Antiautoritarismo, Comunicazione, Pensieri Liberi, R-Esistenze, Ricerche&Analisi

La lenta costruzione dello stereotipo

Fabbrica di stereotipi non si nasce. Si diventa.

Comunicare segue flussi e onde. L’onda del web non differisce dagli umori che resistono in relazione ad altri media. Sono persone educate a fare, dire e pensare in un certo modo. Se tu non hai il potere di contrastare la cultura prevalente fatta di linguaggi e toni nazional popolari, dal basso dei tuoi media in miniatura, come sono i blog, sfrutti semplicemente l’onda e usi toni che ti fanno somigliare a Mussolini o alle presentatrici dei programmi trash pomeridiani della tv per dire cose completamente differenti.

Sul web vanno di grandi click e condivisioni testi che stimolano l’indignazione popolare, meglio, il linciaggio perché le due cose oramai sono un tutt’uno. Dunque che tu posti la notizia di un culo nudo in pubblicità o di un tale che ha scuoiato vivo un panda o di uno che ha abusato di una minorenne o di una tizia che ha mollato calci a un cane stimoli comunque l’ormone forcaiolo che richiede censura, “pena certa” (e più certa della morte non ce n’è) e ha pronto con se’ un cappio.

Ronde reali sulle strade e ronde virtuali non sono cosa differente. Le ronde virtuali partono da una accurata rassegna stampa alla ricerca della cosa che può indignare. Con l’indignazione si fanno tanti accessi e se hai un blog con spazi pubblicitari di indignazione puoi campare. Così si campa d’istigazione all’odio in generale e su quelle basi si costruisce popolarità. Fatta la rassegna delle news indignanti si producono post colmi di sorpresa e moralistica e pressappochista contemplazione.

Il linguaggio usato è mediamente quello di una presentatrice pomeridiana mediaset. Bisogna toccare le molle delle mamme, delle nonne, di voi care e cari a casa, perché ogni scarrafone è bello a mamma sua e l’espressione è una faccenda seria in questi casi. Crucciata ma come può crucciarsi zia Ciccina quando sa che la figlia del panettiere si è data alla macchia per sfuggire all’inseguimento di un pusher di lenzuola in lino ricamati a mano. Ma come… ella sfugge al corredo? E giù battute più o meno intelligenti per simulare una discussione pubblica in cui ciascun@ dice la sua e tutti dicono praticamente niente.

Finita con il dissezionamento del cadavere che si è scelto di offrire al pubblico, da bravi medici legali, si passa all’analisi con una abilità da fare impallidire Csi. Per cui si trovano prove e controprove per dimostrare che la notizia X c’entra con Y e poi si farà il collegamento con Z e a quel punto potremo dire che quella roba lì è un cagata senza se e senza ma.

In tutto questo traccheggiare non è possibile dimenticare di costruire qualche stereotipo perché ogni analisi che produca indignazione in qualche modo rafforza uno stereotipo corrente per tentare di demolirne un altro, o non ne mette in discussione nessuno e li rafforza tutti e anzi ne inventa qualcheduno in più.

Si passa facilmente dall’analisi sociologica al gossip come fosse niente per cui il singolo evento diventa la riprova che i culi nudi offendono la dignità di tutte, che i pubblicitari sono tutti sessisti, che le possessore di culi da denudare siano tutte di un certo tipo, gli scuoiatori di panda idem, gli uomini sono tutti abusatori e le donne sono tutte calciatrici di cani. Per alimentare le leggende e le generalizzazioni poi si fa attenzione a produrre una attenta ed accurata demonizzazione, talvolta involontaria, per cui l’analisi diventa una specie di Wanted da Far West con una taglia sulla testa del soggetto che è capitato sotto tiro. Il primo o la prima che l’abbatte vince una medaglia.

In tutto ciò si dimentica che questa cosa non la puoi fare impunemente per cui se citi caio e caio ti può querelare e se citi tizia può farlo pure lei. E lì non è che puoi invocare la libertà di espressione o cose simili perché fare “notizia” e “accessi” massacrando la reputazione altrui non è libertà di espressione ma è un’altra cosa. E’ un misto tra riviste di gossip e cronaca vera. E’ un obbrobrio culturale che produce fango. Sono fabbriche di fango e di stereotipi e quelle fabbriche non sono inchieste, non fanno notizia vera e non non è nulla di magnifico, imperdibile, sopraffino. Si tratta solo di immondizia come tanta sicuramente ne ho prodotta anch’io, ma è bene saperlo: l’immondizia è quella che fa audience e che rappresenta la maggioranza degli esempi di comunicazione corrente. Ed è un peccato averci un media così potente tra le mani e farci questa cosa. E’ un vero peccato…

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4 pensieri riguardo “La lenta costruzione dello stereotipo”

  1. Molto giusto. Tutte le vignette politiche che le mie incazzatissime amicizie mi postano, dopo un po’ diventano un vuoto rituale, uno sfogo impotente, una lagna “noi soffriamo e loro si ingrassano”. Mi viene da dire: smettiamola di soffrire e scendiamo in piazza. Facciamo cadere sto governo prima che ci lasci tutti in mutande, poliziotti compresi. Usiamo FB per organizzare la lotta.

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