Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze

Da Nadia a me e Loredana e alle altre, sulla sorellanza femminista

Con Nadia, così come con alcune altre persone, a tratti mi sono sentita come in una specie di relazione clandestina, nel senso che evito di commentare sulla sua bacheca, di invadere e mostrarmi eccessivamente o del tutto presso alcuni spazi, e questo capita quando temi che la sola tua presenza provocherà un flame o che l’ombra negativa che altr* hanno ricucito su di te si rifletta su quell’altra. Non è un timore infondato dato che ad altre donne che, nel tempo, mi hanno dimostrato stima e affetto, pur nella diversità di opinioni, non sono state risparmiato critiche già solo per il fatto che mi davano confidenza senza sentire l’esigenza di scomunicarmi. Perché al di là di quello che ho già scritto dovete sapere che in rete ormai si persegue una specie di reato associativo d’opinione, per cui se tu parli con tizi@, che parla con cai@ che parla con semproni@, nel caso in cui l’amic@ dell’amic@ di semproni@ ha scritto o detto qualcosa che non piace allora si ricava la “prova” per attaccare personalmente tizi@. Lo so, è un delirio, ma tant’è. Leggetevi Nadia Somma che scrive questo post che mi ricorda una cosa che per me conta molto: si può pensarla diversamente ma non si smette mai di ascoltare e avere rispetto dell’altra persona. Grazie a Nadia e a Loredana Lipperini che mi dedica uno status sulla sua pagina facebook, e buona lettura!

>>>^^^<<<

Stamattina Loredana Lipperini sulla sua pagina condivide un post di Eretika “Il femminismo bottegaio e la sorellanza di ‘SteOvaie’  ricco di spunti, e sento la necessità di scrivere di getto alcune riflessioni soprattuto riguardo ad  uno dei punti che lei ha affrontato:” quando dici che non la pensi come loro, semplicemente, ti vogliono violentemente zittire, virtualmente ammazzare. E parlo di morte sociale”.

Con Eretika ci scambiamo da tempo messaggi su fb. Il nostro incontro è cominciato tempo fa con uno scontro. E’ avvenuto la scorsa estate, un mio commento sulla sua pagina Abbatto i Muri in aperta polemica su quanto lei scriveva sull’intervento di Titti Carrano ( presidente diD.i.Re Donne in Rete) sul decreto legge 119, quello sul cosiddetto Femminicidio. So che quella  non sarà l’unica occasione di disaccordo con Eretika su diversi temi (come con altre blogger che seguo con attenzione compresa Lipperini, Lanfranco e moltissime altre) ma so che quando entro in conflitto con qualcuno, vuole dire che questo qualcuno sta dicendo, a torto o a ragione, qualcosa su di me e sulla mia visione del mondo, e su tutto ciò che ogni giorno mi spello le mani a costruire con fatica, stanchezza, impegno e anche con gioia. Le domande sono sempre più importanti delle risposte. Vede qualcosa che non sto vedendo? Mi sta rivelando qualche cecità che mi impedisce di fare luce sulla comprensione della realtà in cui vivo?

Non vale la pena allora aprire un confronto per vederci meglio o anche solo per restituire un: “mi sono confrontata e non sono ancora d’accordo con te e te lo spiego raccontandoti quello che vedo”. E poi ricominciare.

Qualche mese dopo quello scontro su Abbatto i muri che abbandonai arrabbiata, abbiamo cominciato a scambiarci messaggi. L’approccio lo fece lei che è capace di abbattere i muri più di me. Per farlo ho sempre  necessità di tempo.

L’occasione  fu per attacchi personali che le venivano fatti da  donne che dissentivano dalla sue opinioni. Molte erano iscritte a gruppi  contro la  violenza alle donne che attaccavano i suoi post ma  lo scontro tra idee che doveva viaggiare sul linguaggio del conflitto naufragava nel linguaggio della violenza verbale.

Tutti questi anni di relazione con donne che vivono situazioni di violenza mi mettono davanti allo stesso problema: la violenza fisica, psicologica, verbale, sociale scatta sempre quando non si è capaci di attraversare i conflitti senza scivolare nell’attacco personale, nello svilimento dell’altro/a, nella sua umiliazione, isolamento o nell’”ucciderlo” fisicamente o virtualmente o nel procurargli del male.

Quanta fragilità c’è nel far dipendere la forza delle proprie idee e della propria identità dall’approvazione e dal giudizio dell’altro? Se l’altro attacca le mie idee ed io sento che sono vanificate e sconfitte e il mio mondo annientato e minacciato allora devo rispondere con un azione reale o virtuale di annientamento per proteggerle e tutelare me stessa o me stesso. In queste dinamiche c’è la percezione che il potere sta fuori di me, non lo posseggo, solo l’altro lo ha. Ed è così che attuiamo “legittime difese” che sono attacchi feroci contro l’altro. Ma questo non porta a nulla perché anche se avrò ferito, sconfitto, umiliato l’altro resterò sempre una persona che attribuisce la forza al di fuori di me. Tra vittime di violenza e chi la attua c’è anche questa dinamica ma è evidente che sono anche dinamiche che riguardano ogni donna e ogni uomo in relazione col mondo.

Ma allora come possiamo dirci attenti al problema della violenza se poi siamo dentro le stesse identiche dinamiche?

Scrive Eretika che la sorellanza non esiste, e che è delusa, ed io le scrivevo nei giorni scorsi proprio che la sorellanza non esiste tra donne per il solo fatto che si sia donne, deve essere costruita. Non so se sia per una questione di carattere culturale, sociologico o storico: la conservazione di privilegi è un magnifico collante e raramente lo è la condivisione di disagi o discriminazioni a meno che non ci sia un forte lavoro di consapevolezza e coscienza. Eppure raramente ho incontrato la sorellanza tra donne sia fuori che dentro gli ambienti femministi. Con alcune siamo state compagne di viaggio, con altre lo siamo ancora, con altre non voglio proprio avere più niente a che fare ed ho interrotto qualunque relazione da anni. Sono sempre stata in bilico tra convincere me stessa dell’importanza della sorellanza e il sospetto che anche la sorellanza fosse una trappola della cultura patriarcale o meglio di quel sessismo benevolo per cui noi siamo diverse, migliori degli uomini perché diamo la vita e bla bla bla e quindi tra noi dobbiamo essere rispettose, attente e solidali, curare l’affetività, curarci tra noi  perché condividiamo la stessa condizione eccetera.

Non voglio coltivare l’illusione che le donne siano migliori, non voglio farmi piacere a tutti i costi donne solo perché donne, voglio sentirmi libera si stare in conflitto con le donne e con gli uomini, e persino di costruire muri invece di abbatterli, anche solo per prendere fiato per un pò e schiarirmi le idee,  ma se mi dico contro la violenza, non posso far diventare il  conflitto una guerra di annientamento dell’altra o dell’altro.

Penso si debba fare un lavoro di equilibrio proprio come quegli acrobati del circo che stanno in piedi oscillando su tavole appoggiate su  barattoli. E’ esercizio, è autocoscienza, è manutenzione, è saper trasformare la rabbia in qualcosa che non sia distruttivo, è oscillazione su diversi equilibri, è gioco di prestigio.

Ed è ancora, un continuo lavoro di coscienza di sé stessi.

Forse per realizzare la sorellanza dobbiamo fare un gioco di prestigio: dubitarne ma insistere a praticarla.

 

Nadia Somma

 

Leggi anche:

Dove sta l’autonomia del discorso femminista? – di Elettra Deiana

Un pensiero riguardo “Da Nadia a me e Loredana e alle altre, sulla sorellanza femminista”

  1. Leggendo lo scambio, non ho potuto fare a meno di pensare a un passo di un libercolo stupendo, quanto a nitore argomentativo (il merito anche al metodo)… “Al diritto del più forte ha sommato il diritto del più debole, nell’abitazione a una totalità senza crepe, scissioni, conflitti al proprio interno – un’identità nel senso più etimologico, più tetragono della parola, e non un soggetto storico che nel conflitto, in primo luogo con se stesso, trova la sua ragione di crescita, perché il conflitto è un processo che ci costituisce, ci struttura, ci spinge di continuare a ridefinire le nostre posizioni.” Questo, e un bel passaggio di Judith Butler alla seconda italiana del suo “Gender Trouble”, sulle modalità concrete di articolazione del contenitore politico “donne”, troppo spesso artatamente e programmaticamente assunto come esclusivo da parte di certi femminismi .. da cui tutte le storture a seguire… keep following your own path! 😊

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.