Precarietà, R-Esistenze, Violenza

La morte di una sex worker non fa notizia

 

C’è una storia della quale non si parla sui grossi media perché in fondo della vita o della morte di una sex worker non interessa a nessuno. Non c’è una beddamatresantissima che è stata uccisa sottraendola ai figli. Non c’è una moglie sottratta al marito. C’è solo una puttana come tante la cui vita dipende dallo stigma crudele che la colloca tra quelle che saranno in pericolo per le modalità errate in cui si affronta il problema. D’altronde quando si parla di violenza di genere non si includono le sex workers accoltellate, strangolate, uccise. Nessun@ chiede il loro parere per ragionare di prevenzione e soluzioni. La legge contro il femminicidio specifica che l’aggravante scatta quando c’è un legame affettivo tra carnefice e vittima. Una puttana non ha un legame affettivo con chi decide di derubarla, stuprarla, ucciderla, perciò la sua vita, in termini penali e culturali vale meno.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie, Violenza

Due volte vittima di violenza: da uno stupratore e dalle donne che volevano “salvarmi”

Lei scrive:

Cara Eretica,

sono Teresa e ti scrivo perché vorrei raccontarti un episodio che per me vale più di mille parole. Sono una sex worker, vendo immagini del mio corpo nudo, video, parole, servizi sessuali. Per alcuni anni ho fatto la spogliarellista in un locale di un’altra nazione, dove è legale farlo e pensavo mi stigmatizzassero un po’ meno per questo. Mi è capitato, una notte, di essere seguita da un cliente del locale che mi ha stuprata e mi ha quasi uccisa perché all’inizio ho provato a ribellarmi. Apro una parentesi su questo: ragazze, se qualcuno vi stupra, non preoccupatevi di chi vi dice che se non reagite vuol dire che ci state. Reagire a volte costa la vita.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Ricerche&Analisi

#SudAfrica: la prostituzione deve essere decriminalizzata

In questo video, pubblicato QUI, TV News24 Sud Africa, intervista due attiviste sex workers. Grazie ad Antonella per la traduzione e buona visione/lettura.

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Giornalista: Come ci si sente ad avere lo stigma, il giudizio del mondo su di sè?

Sex Worker 1: Penso che prima di tutto bisognerebbe porsi il problema di stare dalla parte dei diritti umani in quanto esseri umani, non importa se neri, privi di istruzione, poveri o altro. Invece nelle nostre comunità, nella società, ci si preoccupa di stigmatizzare l’altro. Le sex workers sono più stigmatizzate di altri e questo porta problemi di vario tipo, ad esempio l’accesso all’assistenza sanitaria. Ci si sente rivolgere domande che sottindendono l’idea che non dovresti averne diritto, quando sei sottoposta a visita medica ti dicono “ah sei una sex worker? Quanti partner hai avuto?” o se sei trans o se sei un uomo “cosa? Vendi servizi sessuali agli uomini??” cose così. Lo stigma è sempre più forte e rende le cose difficili. Ecco perché abbiamo bisogno di maggiore protezione ed ecco perché la decriminalizzazione aiuterebbe moltissimo, così le persone potrebbero lavorare ed essere quel che scelgono di essere.

G.: Pensate che la decriminalizzazione potrebbe rimuovere lo stigma?

SW1: Io credo che cambierebbe tutto.

Sex Worker 2: Ti assicuro di si. Se io mi presentassi alla polizia dicendo di essere stata stuprata mi sentirei rispondere “non puoi essere stata stuprata, sei una sex worker! Vendi sesso, come è possibile che ti stuprino?”. Di questo si tratta. Te lo garantisco: cambierebbero eccome le cose. Potrei essere in grado di entrare in un ospedale senza essere costantemente giudicata. Questo tipo di cose, ti dico, cambierebbero.

SW1: Io credo che la decriminalizzazione risolverebbe un sacco di problemi. Potrebbe essere possibile avere un prestito, un conto, condizioni base contrattuali, lavorare in condizioni di sicurezza proprio come ogni altro lavoro, con un buon margine di sicurezza per te e per i tuoi clienti. In Nuova Zelanda molte cose sono cambiate, c’è stata la possibilità di promuovere l’uso del preservativo, la polizia è molto più amichevole… Lo hanno fatto gradualmente, attuando la legge a partire dal 2003 e solo nel 2008 si è avuta l’applicazione totale, hanno avuto cinque anni per monitorare la situazione, così hanno potuto vedere se il sex work è andato aumentando oppure no. E in effetti non c’è stato incremento, in compenso tutto si svolge in maggiore sicurezza, diverse cose sono ora più accessibili e anche l’economia ha ricevuto dei benefici, ci sono delle entrate che sono state generate dalla nuova legge sul sex work. Decriminalizzare è qualcosa che andrebbe seriamente preso in considerazione.

SW2: Senza dire che sono stati garantiti diritti quali l’assistenza sanitaria, che in qualche modo decriminalizzare è significato rafforzare il concetto che siamo esseri umani, meritevoli di rispetto, che siamo persone. Se ti dicessi come veniamo trattate non mi crederesti.

G: La situazione attuale sembra spingere sempre più nell’ombra il sex work, in Sud Africa, venite spinte sempre più a lavorare nascoste, in segreto. Che significa lavorare in questo modo?

SW1: E’ terribile, è veramente dura perché significa nascondersi continuamente. Capisci? Il trauma, la depressione, l’ansia che genera tutto questo. E quello che si prova sapendo di non avere diritto ad avere quello che ti spetterebbe, per dire… leggendo la costituzione, le promesse contenute che parlano di democrazia e libertà, l’apartheid sconfitto, la libertà davanti a noi, chi guarda verso Robben Island, se ci si guarda allo specchio, tutta quella promessa di libertà dov’è? Stiamo veramente ottenendo quella libertà promessa e per cui tanti sono stati massacrati? Ce lo chiediamo in quanto sex workers, in quanto attiviste: davvero l’abbiamo ottenuta quella libertà per cui si è tanto lottato in Sud Africa? E’ una grande domanda che anche noi vogliamo porre.

G.: Volete aggiungere qualcosa?

SW2: Si, vorrei dire che non è facile. Se sei da sola non è facile, ma dal momento in cui ci sono i figli non si tratta più soltanto di te e basta. Stiamo lottando anche per garantire loro un futuro. E se lottiamo lo facciamo per ogni sex worker, per tutte le altre. Questo facciamo. E continueremo a farlo.

G.: Parliamo ora di crimini che riguardano le sex worker. Ci sono violenze che riguardano le sex worker e che le sex worker subiscono regolarmente nel quadro attuale, in questa situazione di semi clandestinità?

SW1: Violenze e stupri sono piuttosto comuni (l’intervistata cita diversi terribili casi, tra cui quello di una ragazza 19enne uccisa e abbandonata sul bordo di una strada – ndt). La violenza è quotidiana. E’ ovunque. E non capisco perché si parla tanto di proteggere le donne e poi ci sono tutte queste violazioni, quando si tratta di noi dove sono tutti quei soldi stanziati, le persone che dicono di stare dalla nostra parte? Di che parliamo? Il Sud Africa è una nazione pericolosa. Quando si parla di violenza di genere sembra una cosa molto lontana e invece noi sperimentiamo la violenza di genere quotidianamente. Il fatto che noi non invochiamo – visibilmente – a gran voce la lotta contro la violenza di genere non significa che non accada a noi. Quando si tratta delle sex worker le cose sembrano diverse. Sembrerebbe che molto sia stato fatto ma certe volte, capisci, …sono arrabbiata (tace).

G.: Ho come l’impressione che i diritti umani, della persona, se sei una sex worker, vengano semplicemente lanciati fuori dalla finestra…

SW1: Penso abbia a che fare con la dignità, con l’essere un essere umano, che si tratti di essere messe in condizioni di servire la comunità, essendo sé stesse e facendo la scelta di fare ciò che si vuole. E tutto ciò che chiediamo in cambio è libertà e sicurezza. Per questo crediamo che la decriminalizzazione sia importante.

SW2: Si tratta di dare dignità a questo lavoro. Perché non dovremmo essere rispettate per ciò che facciamo? Perché di questo si tratta: di lavoro. Noi provvediamo alle nostre famiglie.

G.: Credo sia importante capire e far capire che entrambe avete affermato che per voi il sex work è una scelta. Nessuno vi sta costringendo a farlo?

Sw1e2: No, no.

SW1: Nelle giuste condizioni è un lavoro che puoi fare con tutto il cuore e averne soddisfazione. E’ bello potersi dedicarsi ad un cliente che è stressato, nervoso, che ha problemi con la sua vita, con la partner ed essere lì per lui in quel momento e sapere che puoi fare qualcosa perché si riprenda, che superi quel momento. E questa è una delle ragioni per cui vorremmo lavorare in condizioni di tranquillità, perché spesso le persone hanno solo bisogno di qualcuno con cui parlare…

SW2: Non ha a che fare solo con il sesso. Davvero pensate che vendiamo il nostro corpo? Non si tratta solo di sesso. Andiamo: è un servizio che offriamo e io credo che sia importante. Perché dopo questi uomini possono tornare alle loro mogli e guardarle con occhi diversi, lasciare indietro le cose negative. Sinceramente: credo che le amino di più dopo (risate). Ma a volte si ha bisogno di confrontarsi con un altra donna forse. Ti assicuro che questo lavoro non è solo sesso.

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Ricerca svela che alla maggior parte dei/delle sex workers piace il proprio lavoro

sexworkAlex Feis Bryce, Director of Service of the National Ugly Mugs Scheme, scrive sull’Indipendent Uk questo pezzo che vi sintetizzo in una traduzione non letterale. Buona lettura!

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Alla maggior parte dei/delle sex workers piace il proprio lavoro. Perché dovremmo trovare questa cosa tanto sorprendente? Vendere prestazioni sessuali non è di per se’ dannoso o pericoloso. Lo è la criminalizzazione (#StigmaKill) della professione.

Chi egemonizza la discussione sulle sex workers vorrebbe far credere che i/le se workers siano un problema (di ordine pubblico) da affrontare o semplicemente delle vittime da salvare. Ma questa non è la verità. Infatti, se tu chiedi alle sex workers qualcosa circa il loro livello di soddisfazione che traggono dal proprio lavoro e circa le proprie condizioni lavorative, come uno studio della Leeds University ha fatto, la maggior parte di esse dice che ne è felice. Quando è stato chiesto di descrivere il loro lavoro, le persone intervistate hanno scelto di usare parole positive o neutre. Il 91% delle sex workers descrive il proprio lavoro con la parola “flessibile”, il 66% lo descrive come “divertente”, e oltre la metà delle persone intervistate trova quel lavoro “gratificante”.

Altre informazioni al riguardo si basano sulle seguenti risposte: la maggior parte dei/delle 240 sex workers che hanno risposto al sondaggio aveva fatto anche altri lavori, in particolare erano stati impegnati in professioni in campo sociale o sanitario, e ha un buon livello di istruzione. Ma questa non è stata una vera sorpresa per i/le sex workers o per gli/le espert* del settore, ché sono ben consapevoli del fatto che la visione comune che si ha sui/sulle sex workers è sbagliata.

Ma i risultati di questo studio saranno certamente dichiarati infondati dalle femministe radicali e dai Cristiani conservatori che non hanno avuto problemi a dimenticare le differenze che dovrebbero esserci tra loro stessi pur di votare, insieme, – con il disaccordo del 98% dei/delle sex workers – per la criminalizzazione della professione (e dei clienti) nell’Irlanda del Nord. Si tratta delle stesse femministe e degli stessi cristiani che ora sostengono l’introduzione di leggi dello stesso tipo anche del Regno Unito. Le loro proposte si basano sul cosiddetto modello nordico (svedese) che criminalizza l’acquisto di servizi sessuali sulla base di una convinzione che le porterebbe a ritenere che la prostituzione, tutta, va considerata come violenza di genere contro le donne.

Nonostante a quel modello di criminalizzazione si siano opposti Lancet, UN Aids (organizzazione delle nazioni unite per la lotta contro l’aids), l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Human Rights Watch, la criminalizzazione dell’acquisto di servizi sessuali voluta nell’Irlanda del Nord viene sostenuta, con un approccio dello stesso tipo, da figure di rilievo del partito laburista britannico. Essi credono che il sex work non sia mai scelto liberamente, ma questa loro convinzione è ovviamente totalmente in contrasto con i risultati di questo studio.

E’ sorprendente il fatto che si ritenga che il modello svedese debba essere esportato a livello internazionale, nonostante non vi sia alcuna prova del fatto che siano diminuiti i numeri del sex working, e nonostante il fatto che, invece, che quel modello abbia sottoposto i/le sex workers a maggiore danno e stigma.

Anzi si vede dall’incremento dei/delle sex workers che di quel modello si può fare perfettamente a meno. Nonostante gli alti livelli di soddisfazione che dichiarano i/le sex workers, lo studio dell’Università di Leeds ha anche riscontrato che il 71% dei/delle sex workers hanno vissuto brutte esperienze di attribuzione dello stigma e quasi la metà sono stati vittime di un reato nel corso del proprio lavoro. National Ugly Mugs (NUM), un progetto che sostiene i/le sex workers che sono vittime di crimini, si oppone alla loro stigmatizzazione e lavora in collaborazione con le polizie per migliorare l’attività di intervento e assicurare i responsabili dei vari crimini contro  i/le sex workers alla giustizia.

Vendere servizi sessuali non è perciò di per se’ dannoso o pericoloso. E’ chiaro che i 50 o 60 crimini al mese contro i/le sex workers registrati da NUM vengono commessi perché i colpevoli pensano che chi commette reati contro i/le sex workers non sarà denunciato alla polizia e possono farla franca. Tragicamente, questa convinzione si basa su un dato di fatto: solo il 26% dei/delle 1350 sex workers che hanno subito gravi crimini, così come riporta NUM, erano disposti a denunciarli alla Polizia (chi non denuncia spesso non lo fa perché condannato a stare in clandestinità per le cattive leggi sulla immigrazione o per la criminalizzazione della prostituzione – ndt).

Questo studio ha dimostrato che i/le sex workers sono un gruppo eterogeneo, la maggior parte dei quali hanno scelto il proprio lavoro preferendolo ad altre possibili opzioni. Lo studio veicola anche un forte messaggio relativo al fatto che ogni azione politica volta a negare la loro agency (rivendicazione, richiesta di regolare riconoscimento) non è fondata su prove reali.

Per la International Sex Workers’ Rights Day (la giornata internazionale dei diritti per i/le sex workers) dobbiamo ricordare a noi stess* che i/le sex workers sono uno dei più stigmatizzati gruppi della nostra società e spesso la loro voce viene deliberatamente negata dai politici (abolizionisti, ndt) che dicono di voler essere loro di aiuto e di agire in loro nome. Solo attraverso la depenalizzazione del sex working e dell’acquisto di servizi sessuali i/le sex workers vedranno diminuire lo stigma impresso su di loro e potranno sentirsi a proprio agio nel rivendicare i propri diritti e nel denunciare i crimini subiti alla polizia.

"Noi non abbiamo bisogno di essere salvat*"
“Noi non abbiamo bisogno di essere salvat*”

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Antiautoritarismo, Antisessismo, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

#Vicenza: il Gip chiede perizia psichiatrica per militare Usa accusato di stupro

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Il militare americano Gray Jerelle Lamarcus, già accusato di stupro nei confronti di una ragazza di 17 anni, è ora sotto processo per lo stupro di una sex worker romena all’epoca del fatto incinta. Da dire che il militare è nel frattempo evaso dai domiciliari, assegnati all’interno della sua caserma, e viene accusato di avere, in quella occasione, aggredito e picchiato un’altra sex worker, anche quella incinta.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

#Germania: nuovi obblighi e regole naziste per i/le sex workers (grazie alle abolizioniste)

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Quella che sto per raccontarvi è una storia che sintetizza la chiacchierata che ho fatto con una sex worker, italiana, che lavora in Germania. Non importa come ci sia arrivata o meno. Quello che lei vorrebbe far sapere al mondo è che fa questo mestiere per scelta e che le regole che vorrebbero imporre ora, grazie alla pressioni delle autoritarie abolizioniste, se approvate creeranno non pochi problemi a tutt* i/le sex workers.

Lei mi spiega che l’intenzione di schedare, registrare, medicalizzare, patologizzare le sex workers, perché è soprattutto nei confronti delle donne che questa persecuzione è rivolta, giustificata dalla volontà di “salvare” le donne dal possibile sfruttamento, non è che uno dei modi attraverso i quali la Germania sta tentando di arginare l’immigrazione. Come già spiegato da altre tutta questa burocrazia ovviamente diventerà un motivo di espulsione per le migranti che vengono braccate come clandestine anche se ipocritamente si dice che si vorrebbe salvarle dalla tratta.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze

#Germania: i/le sex workers lanciano un appello contro la registrazione forzata

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Paolo traduce da qui la descrizione delle battaglia delle sex workers contro la proposta di registrazione forzata (schedatura) di chi svolge quella professione in Germania. QUI, se volete, c’è un appello da firmare contro la registrazione obbligatoria dei/lle sex workers in Germania, lo chiedono i/le attiviste di Amburgo e di altre città.
Potete andare alla pagina e del loro sito dove trovate il testo anche in inglese e inviare una mail con il modulo firmato a donacarmen@t-online.de. Buona lettura!

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I lavoratori del sesso contro la registrazione forzata

Berlino, 1 settembre 2014

I lavoratori del sesso e i loro sostenitori hanno manifestato a Berlino sabato 30 agosto 2014 contro la riforma della legge sulla prostituzione proposta dalla coalizione di governo che prevede la registrazione obbligatoria dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso che lavorano nei bordelli. Tra i promotori Hydra e Dona Carmen. Di seguito riporto il senso di alcuni passi del discorso di chiusura tenuto da Emy Fem.

–La registrazione, coatta o volontaria, non offre alcuna protezione. Qualsiasi registro può essere violato, rubato, può diventare pubblico ed essere fonte di ricatto. La proposta di una “carta di identità” per le lavoratrici del sesso può essere molto pericolosa. Fornire i propri dati personali a richiesta del cliente può portare a situazioni di stalking.

La registrazione di Stato ci riporta ai tempi del Reich tedesco, quando solo le prostitute autorizzate potevano lavorare legalmente, e solo in certi luoghi. Il sistema di registrazione era collegato al controllo sanitario obbligatorio, perché le prostitute erano considerate vettori di malattie. La registrazione delle prostitute durante il nazismo ha portato stigma e discriminazione, ha fornito liste di deportazione nei campi di concentramento.

Il controllo statale della prostituzione ha sempre avuto il duplice scopo di separare le prostitute dalla società civile, renderle socialmente indesiderabili e considerare il lavoro sessuale una attività immorale. La scusa della protezione delle prostitute è una inutile asserzione di principio.

Anche se la situazione attuale non è certamente paragonabile al nazionalsocialismo o al Reich tedesco, il progetto attuale di obbligo di registrazione è in continuità con le misure adottate a quel tempo e, come allora, porterà a stigmatizzazione, esclusione e controllo.

La registrazione non fornisce alcuna tutela ai/alle sex workers, e può essere dannosa soprattutto per quelle/i di noi che si trovano in uno “status giuridico” problematico: gli immigrati che non parlano la lingua tedesca o senza il permesso di lavoro, chi vuole tenere riservata la propria professione per i motivi più vari, perché ha dei figli, perché vuole esercitare la professione per un tempo limitato, perché teme ritorsioni nel proprio paese. Per ultimo ma non meno importante, perché tutti i lavoratori del sesso hanno motivo di temere la discriminazione da parte delle autorità, degli affittacamere, dei datori di lavoro.

Finché esiste lo stigma sul lavoro sessuale, qualsiasi forma di registrazione statale può portare solo l’aumento di questo stigma per i più indifesi, che saranno spinti ai margini della società o saranno costretti a nascondersi, indebolendo la loro posizione giuridica nei confronti degli operatori dei bordelli.

Chiediamo solidarietà alla nostra lotta contro ogni forma di registrazione statale dei lavoratori del sesso, per il nostro diritto alla privacy e all’ autodeterminazione sessuale e per il diritto al libero esercizio della nostra professione!

Parlatene con la gente, e spiegate perché la registrazione forzata non protegge contro lo sfruttamento, ma mette in pericolo i lavoratori del sesso!

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