Antiautoritarismo, Comunicazione, Femministese, Ricerche&Analisi, Violenza

Media e rappresentazione della violenza sulle donne

577785_418390821561417_1503003146_nQuesto post dovrebbe titolarsi “scopri quel pizzico di snoqismo che c’è in te” e mi perdoneranno le tante donne che aderiscono a quel movimento perché sono certa che tra loro ce ne sono di fantastiche e piene di meravigliose intenzioni. Ma averci l’anima da Snoq è un fatto culturale prima che di ogni altro genere. Vuol dire cercare la causa di tutto in una persona sola contro la quale organizzare manifestazioni in piazza. Significa demonizzare il mostro celando le corresponsabilità sociali e l’umano. Significa immaginare soluzioni autoritarie dove si omette di produrre qualunque analisi approfondita sugli eventi. E dunque eccomi a ragionare di comunicazione e violenza sulle donne.

Il manifesto che vedete sopra è vecchio di qualche anno e l’ha fatto Oliviero Toscani che in una delle sue rare botte di genio ha preso per il culo quelle di Donna Moderna, spero, ovvero ha perfettamente interpretato il loro desiderio, e ha fatto passare una critica paurosa alla maniera in cui viene rappresentata dai media e da tante campagne sociali la questione della violenza sulle donne.

Per chiunque interpreti gli eventi il problema parrebbe essere il maschio in se’ senza fare attenzione alle cause sociali o economiche che determinano la violenza stessa. Di contro viene rappresentata la donna in forma angelicata, con lo status di vittima a partire dalla nascita, colei che mai si potrà riconoscere in quanto possibile carnefice o quantomeno corresponsabile degli eventi.

Qualunque interpretazione che violi questo lessico obbligato diventa di per se’ negazionista e nulla di più falso si può dire giacché io sono certa che la violenza sulle donne esiste e che si tratta di un fenomeno che è mio interesse risolvere a partire dalla prevenzione. Per prevenire serve disinnescare le cause e se la causa è l’essere maschile l’unica modalità di prevenzione che certe persone suggeriscono parrebbe essere lo sterminio a priori di ogni uomo.

noestremismiHo analizzato i media per anni e so benissimo quali sono le parole usate per definire un “femminicidio”. La semantica definisce la mentalità comune. Il giornalista interpreta i sentimenti e li codifica. E’ una questione che va ben oltre lo stesso linguaggio. E dunque ho imparato a capire che quel che c’è scritto in taluni articoli non è in realtà la narrazione dell’assassino. Non è la sua prospettiva che viene assunta come punto di vista ma è in realtà la prospettiva di una cultura, che prende in prestito termini usati in tribunale, che attenua la gravità dei fatti senza definirli.

Cambiare le parole senza cambiare la percezione che si ha di quei delitti serve a poco. E quella percezione è insita nelle aule di tribunale e nelle questure. E’ il linguaggio delle confessioni e dei report polizieschi. E’ legalese che si è sostituito alla narrazione spontanea. Da dove viene secondo voi il termine “raptus”? E che diamine significa? Come lo tradurrebbe una persona comune, chi compie un delitto, chi lo subisce? Cos’è? La perdita di se’? La rimozione di una intenzione? L’assenza di premeditazione? L’incapacità di intendere e volere? Ed è così che il dibattito pubblico non prova a capire, a tradurre in una narrazione intima e feroce allo stesso tempo ma combatte negando e rinnegando ma utilizzando ancora il legalese e le parzialità perché bisogna dimostrare, fuori dall’aula del tribunale prima che dentro, che lui è innocente o colpevole.

C’è stata dunque una violenta e totale colonizzazione epistemologica, di significati e derivazioni varie a partire da chi sorveglia, reprime, offende e difende. Si tratta dello schema narrativo dell’oppressore pubblico, del tutore che scende in piazza per ferirti di manganello, che diventa parametro di lettura di eventi privati che non avvengono a pagamento, in difesa di privilegi di casta, con la tredicesima che ti dice che ferire uno studente in piazza sia cosa buona, ma per ragioni che spesso non hanno nulla di razionale e che se si vogliono prevenire vanno assunti in quanto tali e spiegati o raccontati narrando fino in fondo l’umano piuttosto che schedando il mostro.

Le immagini che vengono mostrate a illustrare la violenza sulle donne, in genere, poi, si dice soffrano del tabù della rappresentabilità dell’assassino. In realtà è un falso. L’assassino viene visto come il maschile nel suo complesso. Le uniche immagini che mostrano l’uomo sono quelle in cui sta scritto “Noi No” perché all’uomo è dato solo di dover giustificare e prendere le distanze da quelli del proprio genere. Cosa che non viene mai richiesta alle donne. Non esiste alcuna campagna in cui donne sorreggono soddisfatte cartelli con su scritto “Noi No” per assumere distanza da donne violente che pure esistono.

E in quanto all’uomo che uccide esso è rappresentato perfettamente proprio in quella non rappresentazione, nella costante generalizzazione, nelle ombre, che raffigurano il mostro, mai l’umano. E se superficialmente e in modo imbarazzante chi legge la comunicazione talvolta assume che quell’assenza stia a significare una assoluzione, quel che a me pare invece è che l’unico tabù che persiste nella modalità di illustrare la violenza sulle donne sta nella irrappresentabilità della narrazione della vittima.

noviolenzamaschileGiacché l’unica narrazione persistente è quella di tutori e di tutrici in una costante mistificazione che omette cause e dunque soluzioni. Si inserisce la lettura degli eventi in una retorica abbastanza comune. Questurina, per l’appunto, autoritaria o sessista. Dogmatica, infine, perché se crolla il mito che il maschile è violento di per se’, sarebbe troppo complicato da indagare per cercare di prevenire. Perché bisogna allontanare l’idea che ci siano altre cause, tipo quelle economiche, le dipendenze per assenza di prospettive e reddito, rispetto alle quali nessuno si assume la responsabilità. Ed è per questo che la lettura del violento=maschile è perfettamente funzionale al capitale, alla realizzazione di un welfare che ripartisce ruoli fermi al ventennio fascista e alla categoria ricca e del privilegio che sposta il terreno delle rivendicazioni sempre e solo tra poveri cristi invece che in via gerarchicamente superiore laddove si individua in modo chiaro il terreno di oppressione.

Perché la prevenzione è scomoda, non legittima l’esistenza di task force e tutto il circuito tutelare che ruota attorno alle vittime, non realizza un utile, non è funzionale a nulla e a nessuno a parte che alle vittime. Tutte le vittime. Come quando pensi ad un’auto fabbricata senza difetti. Tanti incidenti potrebbero essere evitati ma allo stesso tempo perirebbe l’industria dei pezzi di ricambio. I disastri sono shock economy. I disastri realizzano più Pil di qualunque altro lieto evento. L’utilità di quei cadaveri va ben oltre l’esistenza in vita di un sistema di oppressione culturalmente patriarcale che viene riprodotto da ogni genere di persona.

Ed è così che la narrazione attuale si presta solo alla repressione e a soluzioni autoritarie. Solo a questo.

Per approfondire:

Mercificazione e speculazione sulla violenza sulle donne

La violenza economica è violenza di Stato

Violenza di genere: dove la mettiamo la questione di classe?

Violenza di genere: oltre i dogmi e i talebanismi

La violenza è maschile?

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10 pensieri riguardo “Media e rappresentazione della violenza sulle donne”

  1. Daniela scrive (e lo annoto qui perché prendo appunti): “La costruzione sociale dei ruoli secondo “il genere” contribuisce al mantenimento di una struttura patriarcale oppressiva, funzionale al capitale. Il lavoro di cura delle donne, la flessibilità, la disponibilità agli altri sono un valore su cui si regge il mondo. Un “valore” socialmente misconosciuto a causa di costruzioni “culturali” e simboliche dicotomiche, pubblico-privato, attivo-passivo, e alla conseguente l’attribuzione di disvalore alla sfera del privato, a favore del pubblico.”

    E un’altra annotazione “i ruoli di cura sono assolutamente funzionali al capitale. perchè una donna è produttiva mentre assolve a quei ruoli e lo fa a costo zero. è l’ammortizzatore sociale che nessuno stato e nessuna impresa ti concederanno mai.”

  2. Molto interessante questa analisi, come le altre che sono su questo blog. Trovo anche qui, come in moltissimi post di FaS un’impostazione non-dogmatica che condivido e trovo feconda (per un’interpretazione non manichea e non “semplicistica” della realtà, e anche per un vero percorso di liberazione dalle culture dell’oppressione).
    Di recente riflettevo su una notizia che, mettendo in crisi certi ragionamenti diffusi, può essere la cartina di tornasole proprio per una riflessione veramente “libertaria” (e quindi non-manichea) sui presunti “ruoli” legati ai generi, e quindi in contrasto con l’idea secondo la quale il “male assoluto” si annida in un genere piuttosto che in un altro (e dunque nella “natura”, anziché in una cultura, che è cosa ben diversa). La notizia è questa (riportata da “La Repubblica” del 28 novembre scorso): alcune soldatesse americane fanno causa all’esercito statunitense per ottenere il diritto di andare a combattere in prima linea.
    Ora, se si parte da un’impostazione “duale” tradizionale (uomo=guerriero “per natura” [?!] vs. donna=non-violenta e non-guerriera “per natura” perché “angelo della casa”, madre, ecc. ecc.), una notizia del genere si può spiegare fondamentalmente in due maniere: A) certe donne hanno tradito il loro “ruolo” e cercano maldestramente di “rubare” il ruolo dei maschi, vogliono perfino fare la guerra (“che scandalo! non c’è più religione [ecc.], perché questo mondo impazzito si raddrizzi dovrebbero tornare a fare *solo* le madri/mogli”) [versione vagamente “maschilista”]; B) certe donne hanno introiettato i modelli maschili e ne sono succubi: ecco perché vogliono fare pure la guerra; si fanno traviare dalla “cattiveria del maschile”; se tornano a essere “veramente” donne, non possono più desiderare di essere “guerriere”, ecc. (dunque “poverine, non sanno quello che fanno, sono come plagiate, dobbiamo guidarle sulla retta via”) [versione riconducibile a un certo (e sottolineo “un certo”, e solo “un certo”) femminismo che potremmo definire “maternalistico”].
    Secondo me, non è sostenibile nessuna delle due spiegazioni (che tra l’altro, pur partendo da assunti di fondo differenti, rivelano convergenze impressionanti e/o imbarazzanti…). Ognuna delle due infatti vuole forzatamente ricondurre le scelte delle persone, delle singole sfuggenti complesse persone, dentro la propria Weltanschauung, dentro la propria cristallizzata “descrizione dei caratteri” (maschile e femminile), che si intende immobile, tipizzata, ecc.
    Ora, il paradosso è che, proprio dal punto di vista dell’autodeterminazione, non si può dar torto alla rivendicazione di quelle donne; chi può decidere quale sia il posto (non delle donne o degli uomini in generale, ma) di ogni singola donna (come di ogni singolo uomo)? Non è forse paternalismo (o anche “maternalismo”) pretendere di sostituirsi alle scelte delle persone (col dire a priori, senza neppure conoscere il vissuto della singola persona che fa la scelta x, che se si fa la scelta x piuttosto che la scelta y non si è autonomi, ma “plagiati”)? (Ed è paternalismo anche l’atteggiamento dell’esercito statunitense, che impedisce a quelle donne “per il loro bene” di andare in prima linea, e si sostituisce d’imperio e d’ufficio alle loro scelte personali…).
    E’ chiaro che l’autodeterminazione comporta anche il rischio di fare scelte discutibili, contraddittorie, ecc.; ma sbagliare (anche nel senso di “errare” per mancanza di visione chiara sulla propria mèta) non significa necessariamente “non sapere quel che si fa”. La responsabilità delle scelte va presa sul serio. Non si può, per salvare ad ogni costo una visione “binaria” e semplificata del mondo, catalogare tutte le scelte che contraddicono quello schema binario come “non consapevoli” (o come “plagi” impliciti o “criptoplagi” subiti da persone considerate in qualche modo “non capaci di intendere”: e perché? sulla base di quali prove?). Penso che bisogna riflettere su questo aspetto, che secondo me è tuttora un nodo non sciolto di molte teorie che pure (non solo in ambito femminista: il discorso è più generale) puntano alla liberazione, all’autodeterminazione, ecc.
    E con questo, non è che io sia d’accordo con l’imbracciare le armi, fare le guerre, ecc.: tutt’altro! Però non condivido la “deresponsabilizzazione” implicita nel “non sanno quel che fanno, sono succubi di una cultura”. Forse lo siamo un po’ tutt*, siamo tutt* ugualmente coinvolt* in questo miscuglio di condizionamento/libertà, giacché è difficile stabilire sempre con precisione “microchirurgica” dove finisca il condizionamento e dove cominci la libertà “vera” delle nostre coscienze; dunque ci vorrebbe, perlomeno, un “supplemento di analisi”. Evitando di “catalogare all’ingrosso”, per amor di coerente teoria (per così dire). E accantonando ovviamente, per quanto possibile, ogni residuo di manicheismo-dogmatismo.
    (P.S.: chiedo venia per il lungo commento).

    1. no, grazie per il tuo lungo commento perchè è uno spunto di analisi davvero interessante.
      ti rispondo in sintesi, e ti chiedo scusa perchè meriteresti uno sforzo di risposta un po’ più complesso, ma a me comunque la attribuzione di ruolo in generale resta stretta e che non credo ai modelli introiettati.
      le persone sono solo persone e le costruzioni culturali successive sono quelle che negano autodeterminazione e anche libertà di definirsi in generi a prescindere da riduzionismi ed essenzialismi biologici, secondo me.

      1. Sono completamente d’accordo con la tua risposta. Io combatto da sempre contro l’idea del “ruolo” stereotipato e prestabilito, che è, checché se ne dica, solo una costruzione culturale che usa come pretesto le differenze biologiche fra i generi, amplificandole (e talvolta anche mistificandole) “ideologicamente” per normare i rapporti sociali e interpersonali. Secondo me il ruolo è come un “letto di Procuste”, ovvero una violenza bella e buona imposta alle singole concrete persone: le persone, le singole persone non sono mai “perfettamente aderenti” al “ruolo” che si vuol loro imporre (e per fortuna!), sono in realtà refrattarie ad ogni “classificazione” secondo tipi prestabiliti, però sono costrette (da tutte le “agenzie di socializzazione” primarie, secondarie, ecc., dalla famiglia in poi…) a entrare nella parte che i “registi sociali” hanno scelto per loro nella “commedia”, e poch* si prendono la briga di puntare i riflettori (delle analisi o anche delle denunce, se è il caso) sulla violenza implicita in questo percorso che di solito (non tutt*, per fortuna) diamo per scontato, “naturale”, ovvio, ecc.
        Per fortuna ci sono luoghi come questo blog che invece tentano proprio di entrare nel cuore di questo “meccanismo” per metterlo doverosamente a nudo (come nella fiaba di Andersen sugli “abiti nuovi dell’imperatore”).

  3. “Forse lo siamo un po’ tutt*, siamo tutt* ugualmente coinvolt* in questo miscuglio di condizionamento/libertà, giacché è difficile stabilire sempre con precisione “microchirurgica” dove finisca il condizionamento e dove cominci la libertà “vera” delle nostre coscienze”

    siamo tutti un miscuglio di natura e cultura ma siano comunque reponsabili delle nostre scelte. Maschile e femminile non sono invenzioni, esistono per come sono stati costruiti da natura e cultura, ma comunque no sono categorizzazioni rigide..sono molto più variegati di quanto si immagina

  4. A proposito di vittimizzazione di alcune donne e di considerarle poverette inconsapevoli, come dice ivaneuscar (“dunque “poverine, non sanno quello che fanno, sono come plagiate, dobbiamo guidarle sulla retta via”) [versione riconducibile a un certo (e sottolineo “un certo”, e solo “un certo”) femminismo che potremmo definire “maternalistico”]”), penso che il seguente articolo sia un capolavoro maternalistico di vittimizzazione e di deresponsabilizzazione (“lo fanno ma non sanno quello che fanno”) delle persone di cui si parla: ossia, quello che facciamo lo facciamo per colpa della società e dunque siamo delle minus habens senza alcuna consapevolezza e in preda a tutto e non abbiamo colpa di nulla.
    http://www.michelamurgia.com/cultura/generi/546-la-sindrome-dello-zio-tom#section-kmt

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