Antiautoritarismo, Antisessismo, Comunicazione, Ricerche&Analisi, Violenza

Quel che non è femminicidio

Entro la fine dell’anno con Bollettino di Guerra faremo una sintesi, con relativo elenco commentato, dei delitti che nel 2012 sono stati attribuiti alla categoria “Femminicidio”. E’ stato un anno pessimo, in realtà, certo anche per i delitti che è sempre bene non vi siano mai e che non hanno alcuna giustificazione, ma anche perché mai come quest’anno il tema è diventato oggetto di facili speculazioni politiche e carrieristiche che di conseguenza hanno svuotato di contenuto un termine che segnalava un fenomeno per farlo diventare un costrutto giuridico teso a realizzare una discriminazione. La stessa discriminazione che vedete perfettamente realizzata in basso.

Analizzerò – di nuovo – le proposte di legge presentate sul “Femminicidio”. Terribili, rappresentative di una vera e propria deriva autoritaria, come quello di Bongiorno/Carfagna che stabilisce che ammazzare una donna sia più grave che ammazzare una qualunque altra persona, allungando i termini della carcerazione addirittura fino all’ergastolo, proposta bocciata e rispedita al mittente dalle stesse associazioni che si occupano di violenza sulle donne e che sanno perfettamente che la questione la risolvi con la prevenzione e non con la repressione. E prevenire significa analizzare il problema in ogni sua parte e significa anche smettere di creare allarmismo sociale per ricavarne una shock economy al fine di ottenere finanziamenti mirati a progetti che non sono quasi mai partecipati dal basso, i cui bilanci non sono trasparenti e che rappresentano una modalità assistenziale di riparare ad un problema che trova le sue concause nella gestione politica, culturale, sociale e soprattutto economica di uno Stato, del welfare, con divisione e attribuzione di ruoli tra uomini e donne che viene decisa dall’alto e non dal basso.

Prevenire significa smettere anche di istigare al linciaggio, di fare diventare il tema di interesse delle persone più fanatiche che si trovino in giro che dalle ronde, reali e virtuali, al “salviamo le nostre donne”, al difendiamo la dignità delle donne e copriamo loro le cosce, allo strappiamo le palle a tutti gli uomini in via preventiva, riempiono oramai articoli, scritti, blog, social network, pagine facebook e ti imporrrebbero medicalizzazione e istituzionalizzazione del problema anche se tu non lo vuoi, al di là delle stesse scelte delle donne che si dice di voler difendere.

Prevenire significa considerare il fenomeno in ogni sua componente e prevenire in senso antiautoritario significa fare la scelta certamente più complicata, che non ti permette di mettere in circolo cifre a casaccio così come fanno in tanti/e, ché non ci si può accapigliare sul fatto che esista o non esista il termine femminicidio, sconvolgendoci se c’è chi lo nega, come fosse un nuovo dogma, e mistificandone il contenuto per dargli maggiore consistenza e gravità.

Non si può censurare e non si può neppure evitare di ragionarne in senso laico alla presenza di persone che mietono stigmi negativi, criminalizzazioni e galere virtuali per chiunque ponga un dubbio, ché di mestiere fanno i recintieri, recintiferi, piantano paletti, finanche nel cuore o nel culo a volte per stabilire i termini del discorso e definirne i confini dimodoché chiunque osi anche solo ragionarne un po’ più laicamente viene immediatamente etichettat@ come complice di criminali.

Come si può chiamare chi ammazza il pensiero laico? Laicicida? Di fatto la discussione in Italia sta così: c’è un gruppo che ha un atteggiamento medioevale, con i propri tribunali dell’inquisizione, e che stabilisce la giustezza dei termini e degli argomenti da usare quando si parla di violenza sulle donne. Un gruppo apparentato con la peggiore estrema destra anche quando è di sinistra, giustizialista e forcaiola, ché non pensa, non ragiona, non analizza, non ammette dubbi e che non puoi neppure sussurrargli che le donne sono violente tanto quanto e che non c’è una divisione tra i generi stereotipata ché gli uomini non sono tutte merde e le donne non sono tutte sante, ché i delitti invece che dividerli per genere bisognerebbe dividerli per generI e ragioni culturali trasversali a tutti/e, perché i generi sono più di due e fare una distinzione tra maschi e femmine oramai è veramente anacronistico.

Poi c’è chi se ne occupa ma assume un atteggiamento laico e vuole risolvere il problema prima che creare confini logici, discorsivi e teorici, perché tra la teoria e la pratica c’è sempre un mare di problemi da vedere quando si parla delle relazioni e le citazioni non aiutano una donna che è in difficoltà. L’aiuta la comprensione del suo sentire, per quel che è, e l’aiuta capire di che male è fatto il male che ha caratterizzato la scelta del suo assassino. Non l’aiuta la santificazione ma l’aiuta la fine della speculazione da cui traggono vantaggio per soldi, carriere e micropopolarità persone che della violenza sulle donne non sanno nulla o quel che sanno è una opinione diventata tesi priva di analisi calata nel concreto e priva di ascolto per le diversità.

Conosco persone oneste, seriamente motivate e che fanno un gran lavoro quando si parla di violenza sulle donne ma queste persone spesso non fanno caciara su facebook e non si sconvolgerebbero per niente quando sottolineo il fatto che in questi giorni sono avvenuti due delitti. Un fratello ha ammazzato una sorella e Repubblica lo inserisce tra i femminicidi e una sorella ha ammazzato suo fratello e Repubblica lo inserisce in pagina locale tra i delitti per futili motivi. Entrambi i delitti, probabilmente, sono motivati da questioni di vile denaro o screzi familiari. Femminicidio non può voler dire uccisione della femmina perché se così fosse sarebbe ridicolo. Dunque vorrei capire perché Repubblica fa questa scelta e perché nessun@ se ne lamenta.

Qualcun@ può spiegarmene la ragione? Perché so bene che il termine Femminicidio ha una sua origine e motivazione ma se qualcun@ si permette di fare speculazioni irresponsabili e a qualcun altr@ viene il dubbio che sia calato sulle realtà a mo’ di colonizzazione epistemologica ad espressione dei fenomeni è anche per errori madornali come questi e chi non li sottolinea, mi spiace dirlo, ma non è credibile e sembra proprio che gonfi cifre non si capisce per quale ragione. Allora mentre il mondo intero si affatica a dire ciò che è Femminicidio facciamo che da ora in poi a me piacerà dire quel che Femminicidio non è. Perché, senza alcun dubbio, giacché c’è chi su questa cosa sta pensando anche di farsi campagna elettorale, sulla pelle delle donne uccise, e su questa cosa si rifà la faccia e ripulisce reputazioni, come certe ministre che tolgono lavoro anche alle donne e poi firmano vuote convenzioni che parlano di donne, giacché esiste chi al termine Femminicidio vorrebbe attribuire un’aggravante, che è più carcere, più pena, più stigmatizzazione in negativo, molto di più che per chi uccide qualunque altro essere umano, allora io sento la responsabilità di dover togliere casi di cronaca dalle grinfie di chi li brandisce come esempi per ricavarne la necessità di task force, vittimizzazione spropositata a carico delle donne e criminalizzazione a carico degli uomini.

Perché essere femministe non vuol dire essere dalla parte delle donne anche quando fanno o dicono stronzate. Essere femministe e libertarie e antiautoritarie vuol dire anche non permettere che sulla pelle delle donne si realizzino e si diffondano simili mistificazioni che sono l’anticamera di altre discriminazioni, di autoritarismi ed ingiustizie.

Clicca sulle immagini, leggi, dunque, e trova la differenza.

femminicidio?

delitto

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11 pensieri riguardo “Quel che non è femminicidio”

  1. Non appoggio il femminismo, che mi pare superato e anacronistico oltre che in parte violento, ma finalmente ho letto un articolo intelligente sul problema della violenza. Io, in quanto uomo, sono davvero stanco di essere considerato un appartenente a un genere di per sé violento. La violenza non ha genere e trasmissioni come “Amore criminale” su Raitre non aiuta affatto a capire il problema. Si pone sempre l’uomo come il carnefice, ma non si indaga mai sulle cause a monte. Non si ricorda, per esempio, che spesso questi uomini sono stati cresciuti da donne violente. Spesso hanno rapporti molto stretti con la madre, ma questo si preferisce non appurarlo, come se si facesse un torto alle donne dicendo ciò. Il giornale “Repubblica”, che leggo sempre meno, sta portando avanti una campagna scandalosa e falsa, come giustamente ha sottolineato anche lei nell’articolo. Dovrebbero essere fermati dall’ordine dei giornalisti oltre ad essere denunciati, per istigazione alla discriminazione di genere e al procurato falso allarme sociale. In poche parole, è terrorismo psicologico. Il problema non si limita criminalizzando un genere, ma lavorando tutti assieme per capire le cause e cercando di prevenire le violenze prima che esse accadano. Lo stesso vale per i bambini, spesso vittime di violenze da parte delle donne. Ma di questo non si discute. Buona serata

  2. Che il femminicidio sia diventato pretesto per i/le peggiori carrieristi/e e per sdoganare una certa politica “liberal” che chiama alla partecipazione delle donne in stile agenda monti (o in stile patriarca di venezia che è lo stesso) è vero in maniera molto analoga a quanto succede per il dibattito sull’omofobia che ha tanti punti in comune con il dibattito mainstream sul femminicidio.

    A questo proposito trovo abbastanza fallace pensare che moltiplicando i generi si possa uscire dal neo-essenzialismo giuridico: il genere tende per sua natura alla normalizzazione e anche nel mondo lgbtq (sì anche queer) c’è molta tendenza alla normatività e alla “santificazione” giuridica (o comunque pubblica) delle identità che rimangono tali (identità) anche se si moltiplicano. In questo senso, ti assicuro che parlare di “generi” anziché di maschile/femminile non spinge in avanti neppure di un centimetro il dibattito e finisce solo per essere una formula magica usata per ammantarci di modernità (che brutta roba la modernità) ma che non porta a grandi complessificazioni del dibattito.

    Questo per dirti che siamo in un periodo in cui il potere – o quello che tu chiami autoritarismo – è molto mimetico e poroso, o forse lo è sempre stato. Il potere è in una sua fase anarchica estremamente repressiva e si serve di tutto ciò che è anarchicamente repressivo. Credo che interrogarsi su quanta repressione anarchica produciamo sia fondamentale per fare politica oggi. Non mi riferisco ai compagni e alle compagne anarchiche ovviamente, né tanto meno, credo, a quel femminismo che tu chiami autoritario (ammetto però di non capire bene a cosa o chi tu ti riferisca).

    Provo ad indicare più precisamente dove individuo materiale di nutrimento per la perversione anarchica del potere. In questo passaggio per esempio:

    “…non puoi neppure sussurrargli che le donne sono violente tanto quanto e che non c’è una divisione tra i generi stereotipata ché gli uomini non sono tutte merde e le donne non sono tutte sante, ché i delitti invece che dividerli per genere bisognerebbe dividerli per generI e ragioni culturali trasversali a tutti/e, perché i generi sono più di due e fare una distinzione tra maschi e femmine oramai è veramente anacronistico…”

    Quanti concetti postmoderni in un solo paragrafo! Ovvio che oggi neppure le femministe più stantie parlino di violenza in questi termini così biologisti: le donne sono tutte sante, amorevoli e accudenti, gli uomini c’hanno l’ormone cattivo e sono violenti.
    Quindi l’alternativa che esprimi in questo paragrafo qual è? Tornare all’universalismo umanista e dire che la violenza è intrinseca all’esperienza umana? Premesso che secondo me tutto ciò è biologista tanto quanto aggiungo che non sposta alcunché, anzi fornisce quel nutrimento anarco-repressivo al potere.
    L’alternativa all’essenzialismo, proprio in virtù del tuo costante invito ad evitare semplificazioni anacronistiche, non può essere l’analogia universalistica. L’analogia è una figura retorica pericolosa e dovremmo sempre rifuggirla (e per analogia intendo quel passaggio in cui dici “le donne sono violente tanto quanto”). Premesso che la violenza non è sempre negativa, almeno nel mio personale ethos, parlare di violenza in maniera del tutto disincarnata dalle condizioni materiali è solo un buon esercizio per il muscolo repressivo quello dell’equilibrio e dell’equidistanza: come mettere palestinesi e israeliani sullo stesso piano o fascisti e partigiani.

    Con questo non voglio fare superficiali similitudini che ci porterebbero al punto di partenza (donne partigiane, uomini fascisti!). Ciò che dico è che non leggo mai nessuna precisazione riguardo alle condizioni materiali delle persone, alle condizioni di subordinazione e dominazione in cui sì esercita o si subisce la violenza (e si esercita la violenza di genere anche da una posizione subordinata!). E su questo, purtroppo, ci sono indicatori statistici più indipendenti della propaganda Carfagna/Buongiorno a dirlo. http://www.weforum.org/issues/global-gender-gap

    Che ci siano “ragioni culturali trasversali a tutti/e”, poi, letto così, senza precisazioni, mi suona come un concetto di un liberismo montiano agghiacciante. Vogliamo dire che la classe sociale è una categoria di analisi obsoleta tanto quanto quella del genere dicotomico? Non vorrei dire ma oggi parlare di classe sociale è infinitamente più difficile che parlare di genere di cui si parla da tutte le prospettive. Altro segnale dell’anarchia repressiva del potere.

    1. E’ lunga e articolata la tua riflessione e ti ringrazio molto per avermela proposta. Io parlo di culture delle quali trasversalmente si fanno portatrici, veicoli, tutti i generi. Della cultura patriarcale si fanno portatori solo gli uomini? Io direi di no.
      Comunque non ho adesso l’energia (scusa tanto ma sono in coma per l’ora) per risponderti adeguatamente ma intanto ti lascio un paio di link che forse in parte possono proporti alcuni spunti.
      https://abbattoimuri.wordpress.com/2012/12/26/il-femminicidio-non-esiste/
      https://abbattoimuri.wordpress.com/2012/12/27/la-slut-walk-delle-parrocchiane/
      Questo forse non c’entra ma te lo mollo lo stesso ché magari può interessarti.
      https://abbattoimuri.wordpress.com/2012/12/27/se-si-torna-al-femminile-angelico-e-sacro-toccami/
      🙂
      Grazie mille per la lettura, per lo sforzo di comprensione, per la dialettica rispettosa del mio punto di vista e per l’attenzione che hai messo in questo tuo commento.
      In questa epoca di linciaggi virtuali e aggressioni verbali sui social network, ché se dici una cosa che sfugge alla comprensione dominante ti sputano addosso e vorrebbero impiccarti in quaranta, un intervento come il tuo che ragiona nel merito, non sposta la discussione sul piano personale e non scade nell’insulto è una cosa rara e preziosa. Grazie ancora.

  3. No certo che della cultura patriarcale non si fanno portatori solo gli uomini. Questo è vero tanto più nella nostra società neo-patriarcale dove molte conquiste del femminismo date per scontate dalle nuove generazioni sono consapevolmente messe al servizio proprio del patriarcato (senza dilungarmi, scandali sessuali di Berlusconi, per esempio).
    E poi il potere, ci insegnava Foucault, non ha padroni esclusivi, bensì è disperso e questo io lo credo convintamente.
    Questo sistema di potere che è il patriarcato, però, è funzionale alla centralità culturale, economica e sociale del maschile (di un certo tipo di costrutto di genere che chiamiamo uomo/maschio e che storicamente è stato declinato in sfumature diverse il più riconoscibile è quello etero, bianco, classe media, cattolico in italia…). I vantaggi che le donne ne ricavano sono culturalmente subordinati, come sottoprodotto della centralità maschile (guarda sempre paradigma Berlusconi). E questo non può essere un elemento neutro.
    In secondo luogo credo che l’autoritarismo post-moderno che caratterizza i nostri tempi abbia spesso contagiato anche il femminismo. Una cosa è dire che il potere è disperso un’altra cosa è propugnare un’ontologia piatta del potere.
    Credo che la teoria della “falsa coscienza” sia paternalista e colonialista ma non posso negare che esistano dei differenziali di agency. Almeno nel mondo reale.
    Riferendomi a uno dei tuoi articoli, sì, mi è familiare la scena in cui le donne infantilizzano gli uomini dicendo loro cosa devono indossare, cosa devono mangiare… Le famiglie del sud sono un ottimo osservatorio per questo e io vengo da lì. E’ una forma di controllo che si esercita con strategie, retoriche e dinamiche organiche al patriarcato. Sbagliando io ho sempre pensato che fosse una psicosi.
    Se mia madre mettesse tanta energia nel rivendicare il diritto all’autonomia economica quanto ne mette nel controllare la dieta di mio padre avremmo fatto sì una rivoluzione femminista di massa. Ma la sua agency si esercita nel controllo del quotidiano/privato non nel controllo del pubblico/sociale. Io in questo ci vedo un differenziale di agency innegabile. Ok, i miei genitori sono di un’altra generazione ma forse neppure tanto.
    Questo per dire che parlare di violenza in modo disancorato dal posizionamento di ciascuno in termini di agency all’interno di questo sistema di potere che è il patriarcato è fuorviante oltre che pericoloso. E per rendere conto di questa differenza di agency non è sufficiente moltiplicare i generi ma è necessario intersecare molti altri “assi di diseguaglianza”, dicono i sociologi, molti altri assi di “subordinazione” e “dominazione”, potremmo dire in termini più politici.

    1. Anch’io non condivido tutto il tuo cappello iniziale e soprattutto l’appellativo di “suffraggette isteriche” (attribuire l’isteria per contrassegnare una opinione che non ti piace è spiacevole e offende me e sono certa che tu sappia il perché) ma grazie per la diffusione del mio post.

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