Precarietà, R-Esistenze, Violenza

La morte di una sex worker non fa notizia

 

C’è una storia della quale non si parla sui grossi media perché in fondo della vita o della morte di una sex worker non interessa a nessuno. Non c’è una beddamatresantissima che è stata uccisa sottraendola ai figli. Non c’è una moglie sottratta al marito. C’è solo una puttana come tante la cui vita dipende dallo stigma crudele che la colloca tra quelle che saranno in pericolo per le modalità errate in cui si affronta il problema. D’altronde quando si parla di violenza di genere non si includono le sex workers accoltellate, strangolate, uccise. Nessun@ chiede il loro parere per ragionare di prevenzione e soluzioni. La legge contro il femminicidio specifica che l’aggravante scatta quando c’è un legame affettivo tra carnefice e vittima. Una puttana non ha un legame affettivo con chi decide di derubarla, stuprarla, ucciderla, perciò la sua vita, in termini penali e culturali vale meno.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie, Violenza

Due volte vittima di violenza: da uno stupratore e dalle donne che volevano “salvarmi”

Lei scrive:

Cara Eretica,

sono Teresa e ti scrivo perché vorrei raccontarti un episodio che per me vale più di mille parole. Sono una sex worker, vendo immagini del mio corpo nudo, video, parole, servizi sessuali. Per alcuni anni ho fatto la spogliarellista in un locale di un’altra nazione, dove è legale farlo e pensavo mi stigmatizzassero un po’ meno per questo. Mi è capitato, una notte, di essere seguita da un cliente del locale che mi ha stuprata e mi ha quasi uccisa perché all’inizio ho provato a ribellarmi. Apro una parentesi su questo: ragazze, se qualcuno vi stupra, non preoccupatevi di chi vi dice che se non reagite vuol dire che ci state. Reagire a volte costa la vita.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Ricerche&Analisi

#SudAfrica: la prostituzione deve essere decriminalizzata

In questo video, pubblicato QUI, TV News24 Sud Africa, intervista due attiviste sex workers. Grazie ad Antonella per la traduzione e buona visione/lettura.

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Giornalista: Come ci si sente ad avere lo stigma, il giudizio del mondo su di sè?

Sex Worker 1: Penso che prima di tutto bisognerebbe porsi il problema di stare dalla parte dei diritti umani in quanto esseri umani, non importa se neri, privi di istruzione, poveri o altro. Invece nelle nostre comunità, nella società, ci si preoccupa di stigmatizzare l’altro. Le sex workers sono più stigmatizzate di altri e questo porta problemi di vario tipo, ad esempio l’accesso all’assistenza sanitaria. Ci si sente rivolgere domande che sottindendono l’idea che non dovresti averne diritto, quando sei sottoposta a visita medica ti dicono “ah sei una sex worker? Quanti partner hai avuto?” o se sei trans o se sei un uomo “cosa? Vendi servizi sessuali agli uomini??” cose così. Lo stigma è sempre più forte e rende le cose difficili. Ecco perché abbiamo bisogno di maggiore protezione ed ecco perché la decriminalizzazione aiuterebbe moltissimo, così le persone potrebbero lavorare ed essere quel che scelgono di essere.

G.: Pensate che la decriminalizzazione potrebbe rimuovere lo stigma?

SW1: Io credo che cambierebbe tutto.

Sex Worker 2: Ti assicuro di si. Se io mi presentassi alla polizia dicendo di essere stata stuprata mi sentirei rispondere “non puoi essere stata stuprata, sei una sex worker! Vendi sesso, come è possibile che ti stuprino?”. Di questo si tratta. Te lo garantisco: cambierebbero eccome le cose. Potrei essere in grado di entrare in un ospedale senza essere costantemente giudicata. Questo tipo di cose, ti dico, cambierebbero.

SW1: Io credo che la decriminalizzazione risolverebbe un sacco di problemi. Potrebbe essere possibile avere un prestito, un conto, condizioni base contrattuali, lavorare in condizioni di sicurezza proprio come ogni altro lavoro, con un buon margine di sicurezza per te e per i tuoi clienti. In Nuova Zelanda molte cose sono cambiate, c’è stata la possibilità di promuovere l’uso del preservativo, la polizia è molto più amichevole… Lo hanno fatto gradualmente, attuando la legge a partire dal 2003 e solo nel 2008 si è avuta l’applicazione totale, hanno avuto cinque anni per monitorare la situazione, così hanno potuto vedere se il sex work è andato aumentando oppure no. E in effetti non c’è stato incremento, in compenso tutto si svolge in maggiore sicurezza, diverse cose sono ora più accessibili e anche l’economia ha ricevuto dei benefici, ci sono delle entrate che sono state generate dalla nuova legge sul sex work. Decriminalizzare è qualcosa che andrebbe seriamente preso in considerazione.

SW2: Senza dire che sono stati garantiti diritti quali l’assistenza sanitaria, che in qualche modo decriminalizzare è significato rafforzare il concetto che siamo esseri umani, meritevoli di rispetto, che siamo persone. Se ti dicessi come veniamo trattate non mi crederesti.

G: La situazione attuale sembra spingere sempre più nell’ombra il sex work, in Sud Africa, venite spinte sempre più a lavorare nascoste, in segreto. Che significa lavorare in questo modo?

SW1: E’ terribile, è veramente dura perché significa nascondersi continuamente. Capisci? Il trauma, la depressione, l’ansia che genera tutto questo. E quello che si prova sapendo di non avere diritto ad avere quello che ti spetterebbe, per dire… leggendo la costituzione, le promesse contenute che parlano di democrazia e libertà, l’apartheid sconfitto, la libertà davanti a noi, chi guarda verso Robben Island, se ci si guarda allo specchio, tutta quella promessa di libertà dov’è? Stiamo veramente ottenendo quella libertà promessa e per cui tanti sono stati massacrati? Ce lo chiediamo in quanto sex workers, in quanto attiviste: davvero l’abbiamo ottenuta quella libertà per cui si è tanto lottato in Sud Africa? E’ una grande domanda che anche noi vogliamo porre.

G.: Volete aggiungere qualcosa?

SW2: Si, vorrei dire che non è facile. Se sei da sola non è facile, ma dal momento in cui ci sono i figli non si tratta più soltanto di te e basta. Stiamo lottando anche per garantire loro un futuro. E se lottiamo lo facciamo per ogni sex worker, per tutte le altre. Questo facciamo. E continueremo a farlo.

G.: Parliamo ora di crimini che riguardano le sex worker. Ci sono violenze che riguardano le sex worker e che le sex worker subiscono regolarmente nel quadro attuale, in questa situazione di semi clandestinità?

SW1: Violenze e stupri sono piuttosto comuni (l’intervistata cita diversi terribili casi, tra cui quello di una ragazza 19enne uccisa e abbandonata sul bordo di una strada – ndt). La violenza è quotidiana. E’ ovunque. E non capisco perché si parla tanto di proteggere le donne e poi ci sono tutte queste violazioni, quando si tratta di noi dove sono tutti quei soldi stanziati, le persone che dicono di stare dalla nostra parte? Di che parliamo? Il Sud Africa è una nazione pericolosa. Quando si parla di violenza di genere sembra una cosa molto lontana e invece noi sperimentiamo la violenza di genere quotidianamente. Il fatto che noi non invochiamo – visibilmente – a gran voce la lotta contro la violenza di genere non significa che non accada a noi. Quando si tratta delle sex worker le cose sembrano diverse. Sembrerebbe che molto sia stato fatto ma certe volte, capisci, …sono arrabbiata (tace).

G.: Ho come l’impressione che i diritti umani, della persona, se sei una sex worker, vengano semplicemente lanciati fuori dalla finestra…

SW1: Penso abbia a che fare con la dignità, con l’essere un essere umano, che si tratti di essere messe in condizioni di servire la comunità, essendo sé stesse e facendo la scelta di fare ciò che si vuole. E tutto ciò che chiediamo in cambio è libertà e sicurezza. Per questo crediamo che la decriminalizzazione sia importante.

SW2: Si tratta di dare dignità a questo lavoro. Perché non dovremmo essere rispettate per ciò che facciamo? Perché di questo si tratta: di lavoro. Noi provvediamo alle nostre famiglie.

G.: Credo sia importante capire e far capire che entrambe avete affermato che per voi il sex work è una scelta. Nessuno vi sta costringendo a farlo?

Sw1e2: No, no.

SW1: Nelle giuste condizioni è un lavoro che puoi fare con tutto il cuore e averne soddisfazione. E’ bello potersi dedicarsi ad un cliente che è stressato, nervoso, che ha problemi con la sua vita, con la partner ed essere lì per lui in quel momento e sapere che puoi fare qualcosa perché si riprenda, che superi quel momento. E questa è una delle ragioni per cui vorremmo lavorare in condizioni di tranquillità, perché spesso le persone hanno solo bisogno di qualcuno con cui parlare…

SW2: Non ha a che fare solo con il sesso. Davvero pensate che vendiamo il nostro corpo? Non si tratta solo di sesso. Andiamo: è un servizio che offriamo e io credo che sia importante. Perché dopo questi uomini possono tornare alle loro mogli e guardarle con occhi diversi, lasciare indietro le cose negative. Sinceramente: credo che le amino di più dopo (risate). Ma a volte si ha bisogno di confrontarsi con un altra donna forse. Ti assicuro che questo lavoro non è solo sesso.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Ricerche&Analisi

Ricerca svela che alla maggior parte dei/delle sex workers piace il proprio lavoro

sexworkAlex Feis Bryce, Director of Service of the National Ugly Mugs Scheme, scrive sull’Indipendent Uk questo pezzo che vi sintetizzo in una traduzione non letterale. Buona lettura!

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Alla maggior parte dei/delle sex workers piace il proprio lavoro. Perché dovremmo trovare questa cosa tanto sorprendente? Vendere prestazioni sessuali non è di per se’ dannoso o pericoloso. Lo è la criminalizzazione (#StigmaKill) della professione.

Chi egemonizza la discussione sulle sex workers vorrebbe far credere che i/le se workers siano un problema (di ordine pubblico) da affrontare o semplicemente delle vittime da salvare. Ma questa non è la verità. Infatti, se tu chiedi alle sex workers qualcosa circa il loro livello di soddisfazione che traggono dal proprio lavoro e circa le proprie condizioni lavorative, come uno studio della Leeds University ha fatto, la maggior parte di esse dice che ne è felice. Quando è stato chiesto di descrivere il loro lavoro, le persone intervistate hanno scelto di usare parole positive o neutre. Il 91% delle sex workers descrive il proprio lavoro con la parola “flessibile”, il 66% lo descrive come “divertente”, e oltre la metà delle persone intervistate trova quel lavoro “gratificante”.

Altre informazioni al riguardo si basano sulle seguenti risposte: la maggior parte dei/delle 240 sex workers che hanno risposto al sondaggio aveva fatto anche altri lavori, in particolare erano stati impegnati in professioni in campo sociale o sanitario, e ha un buon livello di istruzione. Ma questa non è stata una vera sorpresa per i/le sex workers o per gli/le espert* del settore, ché sono ben consapevoli del fatto che la visione comune che si ha sui/sulle sex workers è sbagliata.

Ma i risultati di questo studio saranno certamente dichiarati infondati dalle femministe radicali e dai Cristiani conservatori che non hanno avuto problemi a dimenticare le differenze che dovrebbero esserci tra loro stessi pur di votare, insieme, – con il disaccordo del 98% dei/delle sex workers – per la criminalizzazione della professione (e dei clienti) nell’Irlanda del Nord. Si tratta delle stesse femministe e degli stessi cristiani che ora sostengono l’introduzione di leggi dello stesso tipo anche del Regno Unito. Le loro proposte si basano sul cosiddetto modello nordico (svedese) che criminalizza l’acquisto di servizi sessuali sulla base di una convinzione che le porterebbe a ritenere che la prostituzione, tutta, va considerata come violenza di genere contro le donne.

Nonostante a quel modello di criminalizzazione si siano opposti Lancet, UN Aids (organizzazione delle nazioni unite per la lotta contro l’aids), l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Human Rights Watch, la criminalizzazione dell’acquisto di servizi sessuali voluta nell’Irlanda del Nord viene sostenuta, con un approccio dello stesso tipo, da figure di rilievo del partito laburista britannico. Essi credono che il sex work non sia mai scelto liberamente, ma questa loro convinzione è ovviamente totalmente in contrasto con i risultati di questo studio.

E’ sorprendente il fatto che si ritenga che il modello svedese debba essere esportato a livello internazionale, nonostante non vi sia alcuna prova del fatto che siano diminuiti i numeri del sex working, e nonostante il fatto che, invece, che quel modello abbia sottoposto i/le sex workers a maggiore danno e stigma.

Anzi si vede dall’incremento dei/delle sex workers che di quel modello si può fare perfettamente a meno. Nonostante gli alti livelli di soddisfazione che dichiarano i/le sex workers, lo studio dell’Università di Leeds ha anche riscontrato che il 71% dei/delle sex workers hanno vissuto brutte esperienze di attribuzione dello stigma e quasi la metà sono stati vittime di un reato nel corso del proprio lavoro. National Ugly Mugs (NUM), un progetto che sostiene i/le sex workers che sono vittime di crimini, si oppone alla loro stigmatizzazione e lavora in collaborazione con le polizie per migliorare l’attività di intervento e assicurare i responsabili dei vari crimini contro  i/le sex workers alla giustizia.

Vendere servizi sessuali non è perciò di per se’ dannoso o pericoloso. E’ chiaro che i 50 o 60 crimini al mese contro i/le sex workers registrati da NUM vengono commessi perché i colpevoli pensano che chi commette reati contro i/le sex workers non sarà denunciato alla polizia e possono farla franca. Tragicamente, questa convinzione si basa su un dato di fatto: solo il 26% dei/delle 1350 sex workers che hanno subito gravi crimini, così come riporta NUM, erano disposti a denunciarli alla Polizia (chi non denuncia spesso non lo fa perché condannato a stare in clandestinità per le cattive leggi sulla immigrazione o per la criminalizzazione della prostituzione – ndt).

Questo studio ha dimostrato che i/le sex workers sono un gruppo eterogeneo, la maggior parte dei quali hanno scelto il proprio lavoro preferendolo ad altre possibili opzioni. Lo studio veicola anche un forte messaggio relativo al fatto che ogni azione politica volta a negare la loro agency (rivendicazione, richiesta di regolare riconoscimento) non è fondata su prove reali.

Per la International Sex Workers’ Rights Day (la giornata internazionale dei diritti per i/le sex workers) dobbiamo ricordare a noi stess* che i/le sex workers sono uno dei più stigmatizzati gruppi della nostra società e spesso la loro voce viene deliberatamente negata dai politici (abolizionisti, ndt) che dicono di voler essere loro di aiuto e di agire in loro nome. Solo attraverso la depenalizzazione del sex working e dell’acquisto di servizi sessuali i/le sex workers vedranno diminuire lo stigma impresso su di loro e potranno sentirsi a proprio agio nel rivendicare i propri diritti e nel denunciare i crimini subiti alla polizia.

"Noi non abbiamo bisogno di essere salvat*"
“Noi non abbiamo bisogno di essere salvat*”

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Antiautoritarismo, Antisessismo, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

#Vicenza: il Gip chiede perizia psichiatrica per militare Usa accusato di stupro

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Il militare americano Gray Jerelle Lamarcus, già accusato di stupro nei confronti di una ragazza di 17 anni, è ora sotto processo per lo stupro di una sex worker romena all’epoca del fatto incinta. Da dire che il militare è nel frattempo evaso dai domiciliari, assegnati all’interno della sua caserma, e viene accusato di avere, in quella occasione, aggredito e picchiato un’altra sex worker, anche quella incinta.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

#Germania: nuovi obblighi e regole naziste per i/le sex workers (grazie alle abolizioniste)

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Quella che sto per raccontarvi è una storia che sintetizza la chiacchierata che ho fatto con una sex worker, italiana, che lavora in Germania. Non importa come ci sia arrivata o meno. Quello che lei vorrebbe far sapere al mondo è che fa questo mestiere per scelta e che le regole che vorrebbero imporre ora, grazie alla pressioni delle autoritarie abolizioniste, se approvate creeranno non pochi problemi a tutt* i/le sex workers.

Lei mi spiega che l’intenzione di schedare, registrare, medicalizzare, patologizzare le sex workers, perché è soprattutto nei confronti delle donne che questa persecuzione è rivolta, giustificata dalla volontà di “salvare” le donne dal possibile sfruttamento, non è che uno dei modi attraverso i quali la Germania sta tentando di arginare l’immigrazione. Come già spiegato da altre tutta questa burocrazia ovviamente diventerà un motivo di espulsione per le migranti che vengono braccate come clandestine anche se ipocritamente si dice che si vorrebbe salvarle dalla tratta.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze

#Germania: i/le sex workers lanciano un appello contro la registrazione forzata

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Paolo traduce da qui la descrizione delle battaglia delle sex workers contro la proposta di registrazione forzata (schedatura) di chi svolge quella professione in Germania. QUI, se volete, c’è un appello da firmare contro la registrazione obbligatoria dei/lle sex workers in Germania, lo chiedono i/le attiviste di Amburgo e di altre città.
Potete andare alla pagina e del loro sito dove trovate il testo anche in inglese e inviare una mail con il modulo firmato a donacarmen@t-online.de. Buona lettura!

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I lavoratori del sesso contro la registrazione forzata

Berlino, 1 settembre 2014

I lavoratori del sesso e i loro sostenitori hanno manifestato a Berlino sabato 30 agosto 2014 contro la riforma della legge sulla prostituzione proposta dalla coalizione di governo che prevede la registrazione obbligatoria dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso che lavorano nei bordelli. Tra i promotori Hydra e Dona Carmen. Di seguito riporto il senso di alcuni passi del discorso di chiusura tenuto da Emy Fem.

–La registrazione, coatta o volontaria, non offre alcuna protezione. Qualsiasi registro può essere violato, rubato, può diventare pubblico ed essere fonte di ricatto. La proposta di una “carta di identità” per le lavoratrici del sesso può essere molto pericolosa. Fornire i propri dati personali a richiesta del cliente può portare a situazioni di stalking.

La registrazione di Stato ci riporta ai tempi del Reich tedesco, quando solo le prostitute autorizzate potevano lavorare legalmente, e solo in certi luoghi. Il sistema di registrazione era collegato al controllo sanitario obbligatorio, perché le prostitute erano considerate vettori di malattie. La registrazione delle prostitute durante il nazismo ha portato stigma e discriminazione, ha fornito liste di deportazione nei campi di concentramento.

Il controllo statale della prostituzione ha sempre avuto il duplice scopo di separare le prostitute dalla società civile, renderle socialmente indesiderabili e considerare il lavoro sessuale una attività immorale. La scusa della protezione delle prostitute è una inutile asserzione di principio.

Anche se la situazione attuale non è certamente paragonabile al nazionalsocialismo o al Reich tedesco, il progetto attuale di obbligo di registrazione è in continuità con le misure adottate a quel tempo e, come allora, porterà a stigmatizzazione, esclusione e controllo.

La registrazione non fornisce alcuna tutela ai/alle sex workers, e può essere dannosa soprattutto per quelle/i di noi che si trovano in uno “status giuridico” problematico: gli immigrati che non parlano la lingua tedesca o senza il permesso di lavoro, chi vuole tenere riservata la propria professione per i motivi più vari, perché ha dei figli, perché vuole esercitare la professione per un tempo limitato, perché teme ritorsioni nel proprio paese. Per ultimo ma non meno importante, perché tutti i lavoratori del sesso hanno motivo di temere la discriminazione da parte delle autorità, degli affittacamere, dei datori di lavoro.

Finché esiste lo stigma sul lavoro sessuale, qualsiasi forma di registrazione statale può portare solo l’aumento di questo stigma per i più indifesi, che saranno spinti ai margini della società o saranno costretti a nascondersi, indebolendo la loro posizione giuridica nei confronti degli operatori dei bordelli.

Chiediamo solidarietà alla nostra lotta contro ogni forma di registrazione statale dei lavoratori del sesso, per il nostro diritto alla privacy e all’ autodeterminazione sessuale e per il diritto al libero esercizio della nostra professione!

Parlatene con la gente, e spiegate perché la registrazione forzata non protegge contro lo sfruttamento, ma mette in pericolo i lavoratori del sesso!

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Precarietà, R-Esistenze, Violenza

#Vicenza: non lasciamo sola la giovane romena violentata

Giorni fa scrivevo dello stupro denunciato da una donna e subito da due militari Usa, uno dei quali già accusato di stupro. Ieri a Vicenza molte realtà hanno manifestato a sostegno di questa donna e contro l’abitudine dell’esercito Usa di rinviare gli accusati di violenze su civili a processo presso i loro tribunali. Pare che il processo si celebrerà, invece, presso la corte italiana e il Comitato per i Diritti Civili delle prostitute annuncia di voler costituirsi parte civile. Ecco il loro comunicato:

Il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute chiederà ai giudici di potersi costituire parte civile a sostegno della giovane M.U. la cittadina Romena barbaramente aggredita e violentata da due soldati americani di stanza presso le caserme Del Din e Ederle di Vicenza.

L’aggressione violenta contro la giovane, che aveva concordato con i due militari una prestazione di servizi sessuali in cambio di pagamento, è è un atto di brutale inciviltà aggravato anche dal fatto che la giovane M.U. è visibilmente al sesto mese di gravidanza. Non possono e non debbono esserci attenuanti per il comportamento dei responsabili. Chiediamo alle nostre Autorità di non consentire che queste persone che sono per ora pesantemente indiziate si sottraggano alla giustizia italiana come troppo spesso avviene.

Molti americani sono convinti che il sesso a pagamento sia un reato in Italia e per questo si sentono in posizione di abusare delle persone che lo praticano. Abbiamo purtroppo constatato spesso questa realtà nei pressi delle basi militari occupate da Statunitensi. Già nel 1982 abbiamo denunciato pubblicamente la violenza dei soldati americani a Pordenone.Alcuni di loro tengono un atteggiamento da occupanti del nostro Paese. Anche a Pordenone c’è stata una condanna di cittadino americano per stupro di una minore e il cittadino in questione è stato sottoposto a processo in Italia.

Chiediamo pubblicamente anche al Sindaco di Vicenza se non ritiene che le politiche di esclusione messe in atto dalla sua amministrazione con le ripetute ordinanze antiprostituzione, non siano da ritenersi causa di aggressioni e ruberie che spesso non vengono denunciati dalle giovani per paura di ritorsioni da parte dei tutori dell’ordine. Quanti cittadini anche italiani, si fanno l’idea che si possa impunemente violentare e derubare una persona che viene considerata una “indesiderata” per ordinanza e priva di qualsiasi tutela?

Chiediamo anche all’Assessore ai servizi sociali se è al corrente di altre e quante aggressioni hanno subito le lavoratrici del sesso in questi due anni. Non basta dichiarare che si è predisposto programmi contro la tratta e poi essere indifferenti a quello che succede a chi non è trafficato/a. Così come non è corretto far diventare due volte vittima una persona che è stata aggredita affibiandole anche l’ettichetta di “prostituta trafficata” insieme a quella di violentata per mettere in atto l’assistenza sociale che le è dovuta comunque in quanto donna che ha subito violenza. Infine non capiamo perché i militari dell’Arma continuino ad “interrogare” informalmente M.U. che si trova in ospedale senza la presenza del suo avvocato.

La nostra lunga esperienza ci insegna che accanto a quella donna dovrebbe esserci sempre qualcuno che la tutela. Insieme all’avvocata Alessandra Bocchi faremo in modo che le leggi che ci sono nel nostro Paese vengano appliccate correttamente nell’interesse della sua assistita.
Non deve essere lasciata sola. Ieri cittadine/i davanti alla caserma Ederle hanno manifestato in un Sit In per dire basta alla violenza su tutte le donne, ci uniamo a loro perché la misura è davvero troppo colma e vogliamo ricordare a tutti che la sicurezza non si ottiene ne con gli eserciti ne con le ordinanze.

SE NE TOCCATE UNA, CI TOCCATE TUTTE E TUTTI!
DON’T TOUCH OUR SISTERS!

Pia Covre – rappresentante del Comitato per I Diritti Civili delle Prostitute Onlus

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La solitudine delle donne ai tempi del femminismo moralista (lapidata sul web, suicida, per un video porno)

xcolpaUna giovane ragazza, Alyssa Funke, gira un porno, qualcun@ lo scopre e lei diventa vittima di un cyberbullismo perfido al punto che alla fine si suicida. Aveva provato a dissimulare, a rispondere agli insulti e all’aggressione virtuale in un modo spiritoso ma alla fine era caduta in depressione e non ce l’ha più fatta. Non è un fatto nuovo, quello di essere vittima di insulti sul web o in generale, per via dello stigma che ti resta impresso. Pensate agli insulti ricavati solo pubblicando una foto in bikini, come è successo qui in Italia di recente, e immaginate il resto.

Succede anche se tu, che sei una ragazza, hai condiviso una fotografia in posa sexy con qualcuno e poi te la ritrovi pubblicata online con tanto di nome stampato sulla faccia. Può renderti questo pessimo servizio un ragazzo, un uomo, anche se spesso, come si legge dalle cronache, è l’amica, la rivale, la bulla di un gruppo XY, che innesca il meccanismo di dileggio per avere la meglio su quella che vuole vittima di linciaggio collettivo.

Un tempo le femministe difendevano le ragazze che si trovavano in questa situazione, perché era chiaro a tutte che ciò che bisognava sconfiggere era una cultura bacchettona, terribile, che induceva indignazione alla vista di un po’ di pelle nuda o rivendicava il diritto di punire, finanche con la lapidazione pubblica, quella che veniva considerata come una sorta di offesa alla pubblica morale. Poi arrivarono quelle che teorizzano che il corpo delle donne non apparterrebbe alle donne, assieme alle antiporno, a quelle che non sanno un tubo di comunicazione e nuove tecnologie e quindi sono lì a demonizzare ogni ragazza e donna che in piena epoca del culto dell’immagine, dal quale nessun@ sfugge, fa un selfie e lo piazza su facebook, arrivarono quelle che pensano che il punto chiave per prevenire la violenza resti, esattamente come dicono i maschilisti, la scelta di scoprirsi. Se tu ti scopri esasperi maschilismo ed esorti sessismo. Dunque bisogna tornare morigerate, considerare il corpo delle donne come di proprietà di moraliste che ti dicono quando, come e dove puoi scoprire il culo, e di paternalisti che non aspettavano altro che questo per poter apporre un timbro proprietario, a sorveglianza della nostra salute carnale, legittimati dalle femministe moraliste.

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Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

Sex Worker uccisa a Firenze, Pia Covre: “non obbligateci alla fuga!”

Photo by Giant Girls, Network for Sex Workers' Rights in South Korea
Photo by Giant Girls, Network for Sex Workers’ Rights in South Korea

A proposito della orribile morte di Andrea Cristina, uccisa da un sadico, violento, stupratore e femminicida seriale, ecco alcune parole scritte da Pia Covre, presidentessa del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute. Buona lettura!

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A volte credo di non avere piu parole ma solo rabbia. Dolore e rabbia per una compagna assassinata e non ci sono parole nuove per dire BASTA.

Resta un sentimento di frustrazione perché non riusciamo a fermare questo stillicidio di donne uccise, e quando ad essere vittima è una donna che lavora nella prostituzione mi viene il sospetto che si poteva evitare, che si poteva fare qualcosa. Nel caso di Andrea Cristina uccisa da un seviziatore sadico seriale certamente c’erano episodi precedenti che avevano lasciato tracce ed elementi di investigazione utili a chi avrebbe potuto e dovuto fermarlo gia da tempo.

Gli episodi precedenti non sono stati presi in seria considerazione, la parola e le testimonianze di una donna che fa questo lavoro spesso non viene creduta. Le lavoratrici del sesso esistono ormai nei media e nell’ immaginario collettivo solo in due modi, o come “indecorose” poco vestite che disturbano e quindi da cacciare fuori dalle città con le retate di polizia o con le crociate e le processioni dei cittadini, o come “vittime ” abbandonate, nude, morte o moribonde oltre le periferie in strade senza uscita. E ci sentiamo senza via d’uscita in questo clima di abbandono e di emarginazione, con una società che sentiamo troppo spesso ostile e con amministratori che non si fanno scrupoli a fare ordinanze contro di noi e che, come nel medioevo, ci allontanano fuori le mura e ci lasciano in balìa di sfruttatori e violenti condannate allo stigma e alla morte.

Tutto questo ci rende sempre più vulnerabili. Non ci sono sufficienti interventi di empowerment e di supporto per le lavoratrici.

Nei due decenni precedenti sono stati realizzati progetti e servizi che tramite gli operatori fornivano interventi di strada per informare le donne sulla prevenzione e l’accesso ai servizi sanitari; gli operatori erano un punto di riferimento per le tante donne e anche trans che passavano. Ci sono esempi storici come il progetto TAMPEP a Torino che a fatica ancora esiste e ancora potrei citare il servizio del Comune di Mestre. Le donne con il supporto degli operatori trovavano il coraggio di denunciare, cosa che oggi fanno sempre meno perche impaurite dalle possibili ritorsioni o dal rischio di essere allontanate con misure di polizia.

Molti dei progetti di unità di strada nella prostituzione sono stati chiusi per mancanza di finanziamenti, perche gli aministratori pensano sia piu conveniente fare multe ai clienti e dar la caccia alle donne per multarle e infine, se riescono, per allontanarle. I politici peccatori ma cattolicissimi dibattono e alimentano la retorica della tratta ma allo stesso tempo riducono sostanzialmente anche i fondi per l‘accoglienza delle vittime. Solo poche città mantengono ancora interventi, e in regioni come il Trentino o l’Emilia Romagna, come ad esempio a Modena dove poco tempo fa le donne nigeriane rapinate per due volte hanno infine, con l’aiuto degli operatori della unità di strada, dato alla polizia le informazioni utili ad arrestare i delinquenti.

Qualcosa si deve fare, non si può lasciare che ci uccidano senza provare a ridurre la nostra vulnerabilità. Dobbiamo essere unite e attive nel difendere i nostri diritti e le nostre vite, nessuna deve essere isolata. Non ci sta bene che poi si realizzi una comunicazione da stampa dell’orrore da parte di chi scrive su di noi in toni che creano orride suggestioni, fino a superare la tremenda drammaticità dei fatti. Tutto questo ci espone ancora di più alla violenza dei maniaci. Esiste una solidarietà fra le donne che lavorano quando si conoscono e stanno abbastanza vicine nello stesso luogo. Sono i fattori di disturbo esterno, come le continue retate e il dover cambiare spesso città per lavorare, che impediscono la costruzione di relazioni solidali, perciò dovrebbero smettere di obbligarci ad essere sempre in fuga.

Devono lasciarci vivere, nessuno ha il diritto di perseguitarci in nome della propria morale e dei propri pregiudizi. La società civile deve fare qualcosa contro la nostra emarginazione, deve rispettare e far rispettare la nostra autodeterminazione qualsiasi sia la circostanza che ci ha fatto decidere di fare questo lavoro. I politici devono prendere consapevolezza della realtà e discutere con noi le scelte e le decisioni che vanno prese e che ci riguardano.

Pia Covre

per il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute

www.lucciole.org

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Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

#StigmaKills: il “bischero” stupratore e assassino di prostitute (Più diritti, meno violenza!)

Photo by Giant Girls, Network for Sex Workers' Rights in South Korea
Photo by Giant Girls, Network for Sex Workers’ Rights in South Korea

Erano #16 le sex workers uccise in Italia lo scorso anno, senza contare quelle violentate, derubate, oggetto di violenze ad opera di persone che le prendono di mira per questioni di puttanofobia, razzismo, transfobia. Quest’anno ne abbiamo, per il momento, #3. Una era Zhanna Hashenko, ucraina, l’altra era una “giovane prostituta di origine albanese”, così ne parla la stampa. Poi c’è Andrea Cristina Zamfir, 26 anni, rumena, vittima di quella che il suo assassino ha definito una “bischerata”:

Uccisa in modo barbaro: dopo una serie di sevizie sessuali, inginocchiata a terra, legata di spalle per poter essere aggredita, nella disperata ricerca di liberarsi come testimoniano le ecchimosi sulle braccia all’altezza dello scotch e lasciata morire così sotto un cavalcavia alle porte di Firenze, in via del Cimitero a Ugnano.” [fonte]

Lei viene definita dagli investigatori, inizialmente, una “sbandata, che ha fatto un brutto incontro“, con un articolo che parla di “gente che si lamenta per la presenza di prostitute nella zona”. Perché le donne che si prostituiscono bisogna mandarle ancora più in periferia, dove corrono mille pericoli, dove non le vede nessuno, per motivi di decoro, per non far svalutare i prezzi delle case, perché è meglio lasciarle sole, mai in grado di poter contare neppure sulle colleghe, invece che consentire loro di esigere, legittimamente, garanzia di sicurezza, quando e se decidono di fare quel mestiere.

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