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Leaving Neverland: Michael Jackson, presunto pedofilo, e le madri dei bambini

Ho visto il documentario e ciò che a mio avviso viene fuori con maggiore intensità è il fatto che ad essere colpevolizzate degli abusi subiti da Wade Robson e James Safechuck sono le rispettive madri. Entrambe fuggite da una dimensione provinciale e con l’idea di poter lasciarsi alle spalle anche matrimoni “normali”, le due donne alla fine dichiarano il proprio fallimento, il fatto di non essersi rese conto di niente ma figli e nuore sembrano non riuscire a perdonarle. La madre di Wade Robson, soprattutto, colei che dall’Australia è partita lasciandosi alle spalle un marito mentalmente fragile che poi finirà per suicidarsi. Ma anche l’altra madre che nel suo racconto elenca i numerosi benefici, anche economici, che dal rapporto con Michael Jackson le sono derivati. Viaggi in prima classe, in limousine, alloggi in ambienti da sogno, prestiti per acquistare case e promuovere le carriere dei figli. Accecate da questo non si sarebbero rese conto di quanto stesse accadendo sotto i loro occhi.

Mentre i loro figli restavano chiusi nelle camere private dell’artista a loro bastava godere di una bella vita e non si facevano troppe domande. Pensavano che tutto fosse normale. Le nuore accusano: come si fa a lasciare che i figli piccoli dormano con un adulto nello stesso letto? E le due vittime, ora diventati padri, raccontano di quel che potrebbero fare se solo qualcuno osasse toccare i loro figli nello stesso modo in cui il cantante toccava loro. Il cantante appariva come un individuo fragile e profondamente solo, infantile per interessi e modi. Con quell’amicizia stravagante con bambini ai quali dedicava così tante attenzioni. Ma al di là della opinione che si possa avere delle madri secondo me l’altra cosa molto interessante che viene fuori è il metodo usato nel coinvolgimento di bambini che subivano tutto il fascino di un rapporto abusante con l’artista.

Quello di cui raccontano è la manipolazione emotiva, l’isolamento sociale cui erano costretti, l’intimidazione velata, la costruzione di una complicità basata sulle menzogne e quel segreto che si portavano dietro pensando si trattasse di un vero e proprio rapporto d’amore. Bambini in cerca di attenzione ai quali viene insegnato che per avere amore devono subire abusi. Tanto basta a deresponsabilizzare qualunque pedofilo convinto che il bambino abusato si offra volontariamente per ricevere quelle orribili attenzioni. Tanto basta a lasciare che i bambini pensino di essere colpevoli di quello che a loro è successo. E la vergogna è tanta così come il fatto di negare un abuso solo perché non è stato definito tale dall’autore degli abusi.

Il documentario è molto istruttivo perché spiega fin nei minimi dettagli come si svolge una relazione vittima/abusante in determinate condizioni. Si capisce quanti elementi in gioco ci siano e anche il perché le vittime spesso non denunciano o quando denunciano non vengono credute. Si capisce anche il perché le vittime di abusi nell’infanzia si rendano conto di essere state vittime solo quando diventano adulti. C’è tanta letteratura che ne parla ma le parole delle due presunte vittime del documentario sono più efficaci di qualunque ricerca scientifica e di mille testimonianze scritte. Ed è importante capire come per le vittime sia difficilissimo denunciare perché pensano che tutto potrà crollargli addosso. Tutta la vita basata su bugie e false verità. Con gli stessi strumenti intimidatori di sempre: il denaro, la fama, il successo, l’illusione di un amore. Cose vere per le denunce che sono venute fuori con il #metoo e vere anche quando si parla di bambini in rapporto con i propri miti.

Ma tornando alle madri se la loro colpa è quella di aver affidato i figli ad un uomo estraneo adulto la responsabilità sociale appartiene ad un sistema economico che facilita l’insinuarsi di elementi estranei, di predatori, quando di mezzo ci sono i soldi e il sogno di una vita più agiata. Una questione di genere e classe, insomma. D’altro canto l’artista sembrerebbe avesse perfettamente chiaro l’impatto che su quelle donne, di cui egli stesso aveva una pessima opinione, poteva avere ogni mega villa, ogni viaggio lussuoso e ogni promessa di gloria e successo che quelle madri avrebbero vissuto in forma indiretta attraverso i figli.

Quello che emerge in questo documentario è insomma il fatto che non sia tutto bianco o nero e che insistendo in una narrazione binaria forzata si finisce per far sembrare colpevoli tutti coloro, vittime incluse, che non si riconoscono pienamente in quella narrazione. Se si continua a descrivere il pedofilo come un mostro con le corna è ovvio che perfino alle vittime degli abusi non sarà facilitato il compito di raccontare fedelmente ciò che hanno vissuto. Perché di fatto in una cosa ha fallito da sempre la società ovvero nel non saper ascoltare le vittime senza imporre loro codici morali, parole, segmenti di punti di vista. Se le cose fossero così semplici, il pedofilo un bruto e le vittime bambini sempre in lacrime, non sarebbe così semplice perpetrare quel crimine lasciando una scia di vittime tanto numerosa. Per comprendere il fenomeno bisogna lasciare che trapelino i toni grigi del racconto delle vittime. Questa secondo me è l’importante lezione data in Leaving Neverland.

Se volete vederlo lo trovate, gratis, QUI.

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