Come ben si spiega nell’inchiesta documentaristica che parla dei social network di cui ho parlato in un altro post, alle indagini che mettono i colossi tecnologici di fronte a responsabilità precise, aumento di distu.rbi tra gli adolescenti, i social rispondono integrando le linee guida.
Il documentario The social Dilemma, presente su internet, così come il libro “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” di Jaron Lanier, ci spiegano quel che succede a monte delle strategie di marketing e di profitto di social importanti, come Facebook o Instagram e altri meno frequentati.
Ho pensato e ripensato e credo proprio che ci sia chi vuole che le storie delle donne siano “sane e felici”, sul social network più frequentato al mondo, facebook, che ogni giorno mi invia un avviso intimidatorio per dirmi che sono a rischio chiusura pagina e profilo utente e poi mi invita a cancellare post come QUESTO, in cui non mi pare ci siano violazioni al loro codice morale, tuttavia la faccenda diventa palesemente una forma di persecuzione algoritmica. Mi si dice che si desidera mantenere un contesto sano e felice, dunque nessuna delle vostre storie può essere accettabile se non parla di voi felici e senza esposizione di corpi e storie che vi rendono vive.
Reahtaeh Parsons, quindicenne, viene stuprata da quattro fanciulli, uno di loro scatta una foto e la diffonde, la polizia non fa praticamente nulla. I genitori della ragazza raccontano in dettaglio quel che è successo, chiariscono quali potevano essere le mosse da fare per impedire che la ragazza restasse isolata, diffamata, vittima di cyberbullismo e di bullismo nella stessa scuola dove fu costretta a trasferirsi quando ormai per tutti era lei la persona cattiva. Immaginate gli epiteti sessisti, il vanto degli stupratori, il supporto dato agli stupratori da sorelle e amiche degli stessi, perché in quanto a sessismo e a tutela del carnefice le donne non sono meno responsabili.
Quando decisi di aprire un account in un social network non prevedevo che avrei così legittimato la nascita e la divulgazione di una morale fluida che avrebbe influito nella vita reale nelle discussioni pubbliche. Sapevo delle profilazioni, del fatto che ogni mio bisogno sarebbe stato intercettato e venduto ad aziende che poi mi avrebbero tartassato di marketing pubblicitario. Non pensavo che le conseguenze fossero così devastanti. Ad un certo punto mi sentii la protagonista di Ubik (di Philip K. Dick) costretta a litigare con il mio frigorifero che imponeva una tassa se non avevo comprato questo o quel prodotto. Pensavo a Minority Report, con il protagonista intercettato ad ogni angolo di strada, massacrato da annunci pubblicitari, inviti accattivanti a comprare qualunque cosa.
Quando decisi di aprire un account in un social network non prevedevo che avrei così legittimato la nascita e la divulgazione di una morale fluida che avrebbe influito nella vita reale nelle discussioni pubbliche. Sapevo delle profilazioni, del fatto che ogni mio bisogno sarebbe stato intercettato e venduto ad aziende che poi mi avrebbero tartassato di marketing pubblicitario. Non pensavo che le conseguenze fossero così devastanti. Ad un certo punto mi sentii la protagonista di Ubik (di Philip K. Dick) costretta a litigare con il mio frigorifero che imponeva una tassa se non avevo comprato questo o quel prodotto. Pensavo a Minority Report, con il protagonista intercettato ad ogni angolo di strada, massacrato da annunci pubblicitari, inviti accattivanti a comprare qualunque cosa.
Saprete che giorni fa il bombardamento di segnalazioni da parte di utenti e gestore di una pagina maschilista ha provocato la cancellazione di post a caso, in cui l’autodeterminazione viene scambiata per pornografia, quindi il blocco di molti profili facebook che gestiscono la pagina e infine il blocco della pagina. Abbiamo scritto e spiegato e dopo il post su Il Fatto Quotidiano, che forse ha posto le domande giuste, sono arrivate le scuse di facebook nella forma che vedete sotto.
Ciao Eretica,
Vorrei che questa storia fosse letta perché molte ragazze/i si sono suicidati/e in queste situazioni per quel che ho potuto ascoltare nei tg e ci tengo a sottolineare il fatto che nessuno se l’è cercata.
La bellissima foto di Flora negri, che ritrae donne in lotta contro la cultura dello stupro, censurata perché facebook ha cancellato, intendendola pornografia, quella originale. QUI la versione non censurata.
Di Jillian C. York Jillian C. York è una scrittrice e attivista il cui lavoro interseca tecnologia e politica.
Nel caso del 1964 Jacobellis contro Ohio – che discuteva se lo stato dell’Ohio potesse vietare la proiezione di un film che aveva ritenuto osceno – il giudice della Corte Suprema Potter Stewart definì emblematicamente la pornografia hardcore, un genere non costituzionalmente protetto, dicendo: “La riconosco quando la vedo. ” Il film in questione, ha aggiunto, non lo era. . Meno di dieci anni dopo, nel caso Miller contro California, la Corte Suprema ha messo a punto un sistema giuridico a tripla verifica per decidere se una cosa fosse oscena – chiamato il test di Miller – basato su ciò che una persona normale trova offensivo. Continua a leggere “Chi definisce la pornografia? In questi giorni, è Facebook”
Da facebook tutto tace. Finito il fine settimana chissà se il mio account sarà ripristinato o mi comunicheranno che mi buttano fuori definitivamente. Per chi si chiede se io vi abbia bannat*, davvero no. Il mio profilo al momento non esiste più.
Per chi si chiede dove potete raggiungermi, seguire gli aggiornamenti, i post e quel che faccio, potete trovarmi:
C’ho una pagina che corrisponde a questo blog. Ho anche un profilo che serve a gestire la pagina e tenere contatti con una rete di persone che hanno più o meno gli stessi interessi o che comunque mi vogliono bene. Un bel giorno facebook ripassa il mio account perché forse, dico forse, ha ricevuto un tot di segnalazioni da parte di gente che mi vuole segare la presenza sul social network. Oppure gli è preso il ghiribizzo di fare le pulizie di primavera e buttare via la gente che non insulta i rom, le donne, i gay, le trans, gli ebrei, i manifestanti picchiati a Genova e neppure quelli che sono morti per mano di persone un po’ violente.
Centinaia di Like su facebook all’annuncio di ammazzare la ex moglie. “Sei morta troia”, e il consenso vola alto, sono tutti d’accordo, come se in un modo o nell’altro si trattasse di una pacca sulla spalla allo sfogo di un uomo che usa la pagina facebook per dirne di brutte alla ex moglie. Non so se a qualcun@ sia venuto in mente di dire “ma che cazzo dici… smettila”, di parlargli, dissuaderlo, dirgli che era una frase oscena. Non so se a qualcun@ sia venuto in mente che parlare della morte di una persona non è per nulla ragionevole e non si capisce se a farlo è un ex marito, figuriamoci se sono comprensibili i like di chi gli sta attorno senza la necessaria distanza e lucidità.
Rifletto. Perché dopo questo o questo mi tocca anche riflettere. Il femminismo può essere tante cose. Può essere quello che ti aiuta a ritrovare una direzione per la tua vita. Può essere un collettore per soggetti sparsi che così si riconoscono in una idea. Può essere la filosofia che applichi su molte cose. Oppure.
Può diventare anche il semplice minimo comune denominatore che unisce chi ha bisogno di micro o macro visibilità. Un mezzo per ritagliarsi microgrammi di potere. Un modo per contendere il terreno a qualcun altro o l’alibi per andare in giro per il web a marcare i territori altrui all’insegna dell’intolleranza. Oppure.
Questo è il primo di una serie di post che Irene Chias, autrice del libro Esercizi di Sevizia e Seduzione che ho recensito QUI, scriverà su questo blog all’interno di una cornice, categoria, rubrica, che lei chiama Malrapideco. Il primo post lo pubblico io invitandovi a darle il benvenuto. Gli altri li pubblicherà lei stessa con l’account riconoscibile Ichias. Molto felice di accoglierla mando un abbraccio a lei e auguro a voi una buona lettura!
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Di Irene Chias
Qualche tempo fa mi era venuta l’idea di aprire un blog. L’avrei chiamato “MALRAPIDECO, riflessioni fuori tempo massimo”
Chiunque sa che io e l’Onorevole Mussolini non abbiamo politicamente niente in comune. Ma proprio niente. Nel tempo hanno provato in tante a fare passare la logica dell’unità del branco femminile per cui l’essere femmina avrebbe dovuto accomunarci ma non posso essere affine a chi ha le sue posizioni sulle persone lgbt, sul maternage, la famiglia tradizionale, l’intento repressivo di leggi “dure”, eccetera eccetera. Io e lei apparteniamo a due storie e due progettualità politiche completamente differenti. Sulla base di questo dato avrei dovuto trarre soddisfazione avendo letto dell’avviso di garanzia a suo marito. Il punto è che se è vero, e spero che non lo sia giacché un’accusa è ancora un’accusa e non una condanna, mi dispiace molto per lei, per i suoi figli, per il tutto il fango e il dolore che le sta piovendo addosso. E mi dispiace anche perché se la politica deve ridursi a gioire della sofferenza dell’avversario politico è per davvero la barbarie. Per altri, invece, evidentemente non è così.
Fila dal dottore. C’ho le vampate. Mi devono dire se è pre-menopausa, se è menopausa conclamata, se mi va a fuoco la testa perché ho pensieri troppo hot o rivoluzionari. Non so che altro. In ogni caso ho da chiedere una montagna di informazioni. Mi porto dietro un cruciverba. Finisce che coinvolgo due o tre persone vicine, tra cui una signora rumena che mi dice un paio di notizie di cui non avevo proprio idea. Arriva la signorotta del quartiere, con tanto di passeggino allegato che pare un’arma di distruzione di massa. Il figlio che sta dentro è l’optional. Il bimbo è già in età da camminamento, ricordo che il passeggino nella mia infanzia era una specie di sdraio da mare in miniatura e con le ruote e due manubri. Oggi puoi metterci dentro i bagagli per partire per una settimana.