'SteFike, Comunicazione, Critica femminista, Femministese, R-Esistenze

Il femminismo bottegaio e la sorellanza di ‘SteOvaie

Rifletto. Perché dopo questo  o questo mi tocca anche riflettere. Il femminismo può essere tante cose. Può essere quello che ti aiuta a ritrovare una direzione per la tua vita. Può essere un collettore per soggetti sparsi che così si riconoscono in una idea. Può essere la filosofia che applichi su molte cose. Oppure.

Può diventare anche il semplice minimo comune denominatore che unisce chi ha bisogno di micro o macro visibilità. Un mezzo per ritagliarsi microgrammi di potere. Un modo per contendere il terreno a qualcun altro o l’alibi per andare in giro per il web a marcare i territori altrui all’insegna dell’intolleranza. Oppure.

Può essere un modo per istigare odio, con gogne che poi sono ossa ben spolpate, offerte alle donne che lì si sentiranno legittimate a insultare e auspicare la forca. Può essere un modo per giustificare metodi repressivi o governi o partiti. Oppure.

Può essere la maniera attraverso la quale crei reti solidali. Il modo per inventare nuove aree di discussione e pensieri e idee e ragionamenti, per osare dove altri non hanno osato ancora, per immaginare un mondo futuro che comprenda anche te. Ed è così che comincia sempre tutto. Ci sei tu che rivendichi diversità e parzialità, poi incontri altre parzialità e diversità e si discute, senza temere l’altr@, perché siamo sorelle, ricordi? Sorelle, per davvero. Noi si che sappiamo ascoltare. Noi si che sappiamo condurre il mondo altrove. Noi si. Si, certo. Sorelle un cazzo.

Io non dirò che tutto il mondo è fatto di questo ma quello che racconto, purtroppo, esiste. E dunque lasciatemi dire di cosa è fatto – anche, e per fortuna non solo – il mondo femminista de noiantri. Lo dico ben sapendo che il fatto che io sveli l’illusione è uno dei motivi per cui talune mi odiano. Perché si, le femministe odiano, non sono avvolte da aurea di santità. Odiano e fanno male. Odiano e guardano solo al proprio buco del culo, senza empatia, senza attenzione reale per le persone nei confronti delle quali dovrebbero prestare ascolto.

Lo dico non perché invento o perché voglio dare una immagine distorta di qualcosa che sento mio, giacché ne faccio parte, ma perché sono arrabbiata, anzi, oramai quasi rassegnata, avvilita, amareggiata, profondamente delusa. Perché io ci credevo, una volta, al fatto che tutte queste donne avessero una sensibilità “superiore” e che avessero raggiunto vette di grande consapevolezza. Invece no.

Le vedi a volte piccole, di certo umane, ma in ogni caso piene di contraddizioni e poi mediocri, perché mancano di spessore culturale ma anche di una visione lunga, quella che si chiama intuizione, e sono lì a seguire semplicemente l’onda della comunicazione senza saperla neppure cavalcare, sovvertire, sfruttare. Perciò ogni parola, in quei casi, serve solo ad avere un po’ di micro celebrità. Se la corrente dice che si deve parlare della dignità e dei corpi sono tutte lì a parlare di dignità e corpi, quasi che fosse una religione. Se ci sono quelle che parlano di mamme allora si parlerà di mamme. Come spiegare che sono diventate delle bottegaie che stanno lì a vendere solo quello che la gente vuole comprare?

Seguono la scìa, hanno paura di pensare “strano”, brandizzano parole d’ordine e le commercializzano per guadagnarsi un po’ di gloria qui e là, e nel frattempo non cambiano affatto la cultura, perché se il tuo femminismo è diventato “commerciale”, è come se tu montassi bancarella per vendere prodotti rilasciati a seguito di indagini di mercato.

Fai quello che vuole il tuo pubblico sulla pagina facebook. Vuole le gogne? E tu gli dai le gogne. Vuole il fango? E tu dai fango. Vuole maternage, moralismo, familismo e concetti da ventennio? Allora gli darai questo, perché non sei tu che detti l’agenda, semmai sono gli elettori, o chi ti legge, o chi interviene insistentemente sulla tua pagina facebook per chiederti di rappresentare un punto di vista che non è neppure il tuo, come se tu, all’improvviso, fossi diventata il referente massimo che se obbedisce al diktat sarà premiato o altrimenti sarà lapidato, come se fossi diventata la guida spirituale ma anche la venditrice di pentole e di materassi. Una venditrice di pentole che finge di essere una guida spirituale, giusto per sintetizzare. In questo, è chiaro che una parte della responsabilità ce l’ha chi si pone rispetto a chi dice, pensa, scrive, in quanto “pubblico”, con questa mania da social network o media interattivo che ti lascia l’illusione di poter dettare il copione a chiunque, ‘sto pubblico si incazza ed è inferocito, se tu non obbedisci e dichiari, senza esitare, che tu vuoi continuare a pensare in modo autonomo.

Oggi, però, forse c’è gente che soccombe, o più semplicemente hanno capito che sei popolare se dai alle persone quello che vogliono, e in tutto ciò si gioca sempre al ribasso. Non vedi infatti un femminismo che discute e scambia idee, ma solo chi ti scippa le parole d’ordine per farne scempio e metterle a servizio del proprio scopo o del partito. Non è neppure ammessa la pluralità, quella in cui ciascun@ dice e poi l’altra racconta quel che pensa, anzi in realtà poi arrivano le troll/femministe/squadriste in web, che hanno scambiato il femminismo per un ring, sempre a caccia di flame per esistere, ti si piazzano sulla pagina, esigono che tu rappresenti le loro parole, che tu impersoni il personaggio che loro decidono tu sia, smettono di vederti come persona, che ha il diritto di dire e pensare quel che vuole, e quando dici che non la pensi come loro, semplicemente, ti vogliono violentemente zittire, virtualmente ammazzare. E parlo di morte sociale.

Ed è a quel punto e in quei contesti, dove organizzano guerre vere e proprie contro chi non si lascia addomesticare, che leggi cose che fanno veramente rabbrividire. C’è la contabile che conta quanti click hai al giorno sul tuo blog perché il suo obiettivo è toglierti visibilità. Poi c’è quella che contatta persone per dire loro di disiscriversi dalla tua pagina e iscriversi a un’altra. C’è l’addetta al marketing piazzata in ogni gruppo facebook per dire, venite di là che si sta bene e non andate là che si sta male, e poi c’è chi sorveglia le discussioni altrui e rosica se nella tua pagina c’è gente che discute o che si interessa a quel che dici o fai.

Pensate questo avvenga solo a livelli di trollaggio idiota? Invece no. Il femminismo nel web è praticato per la maggior parte da gente che non sa neppure usare un computer e che di fronte all’insistenza di certe persone sui social network vanno nel panico, non sanno proprio cosa fare. A volte cedono e si lasciano influenzare e a volte, semplicemente, trovano che il trollaggio, forse, sia l’espressione più femministicamente attiva che nella loro condizione, a casa, con famiglia a carico, possono esprimere. A loro piace, si sentono parte di qualcosa e non capiscono che quel qualcosa, paragonato alla vita reale, è un esercito di gente con i forconi che va in giro a organizzare linciaggi ai danni di tizia e di caia. Ecco, quella roba lì non è femminismo, anche se chi sta su facebook potrebbe pensarlo.

Poi c’è la cordata dell’accademica con fans al seguito e le sue leccaculo in cerca di un posto in paradiso. C’è il gruppo adorante per quell’altra alla quale non si può contestare niente giacché si pensa sia una santa. E nel frattempo, alcune persone, del femminismo fanno quasi un mestiere. Lo fa la classica e l’alternativa, quella che rimugina ortodossia con citazioni dotte e l’altra che si finge diversa ma si incazza se a fare bottega è qualcuna che occupa il suo stesso spazio ideale. Primadonnnismi, protagonismi, opportunismi, rivalità e tanto ma tanto egoismo.

La sorellanza? Ditemi dov’è e vi dirò di cosa è fatta. Se la guardate bene è una guerra all’ultimo sangue e ovviamente perisce chi di questa guerra non vuol sapere niente, chi vorrebbe solo discutere e pensare, chi non vorrebbe subire ricatti del tipo che se parli con lei allora non parli con me. Perisce chi pensava di trovare presso le femministe un esercito di donne realmente solidali e non talmente ciniche da usare, per fortuna solo a volte, anche le vittime di violenza per ricavare visibilità. Le vittime mute o che si fanno strumentalizzare, perché quelle che parlano per se’ e non hanno voglia di prendere parte a questo gioco sono perciò destinatarie di improperi di ogni tipo. Quelle che parlano per autorappresentarsi, a meno che non parlino un linguaggio unico, che risponde ad un pensiero unico, a volte sono giudicate perfino nemiche del femminismo.

Lo dicevo ad un’amica ma lo voglio ripetere anche qui: se io non sono libera, mai, di dire quello che penso perché c’è sempre chi si sente ferit@ dalla mia diversità e dalla mia autonomia, se non voglio subire ricatti emotivi, se non mi piego di fronte ai richiami dei vari branchi, se semplicemente mi schiero sulla base delle idee e delle lotte e non per partito preso, quello che avverti, poi, alla fine, è quella solitudine che accompagna l’autodeterminazione e l’autonomia. Perché l’autonomia di pensiero si paga anche così. Con una solitudine interiore che serve a farti diventare forte affinché tu non debba mai piegarti neanche in momenti di fragilità. Così se io, tuttora, nonostante tutto, dico che i miei pensieri non si toccano, che sono autonomi e che c’è chi mi ricorda che, in un modo o nell’altro, non dovrebbero esserlo, pena il ricatto incombente ché se non la penso come te allora tu smetterai di parlarmi e di volermi bene, quello che mi tocca è il freddo.

Ecco: il femminismo, per quelle come me, spesso diventa solo orribilmente glaciale. Fa freddo, care, anche se vorreste sentirvi dire qualcosa di diverso, perché quella consolazione che cercate la trovate nelle persone, umane, e non nelle idee in quanto tali. E le persone sono diverse le une dalle altre, come lo sono anche le donne, e dunque non troverete mai la bontà e la solidarietà riversata per intero nel genere femminile o nel contesto femminista perché è una stronzata pensarla così.

Chi ha generato o messo in giro questa voce si nasconde dietro un alibi che serve per una mega autoassoluzione collettiva. In genere chi dice che le donne sono tutte buone dirà anche che se tu non la pensi come lei sei un pochino maschio, perché non riesce a vederti nella tua diversità. Così io sento freddo, lo sento spesso e sono stanca di guerra, stanca di dover giustificare ogni mio pensiero, stanca della meschinità, dell’ipocrisia, della mancanza di empatia, della poca umanità di certune. Sono stanca di quelle che usano il femminismo per comunicare contro qualcun@ perfidia, odio, cattiveria, che sono cose assai diverse dal conflitto e dalla rabbia, sana, che è tesa alla rivendicazione di diritti. Ci sono donne che là fuori vogliono soltanto demolire altre donne e vorrebbero farlo “in nome delle donne” e tutto ciò è paradossale se pensi che le stesse persone raccontano, a volte, un femminismo che forse esiste nei libri delle favole, dove trovi fatine buone e gente tutta quanta disinteressata, donne che sono prive di opportunismo e che giammai ti farebbero la pelle pur di primeggiare. Si si, come no.

Ci sono donne che fanno quasi a botte, metaforiche o forse anche no, pur di avere il primo spazio nella scena pubblica, e altre, aggressivissime, che se tu recuperi visibilità senza fare a botte con nessuno, solo in virtù delle tue idee, ti aspettano al varco per farti la pelle perché si sentono messe in ombra.

Lo stress emotivo che si recupera soprattutto quando becchi le femministe bottegaie, violentemente competitive, ha delle brutte conseguenze sulla stessa qualità del pensiero che viene messo in circolazione, perché se tu giochi a piacere al pubblico, è chiaro che ti appiattisci su versioni della storia conformiste e omologate, sempre più destrorse e nazional/popolari. Versioni moraliste, in cui si parla della salute di madri e figlie, possibilmente italiane, ed eccolo scoperto il codice di comunicazione del linguaggio del femminismo che è andato in onda negli ultimi anni.

Una donna, oggi, mi diceva, per esempio, che nei confronti di quel femminismo io avrei un debito storico e io ho risposto che non ho alcun debito, semmai sono loro che ce l’hanno con me, perché io c’ero prima e ci sarò dopo a recuperare i cocci tentando di restituire dignità ad un pensiero che hanno ridotto a merce brutta, svendibile in qualunque supermercato, tra il tonno in scatola e il dentifricio al fluoro, buono per mamme, sorelle, figlie, nonne, affinché tutte sappiano che la loro vita è quella giusta.

Ma non è l’idea in se’ che voglio discutere perché ciascuna è giusto abbia la propria visione delle cose, purchè non la imponga a me va sempre bene, ma quello che non sento, che sono certa sentite poco anche voi, è l’umanità, il cuore. Dove cazzo è finito il cuore, nelle relazioni, negli scambi, e io dico il cuore vero, quello sincero, e non le ipocrite dimostrazioni di finta sorellanza per celebrare anniversari dei girotondi che furono, ciascuna a tentare di fare rivivere sensazioni che rintraccia solo nella propria memoria, ciascuna a presenziare cinicamente per sponsorizzare se stessa o il proprio partito facendo finta che dell’altra le importi davvero qualcosa.

Io ve lo dico, care: sento un gran freddo. Sono disillusa e tuttavia mai cinica, perché nelle mie cose tu puoi sentire, toccare e leggerci almeno il tentativo di rintracciare un legame umano, per quanto tu sia sconosciuta e lontana da me, senza che esista una gara, senza che io comunque ti debba nulla, perché devi saperlo che l’attenzione e il cuore non sono lì a dire che io la penso sempre come te. Ma altrove, al di là di quelle atmosfere sessantottine simil new age in cui si pensa di essere tanto solidali perché ci si riunisce in una stanza dall’odor di incenso, si è mai discusso della qualità delle relazioni umane tra femministe e femminismi? Perché se non ci sono quelle, se non si fa attenzione e non si ascolta l’altra, neanche se ti sta dicendo che tra un po’ annega, che cosa stiamo facendo in realtà?

 

—>>>Segnalo il contributo di Elettra Deiana che commenta questo post: Dove sta l’autonomia del discorso femminista?

—>>>Il contributo di Nadia Somma: a Eretica, a Loredana e alle altre, sulla sorellanza femminista

12 pensieri riguardo “Il femminismo bottegaio e la sorellanza di ‘SteOvaie”

  1. Io…io aspetto sempre un tuo nuovo pensiero ….perché mi permette di allargare il mio…di metterlo alla prova…e di farlo anche scontrare…e quella che tu definisci “diversità ” per me rappresenta una crescita…e quindi…grazie

  2. è da tanto tempo che non ti scrivo. Credo di pensarla diversamente da te su alcune cose, ma francamente non saprei nemmeno di sicuro se il tuo pensiero alla fine potrà portare a un mondo che coincide con quello che ho nella mia testa. Ti chiesi un po’ di tempo fa che senso ha continuare a chiamare “femminismo” quello che, a mio avviso, è umanesimo. Me lo chiedo ancora adesso eh.. comunque sia, oltre ad esprimerti solidarietà e, per come posso, conforto per questo momento di stanchezza derivante dal dover continuamente contrastare ondate di m… (scusa il francesismo :-D) ti trascrivo un pezzo tratto da Bertrand Russell di “Matrimonio e morale” che mi ha fatto riflettere parecchio nel mio cammino per capire la storia e i suoi mutamenti sociali, in particolare l’ultima parte…

    “Vale la pena però osservare che la rapidità con cui le donne, nei paesi di civiltà più avanzata, hanno conquistato i diritti politici è senza paragone nel passato, se consideriamo lo straordinario mutamento ideologico avveratosi. L’abolizione della schiavitù è un fenomeno più o meno analogo, ma, dopo tutto, la schiavitù non esisteva in Europa ai tempi nostri, e non riguarda nulla di così intimo come le relazioni tra uomini e donne. Le cause di questo improvviso mutamento credo siano duplici: da un lato, vi è stato l’influsso diretto dell’ideologia democratica, che rendeva impossibile dare risposte logiche alle domande delle donne; dall’altro, c’era il fatto che una quantità sempre maggiore di donne era costretta a guadagnarsi la vita fuori di casa rendendosi in tal modo indipendenti, per i bisogni dell’esistenza quotidiana, dai marito o dai padri. Tale situazione raggiunse naturalmente il suo culmine durante la guerra, quando molto lavoro fatto di solito dagli uomini dovette essere assunto dalle donne. Prima della guerra una delle obiezioni più comuni al voto alle donne, era che le donne sarebbero state tutte pacifiste. Durante la guerra, esse diedero una confutazione piena dell’accusa, e il voto fu loro concesso proprio per la loro partecipazione ad azioni cruente. Per i pionieri idealisti, i quali immaginavano che le donne avrebbero elevato il tono morale della politica, ciò può essere stata una delusione; ma sembra destino degli idealisti quello di riuscire a ottenere le cose per cui lottarono, in una forma che distrugge i loro stessi ideali. I diritti delle donne in realtà non implicavano nessuna superiorità morale o di altro genere; erano soltanto diritti appartenenti ad esseri umani, o piuttosto legati ad argomentazioni generiche a favore della democrazia. Ma come sempre avviene quando una classe o una nazione oppressa reclama i propri diritti, i difensori cercarono di rafforzare l’argomentazione generica con quella specifica dei meriti peculiari delle donne, e tali meriti erano di solito rappresentato come di ordine morale”

    Tieni duro

  3. Dove sei ? Vi ho scritto su facebook, fatevi conoscere compagne perché sono tanto desiderosa di unirmi alla causa (che sia un consiglio su un buon libro,una riunione,ma vorrei tanto conoscervi di persona)
    Ps: condivido ogni singola parola, e ahime ogni singola sensazione.

  4. Bellissimo post, che leggo solo ora ma che condivido in pieno. Femminismo a volte è una parola fardello, non solo quando la usi con chi femminista non è, soprattutto quando la usi con chi si definisce tale. Sono saltate alla giugulare anche a me, parlando di “femminismo rosa”, poi, ti lasci immaginare. Condivido parola per parola.

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