Antiautoritarismo, Comunicazione, Femministese, R-Esistenze, Violenza

Web 2.0 antiviolenza e galere virtuali: Siamo tutt* criminolog*!

Nel web le opinioni sulle sentenze e sui reati si sprecano. La militanza web 2.0 di chi si occupa di donne o di bambini è diventata l’espressione di un popolo che non fa altro che attendere il permesso per lapidare qualcun@. C’è una verità processuale e poi c’è una verità mediatica e quella verità è orientata su grandi e piccole testate e sui blog, mannaggia ai blog (e non avrei mai pensato di porterlo dire), in cui l’inquisizione antisessista ha smesso da un pezzo di produrre analisi politica o non l’ha proprio fatto mai e invece che trarre spunto da articoli e fatti di cronaca per cercare di produrre idee, ragionamenti, cose sensate, s’è messa in modalità di contrapposizione a cercare il pelo nell’uovo per fottere il giornalista tal dei tali facendolo passare per colluso o il giudice che non può certo decidere che sentenza sentenziare senza prima stare a sentire nientepopodimenoché la blogger antisessista di ‘sta fika.

I fatti di cronaca non si commentano o analizzano per racimolare dettagli su fenomeni e tentare di trovare soluzioni per riflettere sulla comunicazione in generale. No. E’ diventato tutto molto personale. Sono autentiche crociate talebane volte ad affermare una verità ideologica prima che reale, culturale e processuale.

Gente che si improvvisa giurista e non capisce un cazzo di questioni giuridiche. Gente che parla della somma di reati a carico di qualcun@ mess@ alla gogna dal media tal dei tali e piuttosto che incazzarsi per la violazione della privacy, per la totale assenza di garantismo, per la spettacolarizzazione di eventi che dovrebbero essere analizzati con serenità e competenza invece che da trasmissioni di quart’ordine che sulla cronaca oramai fanno business, per la totale assenza di analisi e di prospettiva, si incazzano perché il giornalista segue l’etica professionale e usa il doveroso condizionale invece che stabilire una condanna che ancora non c’è. Si incazzano perfino quando la sentenza dice una cosa e loro ne affermano un’altra. Perché la cosiddetta lotta antisessista oramai è diventata pura tifoseria ideologica in cui ce ne fottiamo del fatto che può andare in galera un innocente.

S’è deciso da un po’ di tempo a questa parte che essere femministe o contro la violenza sulle donne significhi affermare in senso ideologico e a priori che qualunque cosa dica una donna sia vera e che le verità processuali siano superflue.

Ma d’altro canto se siamo di fronte a tribunali virtuali antisessisti dell’inquisizione così ben (o mal) intenzionati a santificare la figura delle donne sempre e a demonizzare chiunque si chiami con un nome che finisca con “O” a che servono i giudici e i tribunali?

Ma smantelliamo tutto, no? A che servono le sentenze e i processi se c’è qualcun@ che su questi stracazzo di fottuti blog antiviolenza ha deciso che gli uomini sono colpevoli a prescindere?

C’è un altro elemento del quale bisogna tenere conto. Da troppo tempo l’abc antiviolenza è diventato quello giuridico perché lo stesso alfabeto femminista ha i toni e le parole di avvocate che giustamente sono in prima linea mentre fanno il proprio mestiere, ma quel che fanno loro si è imposto nel discorso pubblico che è vuoto di analisi di ogni altro genere e che finisce per assumere una deriva giustizialista che non è responsabilità delle avvocate che, per mia esperienza, hanno molto più buon senso e sono tanto più garantiste di giustizialiste e forcaiole antisessiste incompetenti che al pari di leghiste hanno deciso che il loro motto è “Nel dubbio, gli uomini, devono finire in galera!”.

E’ grave quando leggi un articolo e non ti poni mai, e dico mai, il problema che quell’articolo parla di più vite e non di una sola. E’ grave che non si veda l’altro sesso che diventa solo un’appendice da estirpare dal destino delle donne. E’ grave che si scrivano cazzate su cazzate al seguito di media altrettanto irresponsabili che calcolano il valore economico dell’indignazione e se titolano, sbagliando, “sentenza: stupratore assolto” avranno il loro bell’introito pubblicitario.

Ma voi? Voi che fate blogging gratuito e militante, voi che eravate nate con le migliori intenzioni per inserire nel discorso pubblico una riflessione mancante, per colmare un gap che certo esisteva, voi che ci guadagnate? Dove cazzo sono finite le militanti che analizzano un discorso alla radice prima che augurare la galera a chiunque? Dove sono le analisi culturali, le proposte preventive, la lettura critica economica, politica e sociale di un fenomeno e di uno Stato?

Eppure al Fem Blog Camp, ai miei workshop sulla narrazione della violenza e su media e violenza per una analisi antiautoritaria a confrontarvi e parlare eravate proprio in tante. Non siete voi quelle che stanno in rete? Perché quelle che producono chiacchiericcio giustizialista io non le ho viste nei miei percorsi, restano nascoste a intossicarmi di trackback e referrer nel web e non si presentano alle iniziative collettive. Non si confrontano. Salvo, forse, recarsi nelle piazze convocate da Snoq dove potranno dare sfogo a tutto il giustizialismo di questo mondo tra un “abbattiamo le escort” e un “abbattiamo gli accusati assolti in cassazione”.

Quando comincerete a dare addosso ai giudici procurandovi querele su querele? Ma la domanda soprattutto è: questa cosa del linciaggio pubblico nei confronti di gente di cui non sapete un cazzo, su storie di cui non sapete un cazzo, è utile? E se lo è: in che modo?

Sapete, si, che chiamare pedofilo o stupratore o violento o criminale uno che è stato assolto è sbagliato? Sapete che attribuire alle donne lo status di vittime sempre e a priori è sbagliato? Lo è perché io non voglio essere considerata una vittima a priori e perché questa dimensione snoqqesca è grottesca, medioevale, buia, mentre io voglio essere considerata sporca, imperfetta, umana, una persona come tante che può fare cose giuste ma può anche fare tantissime cazzate senza che ci sia qualcun@ che mi attribuisca la responsabilità di branco di aver sporcato l’immagine di un intero genere.

Le donne scaccolano, ruttano, cagano e accidenti scopano e sbagliano e fanno e dicono stronzate, come tutti/e. Partendo da questo assunto che è fondamentale mi chiedo cosa sia mai successo e da che motivazioni siano spinte queste soggette fulminate sulla via di Damasco che non fanno altro che vedere nemiche/ci dappertutto se e quando non si esprimono in senso giustizialista, fanatico e forcaiolo.

Che poi, diciamolo, si tratta spesso di gente che vive e gravita nel web e che di iniziative concrete veramente zero a fronte di collettivi e compagne militanti che si fanno il culo in vari territori, senza questo piglio da crociate mistiche, con la coscienza di cosa sia il carcere per una persona innocente, dando pubblico valore culturale e di solidarietà concreta alle faccende e sapendo anche che giudici, istituzioni, tutori, autoritarismi in generale, non ci servono a produrre analisi politiche perché la condanna non è l’obiettivo così come l’obiettivo non è di sicuro stabilire che tutti gli uomini sono colpevoli a prescindere ché la presunzione di innocenza, maledizione, esiste. Perché la “giustizia”, appunto, così come noi compagne/i sappiamo e abbiamo visto tante volte, sbaglia in un senso e nell’altro e confidare su condanne e assoluzioni e delegare a tutori e istituzioni l’analisi e la riflessione pubblica su cosa sia la violenza e l’antiviolenza, o utilizzare un lessico autoritario e forcaiolo è veramente fuori luogo.

Però talune cosiddette militanti del web pretendono di orientare il dibattito pubblico e hanno la presunzione di dire che hanno ragione quando l’idea che hanno è del tutto personale, frutto di esperienze personali, in un soliloquio che non si confronta mai con le diversità nel campo delle idee e figuriamoci se si confronta con altri contesti e altri generi.

La prospettiva politica che deriva dai loro ragionamenti, per me che di comunicazione mi occupo e comunicazione ho sempre fatto, è che lui deve apparire marcio dentro, bisogna partecipare al coro di opinioni in cui tutti e tutte si fingono criminologi e criminologhe e lasciando fottere il personal/politico, perchè di se’ bisognerebbe parlare e non dei cazzi altrui, o lasciando perdere il buon senso, spesso, si istiga al linciaggio dell’accusato, a prescindere dal fatto che sia innocente, colpevole, condannato o meno.

In Italia, per legge, esiste la presunzione di innocenza. Sul piano pubblico e culturale è diventata presunzione di colpevolezza che condiziona anche i processi, probabilmente, per cui il pregiudizio a monte con il quale si ha a che fare è veramente pesante e questo non possiamo ignorarlo. E’ lo stesso pregiudizio che resiste quando mandi in galera un rom che è colpevole in quanto rom e non per i reati che ha commesso. Così un uomo, oggi, è colpevole in quanto uomo e questo clima cultural/sessista abbiamo contribuito a realizzarlo noi, lo realizzate voi, ed è il preludio di assalti, linciaggi, gogne, giustizia fai da te, che non è autodifesa, che è certamente utile se sei in pericolo, ma è giustizia cieca, giustizialismo che agisce su un pregiudizio. Lei ha sempre ragione e lui ha sempre torto.

L’opposto si chiama misoginia e noi la conosciamo bene. Sappiamo cosa significa vivere ogni giorno con un giudizio di colpevolezza a priori che ti resta impresso sulla pelle. Io so che quando il femminismo ha sposato teorie santificanti della diversità femminile lo ha fatto per togliersi di dosso quella mentalità, smarcarsi e andare avanti, ma adesso veramente basta perché quel che succede produce derive autoritarie che fanno schifo e delle quali io non voglio essere complice.

E’ stato complicato per me da capire e sono certa che non sia semplice neppure per voi ma io vi invito davvero a riflettere e a considerare ciò che scrivo con tutta l’onestà intellettuale di cui dispongo.

Cosa volete voi? Che soluzioni? Che vi interessa di questa Italia così ridotta male? Davvero volete collaborare e spingerla verso un abisso fatto di autoritarismi e leggi repressive in cui le uniche risposte, conseguenti anche alle vostre campagne forcaiole, sono la richiesta di “pena certa” e di “aggravanti”? E’ il carcere la vostra soluzione? La galera reale e virtuale per quelle/i che vi stanno sulle palle e sulle ovaie? E’ la censura? Perché se quello è il vostro percorso e il vostro obiettivo non siamo uguali, noi, e non mi piacete neanche un po’.

Non mi piace ciò che fate, la direzione che prendete e io avviserò sempre dei rischi che si corrono per via di una comunicazione sbagliata perché di comunicazione mi occupo e so perfettamente cosa-produce-cosa e quali conseguenze ha ogni parola che scrivete. Ho anche provato a capire, sperimentando, per vedere fino a che punto la deriva autoritaria avesse contaminato i vostri ragionamenti e state veramente malissimo se pensate di censurare narrazioni che non vi somigliano o idee che non sono come le vostre perché non ascoltate, non cercate di capire, é narcisismo patologico, é un autoritarismo che vi impedisce di ascoltare perfino voi stessi/e.

C’è una profonda diversità anche tra quel che siete in realtà e quel che scrivete perché esiste nel femminismo, anche in quello virtuale, uno scollamento tra il personale e politico e dunque tutto diventa ideologia, un dogma, una fede e diventate sacerdotesse e preti che agitano verità che non sono vere e hanno l’unico timore di svelare i propri comunissimi problemi fatti di comuni crisi, comuni idee che potrebbero non interessare proprio nessuno.

Quello che fate non aiuta le donne. Aiuta voi stesse/i e vi gratifica sulla base del numero di like che prendete su facebook. Sicuramente quel che fate non aiuta me e non mi è utile nemmeno un po’ nelle mie analisi se non per il fatto che sono più che consapevole di dover prendere le distanze da questo metodo e da queste pratiche. E non si tratta più di rispetto tra femminismi ma di totale contrapposizione tra un femminismo autoritario e  le sue più o meno inconsapevoli marchettare virtuali e un femminismo che riprenda a ragionare sul presente avendo idea di cosa sia la politica, quella vera, fatta di analisi e prospettive future, di visioni e progetti e non di cose così tristi e ripiegate su se stesse come la ricerca con la lente di ingrandimento del dettaglio che può scatenare l’indignazione del proprio seguito su facebook. E’ troppo triste e deprimente e avvilente tutto ciò ed è uno spreco di intelligenza, dove esiste, in primo luogo. Qualcun@ ve lo doveva dire. L’ho fatto io che mi becco insulti e ripicche infantili. Ma voi sapete che ho ragione. Lo sapete. Perché vedere quel che vedo prima di voi e dirvi che state andando a sbattere contro un muro di merda non è un vezzo. E’ una responsabilità. E io, come sempre, me la assumo, a costo di risultare impopolare.

Baci & abbracci compagn*

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2 pensieri riguardo “Web 2.0 antiviolenza e galere virtuali: Siamo tutt* criminolog*!”

  1. Sono commosso! Grande analisi! Articolo chiaro, preciso e non pesante insieme (una rarità). Scritto poi da una donna: il che, ovviamente, non lo rende certo meno autorevole ma lo pone al di là di facili sospetti di sessismo-revisionistico-fanatico-dimiononnoincariola, la prova che l’imparzialità in Italia non è morta e la professionalità è una qualità che impreziosisce un blog e non lo appesantisce: chi pensa il contrario, nasconde (male) in realtà i propri angusti limiti intellettuali, scaricando in modo meschino, sull’autore di quanto letto, la colpa della propria incomprensione.
    Rinnovo i miei complimenti e ti aggiungo tosto tra i miei (autorevoli 🙂 ) preferiti.
    ps quelle della 27esimaora avrebbero tanto da imparar da te

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