Molte donne stanno partecipando – a volte insultandosi reciprocamente – all’iniziativa lanciata da un Tumblr e su Twitter con l’hashtag #womenagainstfeminism. Partecipano donne che ribaltano la scritta “io ho bisogno del femminismo perché” sostituendolo con un “io non ho bisogno del femminismo perché eccetera“. In rete scorre la polemica. In entrambi i casi si attraversano argomenti stereotipati. Vale per quelle che dicono di non avere bisogno del femminismo e quelle che dicono di averne bisogno. Le prime, in molti casi, sembrano forti e determinate anche se ogni tanto ricalcano tristi luoghi comuni e le seconde appaiono come vittimiste e ancora lì a macinare cliché.
Quel che è sicuro è che le prime non hanno bisogno del femminismo delle seconde. Mostrano stanchezza, per i toni che le femministe usano, per il fatto di non volere che nessuna donna parli al posto loro, perché gli sta stretta la classificazione di “vittima” e perché non si riconoscono neanche più nella limitante definizione di “donna”. Sembrano esserci temi che io percorro spesso su questo blog spiegando quanto sia necessario un linguaggio diverso, e quanto sia opportuno rivedere quel che è stato provando a impedire che venga gettato via il bambino con l’acqua sporca.
Perché di questi umori io leggo da anni, all’estero, e di imposizioni morali, di colpevolizzazioni (se non aderisci a quel credo), dei toni, in special modo di quelli in rete, di certe femministe, tante donne non ne possono più. Con questo bisogna fare i conti e non basta, come fanno superficialmente certune, dire che costoro sono antifemministe perché cattivissime, serbando intatta l’illusione che il femminismo non dovrà mai rivedere il proprio linguaggio e la propria agenda politica, perché è una cosa sciocca, superficiale, e perché se solo tenete, almeno per poco, al fatto che il femminismo non si barrichi dentro i palazzi con alle porte tantissime donne pronte a spodestarle per autorappresentarsi, bisogna ripensarci, ascoltare quello che hanno da dire e rimettersi in discussione.
Su Twitter Angela Azzaro chiede: abbiamo sbagliato qualcosa? Direi di si. Noi, loro, chissà. Forse sarebbe il momento di chiedersi perché i linguaggi e le modalità sono così respingenti soprattutto per le donne. Non si può concludere banalmente dicendo che tutto ciò sia frutto di un backlash gender spropositato anche perché lo stesso backlash gender, in realtà, per come la vedo io, ha permeato e torna attraverso un femminismo filo/istituzionale, diventato strumento di potere e di legittimazione di poteri, e poco o nulla sembrerebbe avere più a che fare con la rivendicazione originaria che pure ancora ci interessa.
Sarà per questo che le donne si sono sempre più distaccate dal femminismo o sarà perché tra tutti i femminismi, per fortuna tanti, quello egemone è diventato una spinta piagnona, forcaiola, moralista e normativa che opprime anche le donne? Sarà anche che negli USA, dove l’hashtag ha preso vita, ci sono le femministe radicali (quelle alla Dworkin e MacKinnon) che sembrano sacerdotesse custodi di una chiesa integralista e che mal sopportano ogni prova di autonomia delle donne?
Vi segnalo un paio di articoli che stanno parlando di questo: qui, qui, qui. Se trovo altro lo condivido con voi.
>>>^^^<<<
Update: sintetizzo un pezzo di discussione che c’è stata su questo sulla bacheca fb di Angela Azzaro. Lei apre le danze dicendo che “però se qualcuna scrive: non ne ho bisogno perché non sono una vittima, vuol dire che qualcosa abbiamo sbagliato pure noi. e che in questi anni c’è stata una torsione: invece che puntare sulla libertà, abbiamo puntato sul pianto, la galera, gli anatemi contro quelle donne che non sono come vogliamo noi“.
A rispondere è chi, secondo me, proprio non coglie che l’approccio dovrebbe essere giusto un altro. Ci sono donne che in giro per il mondo stanno cazziando le femministe perché non ne possono più e questo è il modo elegante, arguto e soprattutto lungimirante in cui talune mostrano che non l’hanno presa molto bene.
Qualcuna parla di “tendenza ancillare” e “sottomissione” e io penso che parlare in questi termini riferendosi alle donne che hanno altre opinioni sia un po’ sessista. Perché non gli viene neppure riconosciuta la legittimità di una visione autodeterminata. Quando una donna scrive “io non sono femminista perché non sono una vittima” invece che bestemmiarle contro bisognerebbe capire chi e perché le ha imposto di sentirsi tale se invece ritiene di non esserlo. Da chi e perché si è sentita sovradeterminata. Per quanto alcune scrivano concetti che io non scriverei mai forse succede perché non trovano alternative alla propria insofferenza. Se una filosofia diventa un dogma finisce per apparire trasgressivo quello che le si oppone. Se leggete bene, infatti, queste ragazze dicono anche, più e più volte, che non si sentono vittime, che i loro rapporti sono paritari, che non vogliono più neppure essere identificate in quanto “donne” e che non vogliono subire il “bullismo” (scrivono così) di quelle che impongono una propria visione morale. Scrivono anche di non accettare più che una donna parli in loro nome. Queste sono rivendicazioni di cui bisogna tenere conto.
In tante frasi c’è assenza di consapevolezza ma bisogna saper guardare e tentare di capire perché tanta insofferenza. La spiegazione secondo cui sarebbero tutte figlioccie del patriarcato è superficiale e perdente. Se il femminismo non rimette in discussione i propri linguaggi semplicemente sparisce. E non vale, così come ha fatto qualcuna, ricordare alle ragazze i debiti storici che avrebbero con il femminismo. Non è così che le addomestichi e le fai stare buone. Una donna di vent’anni di oggi, anche in Italia, che attraversa scuola, vita, disoccupazione, incontrando altri precari tanto quanto lei, con chi ha un debito storico? Con quelle che votano leggi che la rendono precaria anche se si dicono femministe?
Qualcuna scrive poi che forse sono giovani e non sono consapevoli di nulla e io penso che non è neppure detto questo. Quando sei piccola prendi in prestito le parole per dire la tua insofferenza ma la comprensione delle cose c’è tutta. Io ero femminista convinta a 15 anni e a 17 leggevo tomi de L’Unità che mi hanno tolto anche la vista. Contenta di aver letto tutta quella roba sul femminismo ma quando mi sono appropriata del mio linguaggio ho restituito quello che sentivo in tutt’altro modo. Semmai penso che loro prendano solo in prestito parole ma quello che sentono sia reale. Sono stufe. Quindi o tu cambi linguaggio e presti loro parole che gli somiglino o non ti puoi lamentare se parlano il linguaggio di un maschilista. Siccome sappiamo che di comunicazione tante femministe sanno quasi niente ci rassegneremo a vedere queste ragazze formulare frasi che esprimono un loro disagio anche se gliele ha messe in bocca qualcun altro. Non abbiamo che da decidere quello che dobbiamo fare. La responsabilità è nostra.
Angela poi ha ricordato che la Badinter, giusto nel corso dell’ultima discussione sulla legge francese contro la prostituzione, che ora ha avuto una battuta d’arresto, diceva basta con una cultura che criminalizza gli uomini e vittimizza le donne. Per aver detto questo è stata liquidata, anzi, diffamata come parente stretta dei papponi e dei misogini violenti. E dopo aver devoluto questi teneri commenti contro una donna che esprime opinioni diverse poi certune si lamentano quando una dice “non ho bisogno di questo femminismo”?
La discussione poi degenera tra chi scrive che le donne che non hanno sufficienti lividi, tipo giochi a punti (ha più diritto di parola chi ce l’ha più blu), non dovrebbero avere diritto di parlare di femminismo (sarebbero “intromissioni”) e che il femminismo sarebbe stato una figata ché altrimenti oggi non ci sarebbe permesso di scrivere su facebook. Ricordo vagamente che facebook è frutto del capitalismo e non è opera del femminismo ma se c’è chi pensa questo chi sono io per toglierle questa illusione. Qualcuna infine cita “la grande madre” ed è a quel punto che ho issato la bandiera bianca. Per ora questo è quanto. 🙂
—>>>QUI altre reazioni delle femministe mainstream








Si, ma non si può parlare di queste donne come di esempi di autodeterminazione.Se ci fai caso ci sono donne che scrivono “Non ho bisogno del femminismo, perchè se mi comporto come una sgualdrina e mi trattano come tale, è solo mia responsabilità”…altre che usano parole come “Brutta”, altre ancora che usano fortemente lo slut shaming…insomma…che razza di esempio sarebbero queste?Molte donne, ignoranti, confondono ancora il femminismo come il contrario del maschilismo.E credo che il motivo sia solo ed esclusivamente pigrizia mentale, che c’era 30 anni fa, così come c’è ancora, fortemente, oggi.Che un certo stile di femminismo, quello che gioca a far passare il concetto di donna vittima e da difendere sempre e comunque sia obsoleto, è fuori discussione, ma onestamente non credo abbia nulla a che fare con questo.
no infatti. ma io questo lo prendo come un sintomo. alcune frasi hanno un senso preciso ma altre sono davvero espressioni maschiliste. riferendomi alle frasi che hanno un senso, che non sono quelle di cui parli tu, dicevo che mi sembra che siano espressione di una insofferenza che viene raccontata con parole anche maschiliste. se noi femministe non rivediamo il nostro linguaggio e c’è chi insiste ad essere normativa e sovradeterminante verso le altre, ricucendo su tutte valutazioni che corrispondono solo alla propria visione delle cose, il femminismo semplicemente sparisce. siamo noi che dobbiamo osservare questi sintomi e capire che dobbiamo assumerci una responsabilità maggiore.
L’ha ribloggato su Aliundee ha commentato:
“Qualcuna parla di “tendenza ancillare” e “sottomissione” e io penso che parlare in questi termini riferendosi alle donne che hanno altre opinioni sia un po’ sessista. Perché non gli viene neppure riconosciuta la legittimità di una visione autodeterminata. Quando una donna scrive “io non sono femminista perché non sono una vittima” invece che bestemmiarle contro bisognerebbe capire chi e perché le ha imposto di sentirsi tale se invece ritiene di non esserlo. “
Adoro il modo in cui scrivi, sono nuova e ti leggo da poco!
Mi verrebbe da dire a queste fanciulle : beata ignoranza! Ma passiamo oltre…
Parlano di non essere vittime (ma chi l’ha detto?), una scrive che ama fare i panini ed è pure brava e che ci sono cose che le donne non possono fare e gli uomini si e viceversa, l’altra addirittura arriva a chiedersi cosa mai possa esserci di più bello se non dare una casa pulita e accogliente alla propria famiglia e che il ruolo delle donne è di dedicarsi, per natura, al padre del pargolo che ci manterrà finanziariamente.
In un paese dove le donne vengono rappresentate come bionde galline alla ricerca del buon partito (se avete la sfortuna di girare i canali e capitare su Real Time lo noterete), dove la donna diventa proprietà del marito e perde il suo cognome (ma questo non lo dicono), dove molte donne si sposano dopo il liceo e stanno a casa a fare la mamma che ingozza i figli con schifezze spacciate per cucina sana, facendo diventare obesa la famiglia per poi andare in tv a piangere per questo, dove negli anni ’60, se ben ricordo, appariva un immagine con una donna stesa in stile “pelle d’orso” calpestata da un uomo sorridente mi chiedo : ma che cosa ci si può aspettare?
Persino un mio amico, che è americano, e si sa quanto loro siano patriottici, riconosce la mancanza di una solida base culturale, insomma, la gente parla per sentito dire. Lui, trasferitosi in Italia e avendo studiato proficuamente, riconosce che la scuola da loro non formi abbastanza. Quindi spero che queste ragazze scrivano questi cartelloni perché non si sono mai applicate nello studio di cosa sia stato il femminismo.