Antifascismo, Antirazzismo, Antisessismo, Critica femminista, R-Esistenze, Recensioni, Ricerche&Analisi

Il Mito dello stupratore Nero, tra razzismo, capitalismo e femminismo bianco complice

Vi abbiamo spesso raccontato come i razzisti speculino sulle notizie di stupri commessi da “stranieri” per poter istigare odio contro tutte le persone “straniere”. Abbiamo anche raccontato come i razzisti istighino odio contro le donne – bianche – che esprimano opinioni antirazziste. Augurano loro stupri da parte di uomini neri e le insultano in ogni modo possibile. Tutto ciò non nasce oggi, non è un fatto nuovo ma si ripete negli anni a partire dal momento in cui il razzismo fu in qualche modo riconosciuto come “utile” in determinate società.

George M. Fredrickson nel suo libro Racism – capitolo “Religion and the invention of racism” – racconta di come il razzismo fu in qualche modo un’invenzione, come la chiama lui, della religione. Ricostruisce la maniera in cui i Romani “cristiani” avessero l’abitudine di dividere gli schiavi per razze. Quelle baciate da Dio e quelle che Dio non considerava nemmeno. In Nome di Dio furono condotti numerosi atti di crudeltà. In nome del primato della cristianità, inclusa la persecuzione per gli ebrei, fu diffuso il mito della crudeltà dell’uomo nero e tra gli uomini “scuri” individuò gli orientali, quelli che oggi chiameremmo islamici, come i più pericolosi. Qualunque fosse il proprio credo, nel momento in cui diventavano schiavi di Roma, erano obbligati alla conversione e quell’obbligo sanciva l’unico momento in cui le persone discriminate potevano essere viste come esseri umani. Se in un primo tempo il razzismo fu la molla per stabilire il primato di una religione su un’altra successivamente però non bastò più la conversione.

Ruth Frankenberg nel suo “The Social construction of whiteness (white women, race matters)” ad un certo punto scrive come svariati secoli dopo il fatto di seguire lo stesso credo comunque non garantisse l’interazione pacifica delle persone di “razze” diverse. Per esempio si spiega come la religione ebbe un ruolo fondamentale nella criminalizzazione dei matrimoni misti. Siamo in epoca post guerra civile, Stati Uniti, e nei loro sermoni i preti definiscono gli uomini neri come soggetti in grado di ammaliare le donne bianche (neanche fossero vampiri!) le quali venivano così indotte ad avere rapporti sessuali che in ogni caso dovevano essere visti come stupri. Quando una donna bianca mostrava perciò la volontà di voler vivere l’intimità con un uomo di pelle nera il suo consenso era considerato nullo. La donna bianca era vittimizzata e riportata entro l’area di giudizio del patriarcato bianco che ne possedeva corpo e scelte. La religione considerava le relazioni miste contro natura e la legge degli uomini seguiva lo stesso itinerario. Diversamente quando una donna di pelle nera veniva abusata dagli schiavisti o comunque dagli uomini bianchi, in quel caso i preti non spendevano una sola parola in loro difesa perché nella mentalità comune quelle donne erano considerate come promiscue, animalesche e dunque adatte ad essere oggetto di attenzioni di uomini bianchi in preda ai loro istinti.

Joanna Bourke, nel suo libro “Stupro, Storia della violenza sessuale“, dedica svariate pagine alla mentalità razzista di chi considerava colpevole l’uomo nero prima ancora che egli fosse processato. Descrive linciaggi e i metodi coercitivi per convincere quell’uomo a confessare uno stupro mai commesso. La Bourke elenca fatti documentati che dimostrano come molti uomini di pelle nera siano stati non solo costretti a confessare il falso ma anche a subire castrazioni chirurgiche definitive considerate come unico metodo per ammansire i “neri predatori” di fanciulle bianche. La cosa fa il paio con le testimonianze numerose che rendicontano di sterilizzazioni forzate di donne di colore. Il fine pareva sempre lo stesso: impedire che le persone “di colore” si riproducessero e ancor peggio che inseminassero donne bianche per sporcare la razza bianca. Di quanto fossero ridicole certe affermazioni scientifiche dell’epoca ci rendiamo conto oggi ma a quel tempo c’erano molti scienziati che affermavano come l’uomo e la donna neri fossero inferiori per capacità di ogni tipo. I bianchi non potevano permettere che costoro si moltiplicassero e mischiassero il seme con quello dell’uomo bianco. Il corpo delle donne non era (ieri come oggi) perciò altro che una proprietà attraverso la quale l’uomo bianco esercitava razzismo e supremazia nel mondo. In questo senso “lo stupro era molto più che un’aggressione a una donna: era un attacco all’intera struttura del potere e dell’autorità dei bianchi.” (Bourke – pag. 115)

In seguito, data l’influenza economica degli abolizionisti della schiavitù, influenza data da interessi di capitalisti che sapevano che sfruttare la manodopera nera con metodi “legali” fruttava più che schiavizzarli, i razzisti dovettero piegarsi a considerare l’uso di processi con garanzia di difesa equa anche per i neri accusati di stupro. Fu per quella ragione che la pena di morte ebbe un così largo appoggio. Il fine di quella pena era chiaro. “Non abbiamo bisogno di linciare i neri. Possiamo processarli e impiccarli.” (pag. 117)

Bourke riferisce che dal 1908, anno in cui fu istituita la pena di morte, fino al 1960, data ultima di una ricerca, tutti gli uomini giustiziati per stupro erano neri. Diversamente se la vittima era una donna nera allora gli stupratori bianchi subivano pene più leggere salvo in rari casi in cui gli uomini erano poveri. Nella maggior parte delle giurisdizioni americane nessun bianco fu mai giustiziato. E’ chiaro come ci fosse una componente di classe e razza nelle decisioni dei giudici. Nei casi in cui donne bianche denunciavano stupratori bianchi i giudici non accoglievano quelle accuse perché le donne venivano definite come immorali dunque non credibili (vi ricorda qualcosa?). Diversamente, un paio di decenni dopo, quando l’accusa era sostanziata da prove incontrovertibili la storia andava così: l’uomo bianco accusato di stupro si beccava due anni di prigione per aver stuprato una donna nera, cinque anni se la vittima era latinoamericana, dieci anni se la donna era bianca. (pag. 121)

Spesso gli stupratori bianchi vennero in seguito aiutati grazie al fatto che per “natura” i bianchi venivano considerati sessualmente non violenti, a differenza dei neri, e quelli che senza dubbio avevano stuprato una donna erano considerati come malati di mente. Nel testo della Bourke ci sono molte pagine dedicate alla minuziosa attribuzione di malattie mentali a quegli uomini che si volevano favorire nel corso dei processi. Parliamo ancora di documenti tratti da ricerche fatte a fine anni 80. Quindi in epoca abbastanza recente dopotutto.

bell hooks nel suo “Elogio del margine” spiega come questa pressione razzista nella comunità nera non vide subito una efficace reazione perché la comunità nera non era di certo permeata consapevolmente da antisessismo. Sappiamo oggi che dobbiamo guardare ai fenomeni intersecando sessismo, razzismo, classismo. Negli anni ottanta però la questione non era così chiara a tutt*, perciò quando bell hooks diceva che la pressione razzista non permetteva di inventare una strategia di lotta lontana da questioni maschiliste non tutt* la comprendevano. Lei diceva una cosa semplice:

Finché i neri continuano a credere che il trauma della dominazione razzista coincide nella perdita della virilità nera, è per noi inevitabile investire nel copione razzista che perpetua l’idea che tutti i maschi neri sono degli stupratori, bramosi di usare il terrorismo sessuale per esprimere la loro rabbia contro la dominazione razziale.” (pag.40)

Lei parla chiaramente del vissuto di tante donne come lei che oltre a vivere la violenza razzista e sessista da parte dei bianchi dovevano poi scontrarsi con contesti patriarcali in seno alla propria comunità. Per farvi un’idea di quel che dice ricordate il film “Il colore Viola“, per esempio. Non era sempre così ma il maschilismo c’era e quel che le femministe afroamericane dovevano affrontare era una doppia, anzi una tripla, lotta: di genere, di classe, di razza. Fino a che la lotta antirazzista fu mirata a difendere la virilità “castrata” dell’uomo nero non si faceva che restare all’interno dello stesso schema che riproduceva quel razzismo. Allontanarsi dallo schema comportava una presa di coscienza più ampia ed è in questo che le femministe afroamericane diedero un enorme contributo. Un contributo che alla fine le portò a scontrarsi con le donne bianche che pure dicevano di occuparsi di questioni di genere.

Angela Davis in “Donne, razza e classe” (Edizioni Alegre a cura di Cinzia Aruzza) scrive:

Nella storia degli Stati Uniti la falsa accusa di stupro emerge come uno degli strumenti più terribili forgiati dal razzismo. Il mito dello stupratore Nero è stato metodicamente evocato ogni volta che era necessario fornire giustificazioni convincenti alle ondate di violenza e terrore contro la comunità Nera. L’assenza evidente di Nere dal movimento contro lo stupro deriva in parte dall’indifferenza del movimento nei confronti delle false denunce per violenza sessuale come incitamento al razzismo. Troppi innocenti sono stati vittime delle camere a gas e del carcere a vita perché le Nere potessero unirsi a coloro che ricorrono ai giudici e alla polizia per ottenere protezione. Dopo aver subito loro stesse violenza sessuale, inoltre, mai o quasi mai hanno trovato supporto dagli uomini in uniforme e toga. Al contrario sono venuti a galla così tanti casi di violenze su Nere da parte della polizia – persino le vittime di stupro si sono trovate a subire un secondo stupro – che diventa difficile interpretarle come anomalie. “Anche nel momento di maggior forza del movimento per i diritti civili”, per esempio, le giovani attiviste Nere dovettero fare i conti col rischio permanente di essere stuprate dalla polizia. Nel dicembre 1974, a Chicago, una ragazza Nera di diciassette anni denunciò di essere stata stuprata da un gruppo di dieci poliziotti. Alcuni di questi uomini furono sospesi, ma l’intero caso alla fine fu insabbiato.

d’altra parte:

Il mito dello stupratore Nero che aggredisce le donne bianche va a braccetto con il mito della cattiva donna Nera, entrambi finalizzati a giustificare e facilitare lo sfruttamento dei Neri e delle Nere. Le donne Nere hanno compreso presto questa connessione e si sono schierate in prima linea nella lotta contro il linciaggio.” (cit. Gerda Lerner)

Perciò Davis continua raccontando di donne bianche che parlavano di “semplice e promiscua immoralità delle persone Nere”.  E sebbene le bianche subissero le conseguenze dell’impunità che veniva garantita ai bianchi che stupravano donne nere capirono molto tardi quanto fosse grave quello che scrivevano e dicevano.

Quando descrivevano lo stupro come pratica tipica di un uomo di colore o di un bianco se povero (cit. Diana Russel – Politics of Rape) non si rendevano conto di star rendendo un servizio all’uomo bianco, ricco e violento che abusava di molte donne nere o bianche a seconda delle circostanze in cui poteva permettersi di abusare del proprio potere. E quando parlavano di donne bianche che avevano accusato falsamente uomini neri, vedi il famoso caso degli Scottsboro Nine, finivano con il mostrarsi comprensive nei confronti delle donne che avevano rivolto quelle accuse. (Susan Brownmiller nel suo discorso razzista citato da Davis).

Angela Davis narra di come le donne nere furono le prime a creare club in cui discutevano di metodi di lotta contro la violenza sessuale pur non potendo fare nulla insieme a tutte le donne bianche che ignoravano o negavano il fenomeno delle false accuse che finiva con i linciaggi. Perciò la lotta contro la violenza sessuale doveva andare di pari passo a quella contro i linciaggi. Il tentativo di coinvolgimento delle donne bianche fu faticoso ed ebbe un risultato positivo solo dopo trent’anni di attività delle femministe afroamericane. Quando fu creata una organizzazione contro i linciaggi in cui militavano donne bianche fu a quelle donne (bianche) che fu attribuito il risultato positivo ottenuto. Come sempre quando c’era da ottenere riconoscimenti erano i bianchi a prendere il posto dei neri. Ma il risultato fu comunque considerato importante e svelò quel meccanismo che restava implicito nelle aggressioni razziste da sempre: le donne bianche che si schieravano dalla parte dei neri dovevano essere punite. Vennero minacciate, alcune subirono percosse, sputi, forme blande di linciaggio ma andarono avanti.

Le donne nere rilevarono così un altra differenza che restava visibile nei movimenti di lotta. Le donne bianche e benestanti non si muovevano di un solo passo nella loro direzione perché razzismo e sessismo erano comunque strumenti di assoggettamento capitalista. Non era un caso il fatto che molte violenze perpetrate dai bianchi, datori di lavoro o altro, restavano sommerse.

Davis scrive:

Ma perché ci sono così tanti stupratori anonimi? Forse un privilegio di quegli uomini che grazie al loro status possono sottrarsi dall’essere perseguiti penalmente? Non vi è dubbio che i bianchi che sono imprenditori, dirigenti, politici, medici, professori, eccetera, “approfittino” delle donne, che considerano come esseri socialmente inferiori. Eppure i loro crimini sessuali raramente vengono alla luce. Non è piuttosto probabile che questi uomini della classe capitalista e media corrispondano a una significativa percentuale degli stupri non denunciati? Molte di queste violenze taciute riguardano senza dubbio le donne Nere: l’ideologia razzista ha storicamente invitato a stuprare le Nere. […]

L’esistenza diffusa delle molestie sessuali sui luoghi di lavoro non è mai stata un segreto. E’ proprio sul lavoro, in realtà, che le donne – soprattutto quando sono sindacalizzate – sono più vulnerabili. Avendo già stabilito un dominio economico sulle donne loro sottoposte, il datore di lavoro, i manager e i capireparto sentono di poter affermare la propria autorità in termini sessuali. […]

La struttura di classe del capitalismo incentiva gli uomini che esercitano il potere sul terreno politico ed economico a diventare agenti quotidiani dello sfruttamento sessuale. […]

La proliferazione della violenza sessuale è il volto brutale dell’intensificazione generalizzata del sessismo che necessariamente accompagna quest’aggressione economica. Seguendo uno schema stabilito dal razzismo, la subalternità delle donne rispecchia la situazione degradante dei lavoratori di cotone […].

Data la complessità del contesto sociale in cui si verifica lo stupro, ogni tentativo di trattarlo come fenomeno isolato è destinato naufragare. Un’effettiva strategia deve porsi un obiettivo più avanzato dello sradicamento dello stupro e persino del sessismo. La lotta contro il razzismo deve essere una questione permanente del movimento contro gli abusi, che deve difendere non soltanto le donne di colore ma anche le molte vittime della strumentalizzazione razzista dell’accusa di stupro. Le dimensioni critiche della violenza sessuale costituiscono un aspetto di una profonda e permanente crisi del capitalismo. In quanto violenta faccia del sessismo, la minaccia di violenza continuerà a esistere fino a quando l’oppressione delle donne farà da stampella al capitalismo. […]

A dare ragione ad Angela Davis c’è l’autocritica di una Nancy Fraser che ha definito molte donne bianche come “ancelle del capitalismo” mentre usavano la lotta contro la violenza sulle donne per banalizzare differenza di razza e classe. (“La fine della cura. Le contraddizioni sociali del capitalismo contemporaneo“)

Fraser, Tithi Bhattacharya e Cinzia Aruzza, nel libro Femminismo per il 99%, raccontano di come il femminismo debba assolutamente essere anche antirazzista e anticapitalista. Nel libro si scrive di:

(…) violenze sessuali e le molestie sul posto di lavoro, nelle scuole o negli ospedali. In questi casi i violentatori sono padroni e supervisori, professori, allenatori, poliziotti e guarde carcerarie, dottori e strizzacervelli, padroni di casa e ufficiali dell’esercito: tutte figure con un potere pubblico istituzionale che esercitano in forma predatoria, tutte nella posizione di poter ordinare favori sessuali. Cosa che alcuni fanno davvero. Alla radice, c’è la vulnerabilità economica, professionale, politica e razziale delle donne, la nostra dipendenza dalla busta paga, dalla lettera di referenze, dalla disponibilità del datore di lavoro o del superiore a non fare domande su visti e immigrazione. Dietro a questa violenza c’è un sistema di potere gerarchico che salda tra loro genere, “razza” e classe. Il risultato è una normalizzazione e un rafforzamento di questo sistema.” (pag. 31)

Ad agevolare e rafforzare quel sistema sono state (e sono ancora) anche certe femministe bianche, benestanti e occidentali le quali – per esempio nel XX secolo, in Gran Bretagna erano intente (pag 45) a compiere discorsi “civilizzatori improntati al razzismo, resi necessari a loro dire per sollevare le donne indiane dalla loro misera condizione. Anche oggi, in alcuni paesi europei, femministe di primo piano giustificano con simili prese di posizione le politiche islamofobe.

E ancora:

Col rendere il genere astratto da ‘razza’ (e classe) hanno dato priorità al bisogno ‘delle donne’ di uscire dagli ambiti domestici per ‘andare a lavorare’: come se fossimo tutte casalinghe dei quartieri residenziali! Sulla stessa logica, negli Stati Uniti femministe bianche di primo piano hanno sostenuto che le donne nere possono essere vere femministe solo dando priorità a un’immaginaria sorellanza post o non-razziale, lasciandosi alle spalle la solidarietà antirazzista con gli uomini neri.” (pag. 46)

e tutto ciò suona parecchio fuori luogo in special modo perché sappiamo che:

Anche il welfare sociale è in declino, dato che i servizi che un tempo venivano erogati dal sistema pubblico ora ricadono su famiglie e comunità, vale a dire principalmente sulle minoranze e sulle donne immigrate. (…) Ai nostri giorni milioni di donne e migranti sono impiegate nei lavori domestici e di cura. Spesso prive di permessi di soggiorno e lontane dalle proprie famiglie, sono al tempo stesso sfruttate ed espropriate, costrette a lavorare in maniera precaria e pagate al ribasso, prive di diritti e soggette ad abusi di ogni tipo. Forgiata da catene di lavoro globalizzato, la loro pressione garantisce condizioni migliori a donne privilegiate, che possono evitare (in parte) i lavori domestici e rincorrere carriere ambiziose. E’ paradossale che alcune di queste ultime invochino i diritti delle donne a sostegno di campagne politiche per mandare in galera uomini neri accusati di stupro, per opprimere migranti e musulmani, per chiedere che le donne nere musulmane siano assimilate alla cultura dominante! La verità è che il razzismo, l’imperialismo e l’etnonazionalismo sono contrafforti essenziali della misoginia generalizzata e del controllo sui corpi di tutte le donne. ” (pagg. 48/49)

E si torna all’origine del discorso. E’ dunque possibile dirsi femministe se si sostiene il primato di una religione su un’altra, se si tenta di separare il discorso antisessista da quello antirazzista e anticlassista e se non si tiene conto del principale strumento di potere usato in tutte le epoche e comunità, ovvero del denaro, dell’interesse economico?

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