Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Violenza

Violenza è codipendenza

Il dolore è liquido. Se spremi due corpi ne ottieni in quantità. Ci puoi irrigare i campi. Li semini e dal dolore nasce altro dolore.

Il dolore è vita. Se soffri tu sei viv@. Ci sono anime che ne cercano e lo provocano per resuscitare, per scuotersi dal torpore, per godere di emozioni, almeno una. Solo una.

Se soffro esisto, sembrano dirti, e vivono così, del tutto sanguinanti, giustificando il gesto che ripara ogni cura, lamentando guarigioni troppo frettolose, rinunciando ad ogni soccorso. Contemplano l’autogestione del proprio dolore, fallimentare e per nulla autonoma, in genere, perché è egoista e implica il coinvolgimento attivo e la cura da parte di chi non è detto poi abbia così voglia di farsi coinvolgere. La cura dei/delle r-esistenti addolorati/e è portatrice di sensi di colpa se non la contempli tra le tue personali necessità. Ma questa è un’altra storia.

La sofferenza è uno stato vitale, d’esistenza, dunque, ed è così che spieghi perché mai in qualche caso chi soffre non ti presterà mai ascolto, non vorrà “guarire”, perché a parte medicalizzare, istituzionalizzare il suo dolore tu non ascolti e non capisci. Quel che ti viene chiesto è convivere con l’abbruttimento, frustrazione, la lucida litanìa della perdita di se’, fuori controllo.

Immaginate cosa deve essere un dolore a due, dove la coppia esiste in co-dipendenza. Dove gli incastri sono perfetti. Lui cerca una che goda dell’imposizione di passioni cicliche, altalenanti, esplosive. Lei ne è attratta e ne ha paura allo stesso tempo. Lui impone dolore e odore e lei si eccita all’odore ma teme il dolore.

Sono due creature informi che si riattivano della reciproca esistenza. Si fiutano l’un l’altr@ e si feriscono, l’un@ con la totalizzante presenza e l’altr@, forse, con la persistente indifferenza. Il caldo e il freddo, altalenanti, non mi ferire, feriscimi, perché il dolore è vita, perché io voglio vivere, perché ho paura di vivere.

Il dolore a due è una danza, il cui ritmo cresce, gioisce, scivola, muore, rinasce e ricresce.  La violenza è parte di tutto questo. Perché la passione non è mai piatta. Provate a chiedere alle donne che sono sopravvissute alla violenza se quell’amore dipendente l’hanno più provato, se l’hanno archiviato con facilità, se la loro carne è viva o se è sopita. Se la violenza sia un dolore o una necessità.

Uscire fuori dalla violenza è riappropriarsi della passione liberandola dalla violenza. E’ guardare a tutto l’insieme senza negare la complessità. E’ giudicare il proprio vissuto e il suo con la serena consapevolezza che tu eri parte attiva di quel percorso.

Diversamente tu sarai sempre quella che partecipa a quelli che vengono chiamati “cicli della violenza” in cui oggi lo ami, domani litighi, dopodomani lui ti fa del male e tu lo denunci, il giorno dopo lui ti chiede scusa e tu ti senti forte, e l’altro ancora godi di un potere fittizio che ti deriva dal pensiero sciocco di avere tutto sotto controllo.

Se capisci che quella è la dinamica che ti sta accadendo, se la tua relazione presenta questo tratto morboso, allora ci sei dentro, sei parte attiva del dolore, lo crei, lo infliggi, lo subisci. Lui soffre per te. Tu soffri per lui. Tu hai dei limiti, non puoi immaginarti con tanti deliri di onnipotenza. Sei umana e hai due strade davanti a te, come avviene per ogni droga possibile, penso, perché di droga stiamo parlando, che ti produce dipendenza, che ti fa soffrire d’astinenza, che ti fa fare cose sciocche e ti impedisce di pensare.

Due strade: la prima è quella che ti porta a vivere passioni forti, viscerali, a carne viva, fiamme che ti scorrono nelle vene, roba che brucia e ti consuma, che non ti lascia tempo ed energia per fare altro. E’ dolore puro, è l’anima che si frantuma, è l’orgasmo fatto di mille gemiti al quale segue il calore di quelle stesse mani che ti fanno a pezzi, poi ti riprendono, poi ti distruggono, ancora. E’ possesso, sei mio, sei sua, e lui lo sa, lo sente, e non ti molla fino a che non è chiaro che ogni filo dipendente è sciolto. Perché quando lui ti insegue sebbene tu gli dica no lui sa che il tuo silenzio, quello che lo ferisce, è finto. Intercetta i tuoi dubbi, sei ancora in suo potere, sotto il suo controllo, perché tu stai combattendo. Dici di no ma stai resistendo ad una dipendenza ed è difficile, cazzo quanto lo è.

Lo stalking, secondo Marina Terragni, lo risolvi con la galera. Parla di custodia cautelare alla denuncia. E a parte la delirante possibilità di rinchiudere la gente sulla base di una denuncia, che potrebbe essere falsa, immaginando lei si riferisca agli stalker di sesso maschile perché non mi aspetto che chieda la stessa intransigenza per quelle di sesso femminile, a parte che se ne va a farsi friggere quel minimo di garantismo che rimane sotto i colpi di un autoritarismo che arriva sempre più convinto e devastante per via della  “emergenza” sulla violenza sulle donne seguita sempre da proposte liberticide che realizzano un regime repressivo che non previene e non risolve niente, a parte questo, dicevo, mi chiedo chi o cosa lei intenda mettere in galera.

Vuol mettere in galera le passioni? La dipendenza? Le decisioni prese oggi e poi tirate indietro all’indomani? Vuol mettere in galera entrambi, allora, ed è così che in effetti avviene. Lui in carcere col marchio del carnefice e lei in carcere, sotto sorveglianza, presso centri, case, luoghi finti laici, col marchio della vittima. Al primo scappa ogni libertà e alla seconda pure. La libertà di autodeterminazione di un percorso per il quale tenta aggiustamenti, parlando e riparlando, in questi incontri a stanze o auto chiuse, che finiscono talvolta con cadaveri e sangue e in altre occasioni con riappacificazioni che ridanno fiato a quel dolore. Sempre lo stesso.

Chi metterà in galera? Un drogato? Una drogata? Vediamo di capirci perché se non la dico così non so se è chiaro. Ci vuole tempo perché una persona coinvolta in una violenza decostruisca i passaggi della propria vicenda e impari a disinnescare. Il disinnesco è l’arma perché l’arresto è come alzare la posta. Rinchiudi un drogato in una cella e quando esce per prima cosa che farà? Rinchiudi una drogata in un luogo protetto. Per prima cosa che farà?

I drogati pensano di avere il controllo di se’. Va tutto bene, sono in grado di poterne uscire. Ce la farò. Ancora una volta, solo una. Ma basta una e ci ricaschi. Lo sa chi esce dalla violenza che l’odore di quella situazione può eccitare, può coinvolgerti così come per altre l’odore del dolore ti fa dire basta, se l’hai elaborata a sufficienza dentro te. Ma in tutto questo la medicalizzazione, l’istituzionalizzazione e la repressione non c’entrano proprio nulla.

Io so una cosa di sicuro: che chi non ha vissuto violenze e non ne è uscit@ non dovrebbe proporre leggi né immaginare soluzioni. Non sono assolutamente in grado e quello che producono è inutile e rischioso.

La legge sullo stalking non ha risolto nulla e in più ha alimentato o esacerbato conflitti. Le persone coinvolte in quell’intreccio morboso, se non si tratta di una attenzione a senso unico, della mania di un folle che si è fissato con la famosa attrice o la popolare show girl senza averla mai neppure conosciuta, dovrebbero essere coinvolte in percorsi che ridiano loro altre prospettive.

La vita la vinci con altra vita. Del dolore impari a farne a meno se trovi altre forme per veicolare e dirigere la tua passione. Se godi attraverso altro. Servono prospettive e non prigioni. Serve una terapia sociale che impari a determinare successi personali dove esistono solo sconfitte. Servono luoghi in cui queste persone possano studiare, lavorare, vivere, imparare, ricominciare, perfino amare.

So che nessuno ascolterà o che qualcuno dirà addirittura che quel che dico corrisponde alla follia, ma io lo dico ugualmente perché lo penso e perché sono certa che i cadaveri, gli uomini che uccidono, non li risolvi né punendoli, né stigmatizzandoli senza guardarne la complessità. Bisogna salvare lui per salvare lei. Bisogna salvare lei per salvare lui. Se non li salvi entrambi non salvi proprio nessuno.

6 pensieri riguardo “Violenza è codipendenza”

  1. Ehm, questo post è talmente profondo che va oltre la questione di genere e i maltrattamenti, ma analizzando in maniera sintetica un modo di pensare che dura da più di 2000 anni, va alla radice della violenza morale stessa.
    Il pensiero cosidetto “giudaico-cristiano”, che si fonda appunto sul dolore e sulla passione come unico status d’esistenza vero, che infetta le menti delle persone e fa sentire loro la necessità di coinvolgere tutti gli altri in questo dolore e in questa violenza. Tale violenza si auto-alimenta creando da sé i presupposti per esistere e poi si auto-espia moralmente con punizioni passionali che generano altra sofferenza che serve solo a continuare ad alimentare il circolo vizioso.
    A questo meccanismo dobbiamo tutte le follie, i linciaggi, le inquisizioni e gli spargimenti di sangue che ci sono stati negli ultimi due millenni.
    Non c’entrano niente cristianesimo o islam, non c’entra niente la religione, è lo schema di pensiero che hai sintetizzato alla perfezione il motivo di tutto.
    L’hanno chiamata l’era della fede, e forse ne stiamo uscendo, speriamo bene va.

  2. e ad un tratto mi rivedo 5 anni fa. con la carne a pezzi, ma calda, bollente, viva e straziata dalla necessità di salvarsi. per questo a volte è oggi la politica a darmi dipendenze, dolori, ansie, perché imbarcarsi in una passione per salvarsi da un’altra non è mai una scelta leggera. quello che ci può aiutare è essere tenaci nel cercare di raccontarsi con onestà alle persone per non costruire nuove dipendenze. ma è dura eh. e tu lo sai bene…

  3. La codipendenza è una malattia. Il codipendente è come contagiato dal violento/a. “Provate a chiedere alle donne che sono sopravvissute alla violenza” si, provate a chiedere a quelle che si sono salvate per davvero, quelle che hanno la fortuna di avere vicino persone forti che riescono a strapparle fuori da questa buia malattia, perchè da sole non posso sopravvivere alla violenza! Anima e corpo straziati dalla paura, dall’angoscia, dai lividi…non potete parlare di passione. Non esiste passione e/o sentimento nella violenza. No! Ve lo assicuro.
    Chi provoca violenza deve andare in galera e seguire un LUNGO percorso di ricostruzione.
    Chi subisce violenza deve riappropriarsi della sua vita!!!

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