Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Femministese

Se il femminismo non è più partire da se’

Io non li tollero gli uomini che devono spiegarmi come essere “donna”. Non me ne vogliano ma mi viene l’allergia. Ed ho così rispetto per l’autodeterminazione altrui che se talvolta capita di dover dire ad un uomo o chiunque altr@ cosa fare nella vita poi mi faccio più di una domanda.

Paternalismo, quel che ti insegna come stare al mondo. Maternalismo, forse, o anche femminismo, quello più autoritario, che toglie determinazione ad un uomo e poi lo mette all’angolo e gli fa dire che la sua vita è niente, e le sue scelte valgono zero e la sua immagine, riflessa, l’unica consentita, è quella che gli rimando indietro io.

Tu esisti in quanto me. Io esisto in quanto te. Esistere in quanto se’ è una cosa che la vedi poco, sei disabituat@, sembra perfino una bestemmia, perché chiunque vuole educarti e rieducarti e se sfuggi al controllo ti dichiara espulsa da una stanza, un corpo, un branco, un nucleo sociale. Ci sono tanti modi per definire chi non si adatta ad un determinato ruolo e quel ruolo ti viene consegnato da chi ti ruba le parole o ti impedisce la libera espressione.

Non c’è cosa più grave di qualcun@ che ti impedisce di autorappresentarti. Autonominarti. Raccontarti. Così è infinitamente grave che esista chi voglia nominare i miei disagi al posto mio o se io penso di nominare i disagi al posto tuo. Ti posso forse insegnare le parole, quelle che meglio esprimono un concetto, ma non mi permetto di toccarlo, convertirlo, poi cambiarlo. Perché io non detto norme di comportamento a te e non voglio che nessuno lo faccia con me.

Normare i gesti e le parole avviene dall’infanzia. Tutto viene genderizzato. Io sono femmina e tu sei maschio. Non c’è una fuga e per qualcun@ è ovvio che si fa così perché si tratterebbe di biologia e natura. Che cosa c’entra il fiocco rosa con la biologia non si capisce. O cosa c’entra il fatto che sulla base della biologia io abbia lavato piatti fin dalla prima infanzia e mio fratello no. Povero lui, non c’entra, era l’educazione ricevuta. Perché era normale si facesse così.

Poi siamo cresciuti e mi ricordo che lo zio sfotteva mio fratello che aiutava a sparecchiare. Perché era un lavoro da “donna” come se fosse scritto nel mio Dna che io fossi una lavastoviglie in erba e una colf tuttofare. Che questa cosa realizzasse dipendenze poi non si capiva perché se tu che sei un uomo ti metti a ripulire soltanto se tua moglie è in punto di morte brontolando tutto il giorno e lamentando il fatto che la coniuge non è stata in grado di darti una figlia femmina capisci bene che quando lei collasserà del tutto a te toccherà farti una badante.

Addestrate al lavoro di cura lo siamo dalla nascita, almeno la mia generazione e nella mia terra l’ho visto fare sempre. Già in casa mia era una storia anomala perché per quanto io assolvessi ai compiti che erano imposti al mio sesso poi però i genitori investivano nei miei studi e nella mia realizzazione professionale. E dunque questo è il principio educativo per cui la donna viene su un po’ multitasking.

Perché è bene investa nel futuro indipendente ma non può fare a meno di rinunciare a conoscere l’abc della curatrice di immobili e di affetti. Le cose sono cambiate, per fortuna, e ora non è più così per tanta gente. Quelli che ho accanto, amici, compagni, colleghi, sono tutti autonomi e anzi multitasking più di me e quel che è bello è che lo sono per propria necessità.

Sono usciti di casa non per sposarsi ma per andare all’università o a lavorare. Vita da soli, con amici, si sono dati ordine e organizzazione e non amano dipendere da nessuno. Sono pignoli, vogliono i piatti sistemati lì e le stoviglie messe in quell’altro posto e hanno loro metodi e ti sorvegliano perfino perché hanno assunto, alcuni, i tratti tipici della casalinga disperata, per cui se fai le cose ti stanno con gli occhi puntati addosso e ti controllano se hai fatto bene o male al punto che gli dici “sai che c’è? ma fallo tu dato che sei così bravo…“. Capita, e anche spesso, che questi uomini assumano l’aria da “i got the power” perché sanno resettare l’immondizia agli angoli e stendono lenzuola con maestria.

Non abbiamo più nulla, noi, le donne, da insegnare loro, perché non esiste più che io so cose che lui non sappia e che lui sappia cose che io non so a meno che non si tratti di competenze e differenti sensibilità. E dove il paternalismo e il maternalismo prima erano propri di queste categorie e ruoli oggi si spostano su piani un po’ diversi.

Si forma la pretesa di imporre un sentire, che non è comune, perché il sentire è il mio sentire, e allora sono testimone di ragionamenti basati sul nulla, perché nel mentre c’è una cena e lui serve pietanze e lei apparecchia, in un perfetto incastro di divisione di compiti data dal buon senso o dalle preferenze di ciascun@, si parla di faccende che vengono genderizzate anche se non ci riguardano da vicino.

Uno dei temi sui quali si investe molto nelle discussioni è la politica, genderizzata anch’essa, e dove non ci sono rivendicazioni precise da fare si parla delle donne in senso astratto. Per cui ti trovi a dire al tuo compagno che “le donne soffrono di un gender gap” e quello ti guarda come fossi un’aliena perché non capisce dove vai a parare. Prova a ridirti che il problema è a monte e che lui ha avuto mille difficoltà per laurearsi, mantenendosi da solo, proprio come hai fatto tu, e tu gli dici che non può capire perchè è un uomo.

Allora egli si chiede se essere uomo equivalga ad essere un po’ scemo e veramente non c’arriva, fintanto che finisce per assumere una modalità pacatamente paternalista, ipocrita direi, e rispolvera quel residuo di cultura patriarcale che c’è in lui, per sentirsi accettato da te che lo vuoi affine e in ascolto delle tue rivendicazioni basate su teorie che non ti riguardano. Non più.

Un argomento pressocché reale che attraversa tante coppie che conosco è il lavoro. Ed è vero che lei e lei e lei ha avuto qualche difficoltà perché ha incontrato il datore di lavoro stronzo che le ha messo le mani addosso, ma lui e lui e lui ha incontrato mille difficoltà analoghe fatte di molestie d’altro genere dopodiché non può incazzarsi pensando alla tizia che gli ha soffiato il posto perché lei, e fa anche bene, ad un certo punto, vende una scollatura per non perire di precarietà.

Cose che rovesciano la prospettiva e lì è difficile dire al tuo compagno che è lei che subisce la molestia, che il piano è comunque di un ricatto, perché ricattato lo è pure lui ma non ha un culo da mostrare che sia appetibile in questo mercato di carne e immagine che è diventata la società moderna.

Insomma quel che non capisce, quest’uomo progredito al quale non devi insegnare più nulla, è in quale cosa manchi nei tuoi confronti, come tu gli sia inferiore, come egli può dirsi dominatore. Dominatore di che? Quando? Dove? E se anche tu gli spieghi che le donne soccombono sotto il peso della dipendenza economica, quando egli guarda al portafoglio e sente l’umiliazione salirgli in gola per l’ennesima chiamata che ha da fare al babbo per farsi pagare le bollette, allora non capisce.

I confronti tra i generi capita spesso che non avvengano su un piano reale ma su un livello che è astrazione pura, ideologia. Io sono inferiore perché sta scritto da qualche parte, me l’ha certificato l’Onu. Non importa se non lo sono in casa mia, con il mio compagno, con i miei amici e colleghi. Però lo sono e basta e devo fino in fondo immedesimarmi nella parte e fare il mio bravo corteo in difesa di quelle che hanno problemi che non sono i miei.

Così finisco per litigare con il compagno, amico e collega non sul mio sentire, sul mio reale sapere ma sulla supposizione di ciò che sente l’altra la quale se trasgredisce e dice “fatti i cazzi tuoi” o dice una cosa che non coincide con le tue teorie manco l’ascolti e la releghi tra le eretiche da bruciare al rogo.

Parte del femminismo, nobile e bello, che io vivo perché l’emancipazione me la sono costruita, ché vengo davvero da un percorso tutto in salita e quindi il mio personale è politico, è una risorsa infinita e meravigliosa. Poi c’è lo sfoggio intellettual/borghese che non è tipico solo di una retorica da ricche e privilegiate ma anche di tutta una serie di persone che non parlano dei propri disagi e spostano l’attenzione su altro.

L’altro più frequente è una generica “violenza sulle donne” che diventa il tema sul quale le sensibilità si misurano nelle maniere più ideologiche possibili. Ho assistito ad una discussione tra una amica e il suo compagno. Parlare di stereotipi sessisti mentre gli attribuiva caratteristiche che non erano sue e gli ricuciva addosso pensieri e scelte che non aveva mai pensato e fatto.

Quel che voglio dire è che il pronunciarsi è importante ed è molto difficile farlo se pronunciarti significa svelare la tua vita fatta di cose magari meno interessanti e più comuni, dove l’acrobazia più avventurosa che fai è quella di inserire il sacco dell’immondizia nell’apposito contenitore. Parlare di se’, il se’ personal/politico, è rivoluzionario.

Parlare di quello che non ti riguarda in una colonizzazione paternalista e maternalista che attiene al mancato ascolto e all’impossibilità o incapacità di nominarsi, è noia, è esercizio intellettual/borghese, è spersonalizzazione del problema di cui stai parlando, è niente perché non c’è radicamento nella carne in ciò di cui stai parlando. Voglio dire che ti è dato raccontarmi di te ma non venirmi a dire di che devo parlare. Perché se non mi parli di te e ti occupi solo dei cazzi teorici e metaforici e trascendentali che non ti riguardano, finiscono per assumere consistenza ideologica e religiosa.

Il dogma si fonda su ciò al quale bisogna credere per fede e dunque posso dire che talune conversazioni tra gente di sesso diverso oggigiorno sono conflitti religiosi e non scambi di opinioni. Così in taluni branchi di persone dove magari è giusto un uomo che non si racconta a fare il prete e attribuirti il patentino di femminista solo se quel che dici piace a lui.

Tenendo conto di ciò, dunque: quali sono le reali differenze di genere nelle nostre vite? Non quelle per sentito dire ma quelle che sentiamo noi e che viviamo. Quali?

3 pensieri su “Se il femminismo non è più partire da se’”

  1. mmm, non so che dire e al tempo stesso voglio comunque provarci perché c’è una cosa di fondo che non capisco. Io sono un ragazzo e da alcuni anni mi interesso di femminismo come argomento culturale più che altro, non ho mai partecipato a collettivi o robe varie. L’ho visto come una sorta di impegno morale. Quando si passa dalle discriminazioni subite dalle donne in quanto classe ai discorsi sul genere è ovvio che ci si impalla, perché il genere è un costrutto culturale che ha senso solo per circoscrivere un tema. Per me ha senso dirmi femminista solo perché storicamente le donne sono discriminate, poi una volta “idealmente” raggiunta una parità non ha più senso. Non è che mi penso come uomo poi, posso subire anch’io alcune aspettative di essere maschio fra maschi un po’ ignoranti e poco sensibili, ma chissenefrega. Le differenze possono anche essere infinite, è il peso che gli diamo a contare. Mah.

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