociale, cibo e tutto quel che mi serviva. Lui era felice di quel che ero in grado di dargli e io ero felice del pagamento corrisposto. Si chiama matrimonio, in certi casi, ed è la forma di prostituzione più diffusa in assoluto. Legittima, lecita, mai ostacolata e anzi perseguita a più livelli. Nel matrimonio è plausibile fare felice a letto un uomo, anche se non ti piace, pur di ottenere una serie di benefici che verranno meno quando tu smetterai di dare a lui la figa, il culo, il corpo, fornire, insomma, prestazioni sessuali.

Già alle prime esitazioni lui si sente in diritto di sollevare critiche. Tu mi hai sposato e dunque hai l’obbligo di farmi felice. Per volontà di chi diceva, un tempo, di difendere i diritti delle donne, alle puttane esclusive, per un sol uomo, è garantito comunque il diritto di non essere mollate se non consumano regolarmente il sesso coniugale. Il diritto civile è più generoso rispetto a quello canonico. La chiesa si che aveva visto giusto, in effetti. Se non consumi si annulla il matrimonio, fuori una e avanti un’altra, perché quel che più conta nel matrimonio è che consumi e regali la tua capacità riproduttiva per fare bene al Pil, all’economia, all’uomo che hai preso per marito, alla società tutta.

Campagna della lega per la temperanza
Campagna della lega per la temperanza

Quando è arrivato il momento in cui il marito chiese che io generassi una creatura feci due calcoli e gli dissi che quel che mi dava non era sufficiente. Se avessi scelto un’altra forma di prostituzione, ostacolata spesso più dalle donne che dagli uomini, matrone le prime e patriarchi gli altri, non avrei avuto alcun dovere nei suoi confronti. Niente figli, niente assistenza e cura a parte il momento in cui esigevo un pagamento. Niente carezze gratuite. È squallido? Per chi? Forse lo è perché bisogna sempre e solo coltivare il sogno d’amore anche se tante in fondo hanno già capito che è una trappola, un accordo, un contratto, dal quale è abbastanza difficile recedere. Hanno capito in tante che il matrimonio è un contratto a perdere e più spesso perde la figura che è più debole e dipendente economicamente. Se io non investo nella mia indipendenza economica e mi affido a te, per sempre, quando e se sarò stanca di servirti e riverirti non potrò andar via perché non avrò soldi per andare in nessun posto.

Sia chiaro che questa cosa succede anche agli uomini, stanchi anch’essi, e sempre più esigenti rispetto ad una maggior qualità del rapporto. Vogliono essere amati. Progettano con le proprie compagne un futuro che scade in un disastro e poi restano delusi, forse, o incastrati in un orribile casino dal quale è difficile slegarsi. Però parlo per me. Quello che mi sembrava squallido era occuparmi di un uomo che non amavo, non lo volevo accanto a me, non lo trovavo desiderabile e lui era sempre più triste perché era ovvio che intuisse la natura dei miei sentimenti. Fastidio, stanchezza, talvolta tradotti in sarcasmo e battute amare. Allora fu lui stesso che disse che bisognava essere liberi, entrambi. Lui ne voleva un’altra, che soddisfacesse la sua illusione, lo facesse sentire vivo e gli regalasse un po’ d’amore in cambio del benessere che lui era in grado di fornire. Io volevo essere indipendente e staccai la presa.

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Fuori da quella galera i miei affari andarono abbastanza bene. Ero arrugginita in un certo genere di cose. Un po’ disincantata e avevo perso, con quel matrimonio, il mio senso dell’umorismo. Poi cominciai, come per incanto, a risentirmi viva, a ridere, a contemplare il mondo e il sesso degli uomini con grande ironia. Ho accarezzato cazzi, ne ho visti eiaculare tanti, ho visto corpi stanchi risollevarsi sotto le mie mani. Ho visto volti sereni, udito gemiti di piacere, fremiti di passione. Ho visto uomini pieni di gratitudine ed ecco che il pagamento equivaleva a quel che io donavo. Non era più una relazione impari, in cui tu mi tieni chiusa in una stanza, a fare le pulizie di giorno, pranzo e cena, a organizzare tutto quanto e poi a scopare la notte per premiarti del pane in casa che portavi. Era una storia tanto diversa. Io venivo pagata il giusto per quel che davo a uomini che staccato l’attimo in cui mi volevano accanto poi andavano per la propria strada senza consegnarmi altri e indesiderabili doveri.

Quel che mi era difficile da capire è perché mai per la moglie puttana non c’è mai stata alcuna opposizione e per la puttana libera invece si costruivano e si costruiscono le barricate. Dapprima erano i religiosi, bigotti, quelli che così vedevano sfuggire l’opportunità di far fruttare il corpo di una donna fino alla consegna di un neonato che per loro ha un gran valore. Perdevano il diritto a consegnare alle donne il ruolo di cura, sempre e solo da gestire in forma gratuita, per fedeltà al vincolo del matrimonio che alle donne donava status, prestigio, e una serie di altri riconoscimenti che diventavano grandi, enormi, fregature. Poi, a opporsi alla puttana non sposata, furono anche le donne, perché si erano ritagliate, in seno al matrimonio, ruoli cristallizzati, opponendo ad una costrizione altre manette per uomini ai quali veniva imposta una vita rigorosamente morale nel pieno rispetto dei valori familiari.

Donne antiproibizioniste
Donne antiproibizioniste

Per non essere mollate in mezzo alla strada, per non perdere i privilegi acquisiti con il matrimonio, le donne diventarono bigotte, moraliste, che andavano in cerca dei bordelli da chiudere e di altre donne, bocche di rosa, da cacciare. La tentazione alla censura, a salvaguardia dei valori nobili interpretati dagli umani, divennero pura passione per queste acide frustrate. E niente alcool, e niente prostitute, e niente porno, e niente di più che legami ipocritamente monogami e appropriazione dei corpi di mariti che avrebbero perso il loro buon nome nel caso in cui venivano scoperti con il cazzo in bocca a un’altra. Così è stato ed è ancora adesso, là dove regna il teorema bacchettone per cui l’uomo di facili costumi non dovrebbe stare a capo di una nazione o rivestire alcun incarico pubblico.

E andava bene finché queste teorie malsane, che cianciavano di corruzione, perbenismo e moralità da imporre a quelli che venivano chiamati “bestie”, negando alle donne perfino il diritto alla scopata sporca perché le gran dame provano schifo perfino per un pompino, venivano pronunciate e applicate da donne bacchettone, peggio delle suore, che per giustificare un orgasmo dovevano farsi curare l’isteria col vibratore. Ma quando queste stesse teorie vengono pronunciate da quelle che si dicono femministe, ancora lì a spargere il verbo sessuofobo contro puttane, trans e uomini immondi, dalla sessualità fetente, perché inadeguata alla famiglia, allo Stato, al buon nome del paese, io vacillo. Sono basita.

Sconvolta quando si disse che un uomo che andava a puttane non poteva presiedere un comune, una provincia, una regione, un paese intero. Quello che si ritira perché deve mettere il cazzo a riposo dopo una certa età, quell’altro che si ritira perché non si può scopare con la trans se hai un incarico pubblico e di ritiro in ritiro, vedevo queste donne allucinanti che dichiaravano delle gran vittorie. Per ogni cazzo messo sotto processo, per ogni cerniera di pantalone sigillata, dicevano che era una vittoria in nome di tutte le donne.

1003385_227690590718154_703872956_nCosa potrebbero dunque pensare queste orribili signore di quelle come me che i cazzi li vogliono scodinzolanti e fuori dai pantaloni. Con quei cazzi io mi guadagno il pane. E non mi fa affatto schifo. Sono le bacchettone che preferirebbero ricondurmi a fare la badante, la babysitter o la colf per conto del loro ricco culo. Ma io sono felice del lavoro che faccio, perché so di farlo per i soldi e non posso permettermi il lusso di interpretare il ruolo della moralista, borghese e ricca, dal mignolino alzato, né mi metto a censurare le ragazze che cercano di far fortuna utilizzando il corpo, il proprio corpo, esibendo grazie e desideri, per farsi assieme a un uomo anche una carriera. Quando qualcuno dice che siamo tutte puttane probabilmente dice il vero, ma puttani sono anche gli uomini, tutti quegli esseri precari che per guadagnare soldi leccano l’uccello a datori di lavoro che altrimenti non avrebbero scelto. Solo perché il machismo li obbliga a restare fedeli al proprio ruolo non scendono in strada a succhiar cazzi per una banconota che vale tanto quanto una giornata intera di lavoro.

La cosa che in modo sereno a me andava di dirvi è che quello che in questo momento, da alcune, viene definito femminismo è solo una brutta copia dell’azione di censura delle signore che volevano vietare la vendita di alcolici e chiudere i bordelli negli Stati Uniti di inizio novecento. Sono ancora vive e regnano tra noi. Dicono di parlare in nome della nostra sicurezza, di volerci al sicuro e invece che guardare la realtà negli occhi restano inchiodate a rigirar frittate paternaliste, con voce femminile, invece che creare un mondo nuovo. Per le donne, gli uomini, i succhia cazzi del mondo intero, per tanta gente che quando vive l’amore lo vive anche vendendo una carezza ad un signore di passaggio, perché l’amore costa, costa sempre, e allora non si capisce perché il gran supermercato dell’amore multitasking, qual è il matrimonio, deve vietare a me di vendere pezzi di amore, senza ulteriori offerte, per dare ancor più legittimità alla concorrenza. Quel che mi viene da dire, senza mezzi termini, è un concetto che mi resta inchiodato in mente da moltissimo tempo. Signore, oh voi che mi volete salva tra quattro mura sorvegliate da una morale che non mi appartiene, abolite il matrimonio, smettete di campare di rendita con la posizione di moglie e madre e datevi da fare, lavorate, e, perché no, nel caso in cui non avete altre intenzioni o specializzazioni, piuttosto che pigliare per il culo uomini ai quali giurate amore eterno per spillar denaro, invece, senza scendere a compromessi, stipulate contratti chiari con gli uomini dai quali vi fate pagare. Soldi in cambio di una prestazione sessuale. È uno scambio equo, sincero, onesto. Sbaglio a sentirmi assai più onesta di alcune “mogli” che mi chiamano, con disprezzo, gran puttana?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

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5 pensieri su “Sono una prostituta e le abolizioniste mi sembrano dame per la temperanza”

  1. Se la signora è contenta di quello che fa, buon per lei. Se non c’è costrizione ed è soddisfatta così poco da commentare.

    Avrei parecchio da dire sulla sua visione del matrimonio, che magari svela e corrisponde alla realtà per molte donne, ma che è sinceramente non generalizzabile (e parla uno con un matrimonio fallito alle spalle).

    Sinceramente dubito siano tanti quelli che vogliono la moglie come puttana, colf o badante fissa. Non è quello il motivo che c’è dietro.

  2. Le parlo da uomo ricco e da non sposato, condivido in buona parte perché diversi amici molto ricchi, si sono sposati splendide ninfe e ora, dopo anni, la bellezza ,il fascino, la passione viene meno e si vedono costretti a mantenere queste donne solo per evitare brutte figure davanti all’ alta società.
    Quindi si, lavorare per diventare ricchi e quando si avverte la necessità di sfogare istinti animali si cerca una escort magari di lusso che forse riesce a rendere il tutto il più possibile raffinato e non dozzinale. (sia chiaro questo vale sia per un uomo che per una donna)
    Ma la cosa più importante è che la donna rende un’ uomo vero, completo e ogni uomo che ama, dovrebbe far sentire la propria signora una regina non una serva, mi creda, mai sposarsi per soldi o prestigio, ma solo per amore vero.
    Con rispetto

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