Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Femministese, R-Esistenze, Violenza

Lessico e semantica dominante (antiviolenza) del femminismo autoritario

antireazionariE dei suoi tutori e manutentori.

Sacerdotesse e preti immaginano tutto un mondo in cui a coniugare un femminismo differente tu non sei femminista perché il femminismo per loro non è più a partire da se’ ma è diventato un dogma, una ideologia. Lessico e semantica che deve andare bene a tutte e processioni di sante che canonizzano altre auspicabili sante con venerandi preti che ode e ri-ode celebrano messa per dichiararsi mesti e tristi per il destino di queste donne affrante.

C’è la mia amica Lafra che ragiona di difficoltà a riappropriarsi dell’immagine, immaginario, essenza, presenza, considerazione per i propri corpi. Perché la cultura dominante ci fa percepire come negative. Anche quando siamo desiderate finisce che non ci piaciamo. Recuperare il piacersi autonomamente senza misurare l’autopercezione del se’ corporeo sugli occhi altrui è una cosa necessaria. Perché diversamente finisci con il percepirti secondo l’immagine esterna che ti viene rimandata indietro ed è una immagine condizionata e filtrata che ti rende insicura.

Io ragiono della necessità di riappropriarsi dell’autonarrazione, di quella cosa che si chiama autorappresentazione scrollandosi di dosso ogni grammo di mistificazione frutto di colonizzazione e violenza epistemologica. In questo mi aiuta molto anche il femminismo post-coloniale che dice tanto su quanto sia grave la violenza di codici di comunicazione imposti per definire i disagi delle donne altre. Figuriamoci poi se li impone non solo la femminista autoritaria di turno ma anche l’autonominato guardiano del santuario in odor di microfama.

L’autoppresentazione di corpi e menti, la condivisione di forme narrative che partono da se’, trovo che sia la traccia sottostante la campagna del Corpi Liberati contro la Violenza sulle Donne cui molte persone stanno dando vita su Femminismo a Sud. Una campagna dove la vittima si spoglia, anche se tutti/e la chiamano perciò puttana perché ha da essere santa, si spoglia e dichiara di essere sessuata avendo a fianco perfino uomini, altrettanto sessuati, nudi, perciò vulnerabili, e desiderabili. Diversamente dalle campagne in cui l’uomo è rappresentato come un orco in quanto “maschio” e la sacralità della vittima, sempre pesta, una specie di suora laica votata al martirio per legittimare tutrici e tutori, è inviolabile.

Rappresentare la violenza con il sano intento di recuperare valore di relazione, in senso antiautoritario, in cui è ribadita la scelta autodeterminata della donna di decidere momento, luogo, metodo e persona con e attraverso cui vivere la propria sessualità, spiazza inquisitrici e inquisitori medioevali che non colgono, innanzitutto loro, che la differenza tra violenza e consensualità, non sta affatto nell’allontanamento totale del “maschio” o dell’aspetto desiderante e desiderabile dei corpi femminili ma nella riaffermazione del principio di autodeterminazione di entrambi i soggetti, se si tratta di relazioni etero, la cui vita sessuale non può essere normata, ché loro, noi, non tolleriamo, non tollerano alcuna ingerenza normativa, in nome della lotta contro la violenza sulle donne.

La cosiddetta vittima si riappropria del – proprio – corpo, si sottrae alla santità, e si riappropria anche della narrazione che è un minimo più complessa di come la traducono i detrattori e le detrattrici di chi non segue i diktat del lessico e della semantica dominante. A questo proposito vorrei proseguire brevemente il ragionamento sulla codipendenza nei casi di violenza. Ed è bene che non confondiate quanto ho scritto sopra con ciò che racconto adesso perché la dipendenza di relazioni violente è una cosa della quale bisogna tenere conto per trovare disinneschi quando si pensa alla prevenzione e non c’entra con la fase successiva, quella in cui ci si riappropria della sessualità e si capisce perfettamente che l’altro da te non è un nemico.

Un seminario di psicologia mi confermava qualche giorno fa che nelle relazioni si diventa interdipendenti, perfino i modi di pensare cambiano e i cervelli producono suggestioni simbiotiche difficili da scindere. Figuriamoci quando ci sono di mezzo anche relazioni fisiche e chimiche che ti producono anche crisi di astinenza.

Ho analizzato negli anni tanti casi in cui le donne muoiono e i loro assassini poi si suicidano. Due vite spezzate, i figli, le famiglie frantumate. Nella maggior parte dei casi lei viene uccisa, lui si suicida, dopo che si sono incontrati, spesso di nascosto, qualche volta alla luce del sole ma comunque in situazioni isolate. E non c’è logica se ci pensate bene. Perché mai una donna dovrebbe incontrare un uomo che l’ha perseguitata, è stato a volte denunciato per stalking, dal quale si è separata e che, per sua stessa dichiarazione, la malmenava? Alcune risposte le trovate in giro se volete leggerle. Altre ve le posso dare io con umiltà. Sempre che non arrivino sacerdotesse e preti che non tollerano nudità né fisiche né emotive e che con un “puttana” (metaforico) ti liquidano in nome di una presunta verità dogmatica superiore.

Quando non ci si riesce a liberare da un legame c’è una dipendenza. Una specie di rapporto disfunzionale in cui il conflitto, o come dice una del mestiere, una psicologa, “lacerazioni e giochi di ruolo alternati, dalla vittima al carnefice al soccorritore, che minano l’armonia di coppia anche senza violenza fisica” sono la prassi. Chi si occupa in modo concreto di violenza sulle donne, almeno spero, dovrebbe sapere bene che le donne soccorse compiono una coazione a ripetere, vittime di persone violente e poi, tornano con quelle stesse persone o ripetono il copione e intrecciano relazioni con altre dello stesso tipo.

La violenza deriva da un innesco che può determinarsi in talune circostanze e in presenza di alcune persone. Due individui che singolarmente o con altri/e partner sono assolutamente sereni, o quasi, se si incontrano tra loro può scaturire quella forma di relazione morbosa, esplosiva, che non ha nulla di dicotomico ma è complessa e si tradurrà in una violenza. In questo senso si parla di corresponsabilità perché entrambi, se la vogliamo sintetizzare così, rinunciando ad una semplicistica e legalitaria/canonizzante/forcaiola dicotomia vittima/carnefice, hanno voluto/cercato l’altro/a.

Per chi dunque non ha individuato quelle particolari forme di innesco e le ragioni per cui ci si sente attratti/e da un certo tipo di persone e non da altre è molto difficile non tornare a compiere gli stessi errori a meno che non si rinuncia proprio ad avere relazioni.

Tornando alla domanda iniziale: Perché mai una donna dovrebbe incontrare un uomo che l’ha perseguitata, è stato a volte denunciato per stalking, dal quale si è separata e che forse la malmenava? Perché era stretta tra due mondi pieni d’ansia autoritaria e tutoriale, uno che mette in galera lui, per punirlo, e l’altro che mette in galera lei, per salvarla, ed è per questo, o tradotto in linguaggio semplice, per non deludere, non fare una figura di merda, non confessare la propria dipendenza, che lei vedrà di nascosto colui che prima di suicidarsi la ucciderà. Se non si vergognassero, se non esistesse un lessico e una semantica imposta, se si lasciasse spazio all’autodeterminazione, se non si medicalizzasse o istituzionalizzasse la dipendenza – reciproca – che si realizza in questo genere di relazioni forse si rintraccerebbero dei disinneschi differenti e reali.

Lo sanno i nonni, i padri, le nonne e le mamme: se tua figlia ti racconta che lui le ha dato una sberla e le proibite di vederlo, lei, innanzitutto, cosa farà?

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