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Il “pericolo mortale” della grammatica femminista

Articolo pubblicato ne El Pais scritto da Alex Vicente (traduzione di Silvia)

QUI in lingua originale

Un manuale scolastico scritto in linguaggio inclusivo scatena una bufera in Francia.

L’Accademia lancia l’allarme della perdita del potere della lingua.

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Maternità. Cosa ne sappiamo? Come ne parliamo?

di Beatrice Toniolo

L’impegno di andare a trovare una coppia di amici fuori città era preso da giorni. Che qualche giorno fa fosse la Festa della Mamma e io sia riuscita a passarla con una futura mamma, la mia amica, è stato un caso – confortante, perchè avrò pure novant’anni, ma ogni tanto ho bisogno di sentire qualcosa o qualcuno di materno anche io.
Ma ripeto, non era voluto.
Questa coppia di amici, di cui non farò i nomi, sta aspettando una bambina. Ho seguito il loro percorso genitoriale da lontano, tramite messaggi vocali, a causa del mio lavoro, per cui viaggio su e giù per lo stivale. Adesso che sono di nuovo nella  “nostra” regione, posso fare anda e rianda da Firenze per trovarli, perchè non voglio che questa mia amica si affatichi sparandosi ore di treno. Naturalmente, questa gravidanza è l’argomento sovrano e ritengo sia giusto così, soprattutto alla luce del fatto che ha sollevato diversi interrogativi: cosa sappiamo della gravidanza? Come ne parliamo e come parliamo delle donne che diventano madri?
Ne sappiamo poco o nulla, ne parliamo male e delle madri ne parliamo peggio.

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Sulla parola “bitch” e l’arretratezza della lingua italiana

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Sul film di Tarantino avevo scritto una recensione chiarendo che mi è piaciuto il film, non lo trovo affatto misogino e penso che analizzare il film secondo quel parametro vittimista (riferito al genere femminile – immaginando che nei ruoli cinematografici le donne dovranno sempre essere mostrate come figure tutte quante buone, vittime, e da trattare con garbo) sia semplicemente riduttivo. Marta mi propone invece un’analisi del linguaggio che mi trova abbastanza d’accordo. E’ vero: la parola bitch può essere tradotta con “stronza”. Ma si sa che vedere i film in lingua originale è assai più bello che vederli doppiati in italiano. Buona lettura e buona discussione!

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Ciao Eretica,

Ti seguo con interesse da diversi mesi, il tuo punto di vista è sempre molto interessante per cui vorrei condividere con te e la community una riflessione.
Ieri sera sono stata a vedere il nuovo film di Tarantino. Premesso che non l’ho trovato particolarmente sessista, e che in generale non credo che Tarantino sia un regista sessista (penso non tanto alle super cattive dai corpi perfetti di Kill Bill quanto allo straordinario e umanissimo personaggio di Jackie Brown), sono uscita dalla sala con una sensazione di “fastidio”.

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Darwin e i pervertiti: indagine sulle parole che usiamo

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di Armio Neloci

Esiste una vasta letteratura che indaga quali sono le difficoltà nel comprendere la teoria dell’evoluzione. E una cosa interessante è che se ricerchiamo questa letteratura per consultarla, i primi risultati sono una sorta di prontuario degli errori in cui si incappa quando si pensa alla selezione naturale. Ma ancora più interessante è vedere come la maggior parte degli errori su Darwin siano proprio le premesse a molti discorsi che si prefiggono di spiegare ciò che è anormale o deviante. E oggi con i dibattiti sulle unioni civili, anche se implicitamente, l’interpretazione sbagliata di Darwin fa da sfondo a molte delle questioni sulla naturalità, sulla procreazione e sull’evoluzione. Con una rapida indagine sulle parole e sui fraintendimenti si può qui agilmente provare a criticare questa retorica fondata su degli errori, così da capire che ad andare nel verso sbagliato (perversum) sono solo le opinioni errate.

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Cominciare dalle parole

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di Ina Macina

Dopo le recenti ‘polemiche’, la parola ‘gender’ pare essere stata risemantizzata. Cos’era prima e a cosa rimanda ora?
Se si digita la parola su Google, il primo risultato riguarda non tanto un’esplicazione del gender come vox media, per così dire, ma rimanda immediatamente a delle precisazioni che è stato necessario avanzare proprio a seguito del clima teso che la sola parola ha impropriamente sollevato.

La seconda voce, che si riferisce a Wikipedia, invece, è come una luce nell’oscurità e rimanda con più appropriatezza agli studi di genere, recitando: ‘Gli studi di genere o gender studies, come vengono chiamati nel mondo anglosassone, rappresentano un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. A questo, per me, ha sempre rimandato la parola ‘gender’, una questione dinamica che ha fatto fiorire intorno a sé non tanto teorie (…) ma una corrente di studi interdisciplinari, portatori di saperi integrati, che tentano di problematizzare la discussione circa sessualità ed identità su un piano culturale e sociale.

Prima di scatenare un clima da caccia alle streghe (inesistenti), avendo avuto la curiosità di capire meglio a cosa si riferisse la sola parola ‘gender’ – con strumenti molto democratici e poco accademici come Wikipedia – si sarebbe evitato forse finanche di scomodare il Ministero dell’Istruzione che è giustamente dovuto intervenire per sentenziare che ‘la teoria del gender’ non esiste; esistono però, per esempio, gli studi di genere (tanto per rimanere molto in superficie).

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Per rimanere in tema di parole, ne tiro in ballo adesso una che spesso collima, altre volte collide, con ‘gender’, ovvero ‘femminismo’ (che a sua volte si divide, genera contrapposizioni – anche violente – al suo stesso interno, storicamente si muove a ondate, etc). Seguendo questa traccia verbale, nei giorni scorsi, ho trovato una strana parola: ‘FemiNazi’. Fermi tutti. Cos’è?
Sulla pagina della UNU – Institute on Globalization, Culture and Mobility – si trova un post scritto con molta perizia e serietà, con tanto di fonti citate e consultabili, circa queste due (brutte) parole:

‘I termini FemiNazi e Gal-Quaeda (G sta per gender; le successive ‘@’ sono una mia soluzione di traduzione, ndt) stanno guadagnando visibilità nel gergo corrente per indicare femminist@ che denunciano il sessismo quotidiano, la stereotipizzazione di genere e la discriminazione di genere. Cercano di sfuggire e zittire femminist@, delegittimando le loro rivendicazioni, molestandol@ verbalmente, in pubblico e in privato. Promuovono anche una fuorviante interpretazione del femminismo(i) e del progetto collettivo di parità di genere, che vengono visti come un attacco verso i diritti e la giustizia universali e oltre il genere di ciò che Michael Kimmel chiama ‘Uomini Bianchi Arrabbiati’.

Con un impressionante parallelismo con i discorsi di estrema destra, la diffusione a livello sociale di questa terminologia attraverso i media e le conversazioni quotidiane sono un chiaro esempio di un vocabolario di odio contro le donne, e più precisamente, di una violenza di genere contro donne e ragazze.

Data la precisa definizione del post della UNU a riguardo dei due termini, rimandiamo alle fonti citate per approfondimenti. È da notare come, a livello globale, esistano, per fortuna, dei dispositivi molto sensibili nel captare la diffusione di un linguaggio di violenza annidato nei due canali comunicativi (media e quotidianità), che fomenta una germinazione linguistica estremamente pericolosa e disonesta come l’associare a due fenomeni storici (Nazismo e Al Quaeda) il femminismo e ‘il progetto collettivo di parità di genere’ (splendida definizione dell’attivismo di genere, a cui si riconosce non solo il valore positivo di promotore della parità, ma anche la cifra ‘sociale’ ovvero collettiva).

Infine, interessante l’identificazione dell’ ‘Uomo Bianco Arrabbiato’, il cui identikit si profila in controluce anche osservando attentamente i dati di analisi come quella di Vox, basata sullo scrutinio di termini offensivi via Twitter, da cui emerge che la violenza digitale in Italia si organizza intorno a cinque gruppi ‘privilegiati’: donne, omosessuali, immigrati, diversamente abili ed ebrei.

Basta seguire le parole, ascoltarne il suono, capirle, farle riecheggiare nella memoria. Contestarle, anche. Magari, incuriosirsene e non crearne delle nuove solo per allontanare le parole dalla realtà; partecipare a una discussione che sia foriera di parole nuove, sempre più abili nel delineare l’identità di un fenomeno, o di segnarne l’infinita dinamicità.
In questo senso, è da segnalare l’iniziativa della sezione online dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, (OK, Open Knowledge, appunto), che ha appena inaugurato il corso ‘Linguaggio, identità di genere e lingua italiana’. Aperto e gratuito.

PS: il post UNU, come si legge sulla pagina stessa dell’Istituto, si inserisce all’interno della campagna di 16 giorni contro la violenza di genere, promossa attraverso i social media con l’intento di richiamare attenzione su varie tematiche legate alla violenza di genere. Iniziata il 25 novembre (giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne), si conclude oggi, Giornata Internazionale dei Diritti umani, a connettere simbolicamente le due iniziative.

 

Post-moderno: storia di problemi, sintassi e puntini di sospensione

di Inchiostro

Notizie dall’oltremondo [tip-tip tip tip-tip]:

  • Il fatto che la gente rompa i coglioni è, ahimè, un fatto endemico, un concetto aprioristico, che avviene sempre e comunque (fonte: Focus di giugno)
  • Il caps lock è una malattia sociale ampiamente diffusa, che in internet provoca solo un fastidio visivo, nella realtà aggiunge anche un disturbo uditivo, visto che rappresenta la malsana tendenza che la gente ha di urlare, come se urlare rafforzasse le tesi propugnate (Fonte: Don Mazzi)
  • E’ diffusa anche… soprattutto su facebook… questa cosa dei puntini… di sos… pen… sione………………………… che sembra quasi che le persone vogliano creare una continua suspense, come se stessero sceneggiando Profondo Rosso e non scrivendo dei pensieri. Alcuni scrivono, ad esempio, cose come “E’ molto vero… (puntini di sospensione)” e tu leggi, e leggi anche la sospensione – e, perdìo, anche la punteggiatura fa parte della lettura e viene interpretata, sissignore – e rimani lì e pensi “E poi?! Come continua?! Cosa volevi dire-cristo-illuminato-tradito-e-martoriato?!?!?!?!?” Ma niente, non lo saprai mai, perché non c’è una continuazione. Questa cosa, giuro, è ben fastidiosa (Fonte: Federico Moccia)

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Il femminismo bottegaio e la sorellanza di ‘SteOvaie

Rifletto. Perché dopo questo  o questo mi tocca anche riflettere. Il femminismo può essere tante cose. Può essere quello che ti aiuta a ritrovare una direzione per la tua vita. Può essere un collettore per soggetti sparsi che così si riconoscono in una idea. Può essere la filosofia che applichi su molte cose. Oppure.

Può diventare anche il semplice minimo comune denominatore che unisce chi ha bisogno di micro o macro visibilità. Un mezzo per ritagliarsi microgrammi di potere. Un modo per contendere il terreno a qualcun altro o l’alibi per andare in giro per il web a marcare i territori altrui all’insegna dell’intolleranza. Oppure.

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