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Puttana si nasce o si diventa?

Puttana, troia, zoccola, sono termini d’uso comune. C’entrano poco con il mestiere in se’. Indicano più spesso un comportamento che in qualche modo turba la morale, indispettisce il singolo o la singola, non rispetta la norma imposta. Sono termini che censurano la sessualità delle donne, perché di donne si tratta, spero me lo concederete, dato che non ci sono termini equivalenti al maschile. Il giudizio che ricade su una donna che agisce inappropriatamente e senza rispetto per le convenzioni sociali è uno stigma sociale che la insegue fin dall’adolescenza.

La prima volta che mi sono sentita chiamare “puttana” quanti anni potevo avere? Forse 12 e credo di essere stata baciata dalla fortuna perché il contesto era ancora sobrio. Ma lo avevo sentito dire contro molte e non dalla bocca di un uomo ma più spesso di una donna. Mia madre non osava, non l’ha mai fatto. Ma le vicine, apriti cielo, furono loro che prima davano della zoccola alla creatura undicenne figlia dell’ambulante, ché poi a monte c’è pure un pregiudizio che discrimina la classe, perché sei povera, ergo tamarra, ergo pompinara anche a 11 anni.

Le stesse vicine poi lo dissero a me, perché osavo camminare con un compagno di scuola in piena luce del giorno, sotto gli occhi vigili del quartiere. Andarono a dirlo a mio padre, lui si arrabbiò e mi diede una sberla il cui senso era chiaro. Lo era per me. Evita di uccidere l’onore, di farmi fare la figura di quello che non sorveglia le sue figlie, mentre mia madre si assicurava di dimostrare che io stavo crescendo bene. Per punizione dovetti passare la cera ai pavimenti, spazzare e ripulire e trullallero e trullallà avere un atteggiamento consono ché si dicesse che l’allevamento in casa mia procedeva alla grande. A momenti potevo fare un uovo ed ero pronta per la scanna natalizia.

Poveri amori miei, babbo e la mamma, che agivano di conseguenza, armati com’erano di buone intenzioni a salvaguardia della mia vita e del mio prezioso futuro. Perché ho capito, si, e li ho sempre amati alla follia, ma se a vent’anni e passa non avessimo affrontato l’argomento per dire loro che erano schiavi di una logica perversa che in fondo li voleva manipolati e mai liberi di decidere come educare le loro figlie non so se li stimerei ancora.

Ma a parte questo, dicevo, con tutto il gran rispetto per quei genitori umani e pieni di contraddizioni come lo sono tutti, quei termini erano e sono ancora usati per limitare scelte e sessualità. L’uso del corpo rientra in questi parametri di giudizio. Guarda com’è pulla quella là, come ancheggia, come ride e il pulleggiamento qui sta per vanità, forse, seduzione, civetteria direbbe qualcun@, uso del corpo per conquistare e dunque c’è un giudizio a monte. Sei pulla se mostri di essere sessuata e hai l’iniziativa. Pulla non sei se tieni gli occhi bassi, non ancheggi, non attrai, se ti metti un burqa è meglio. E questo è un giudizio che deriva da cultura patriarcale perché di là c’è chi vuole il controllo della seduzione o in ogni caso non ti rispetta mentre tu seduci e quel non rispetto diventa disprezzo, perché di te bisogna dire che sei vergine, pulita, candida e pura e che lui ti piglia e possibilmente tu resisti e dici no prima di dire si.

Oggi è frequente l’uso di quei termini per definire comportamenti incattiviti, a volte perfidi, e non si sceglie di parlare di stronzaggine, perfidia, ma si punta sempre sullo stigma sessuato. Tu perfida e dunque pulla. Tu stronza e dunque zoccola. Anche se la zoccolitudine non c’entra nulla.

Andiamo a monte: dicesi prostituta colei la quale offre servizi sessuali a pagamento. I pagamenti, nel gergo comune, possono avvenire in molte forme.

Puttana è colei che fa un pompino o dà la fika per ottenere qualche cosa in cambio. E questo prescinde dal mestiere in se’. C’entra con il dare/avere implicito di ogni transazione. C’entra con la negoziazione che esiste anche nelle relazioni. C’entra con l’uso che del corpo fa una donna che è addestrata a pensare che il corpo sia un mezzo per vincolare ad un desiderio un altro corpo dipendente. C’entra con la potenza che quel corpo esprime e con la modalità sprezzante con cui si liquida l’idiota con gli occhi desideranti e languidi che ti guarda come fossi una caramella e non può fare altro che dipendere da un tuo si o un no.

Bisogna dirlo però che è un po’ una cazzata questa cosa che noi abbiamo un potere perché ci viene detta da chi pensa addirittura che la gestione del nostro corpo non ci appartenga, come fosse una specie di appropriazione indebita di corpo che dovrebbe stare nella disponibilità di passanti, amanti, persone, compratori. Lo stupro viene da quella mentalità e viene anche dall’ipocrisia che si esprime quando si ritiene che un corpo debba essere soggetto alla scelta altrui in generale, a partire da chi lo vuole “salvare” o da chi vuole imporre convenzioni sociali entro cui quel corpo debba essere consegnato.

Esercitare per esempio una scelta nella consegna temporanea di un corpo ha un prezzo, per noi, ce l’ha da secoli. E quel prezzo, checché se ne dica, non è quello che fissano le donne quando stabiliscono che il dare avere debba essere regolato da un equo scambio.

Perché, così per assurdo, è tanto più libera una donna che fissa il suo prezzo e lo fa senza vergogna che una che – come cultura ottocentesca insegna – invece gioca in modo ambiguo prendendo quel che può nei momenti di bisogno ma senza mai compromettersi per davvero o addirittura ricavando un riconoscimento sociale dalla scelta di darsi in esclusiva ad uno solo.

Che altro è il matrimonio se non un contratto, un atto d’acquisto e appartenenza, in cui puoi – anche – fare la puttana ma senza subirne le conseguenze sociali. Di più: sei una puttana riproduttiva e dunque sei l’unica puttana indiscutibilmente autorizzata a generare prole e a crescerla secondo gli stessi criteri di giudizio.

So che è un tabù difficile da trattare e anche difficile da concepire ma vi sono unioni fatte di reciprocità e unioni in cui la convenienza è l’obiettivo. Non era cultura familista quella in cui un padre e una madre addestravano la figlia ad essere la futura moglie di un buon partito perché ella non dovesse avere problemi, mai, economici, nella vita? E da lì in poi ci sono tanti modi da analizzare attraverso i quali avveniva lo scambio sessuoeconomico tra donne e uomini.

Purché non fosse esplicito perché l’esplicitazione dello scambio, per dire, oggi, nel mantenimento a vita della ex moglie, non più addestrata a beccare il buon partito quanto piuttosto a trovarsi un lavoro, con la contraddizione di cercare l’autonomia economica e di far sopravvivere un modello che è anacronistico e quell’autonomia l’offende, con l’obbligo paradossale per lui di farle mantenere lo stesso “tenore” di vita che ella aveva durante il coniugio, conserva zone di liceità nel caso in cui si tratti ancora di puttana in esclusiva che ha prodotto prole, come dovesse avere una pensione per la produzione fornita la quale pensione, più che giusta, però sia a carico dell’ex e non di chi ha sistemato il welfare in modo tale che le donne abbiano ancora ruolo da psicofarmaci sociali, pullaggine inclusa, da riproduzione e cura.

Poi c’è l’esplicitazione che non ha alcuna liceità e spesso ad opporvisi sono proprio le donne e i suoi tutori, i difensori delle vulve, in difesa della morale, del decoro e della dignità della donne, ed è quella in cui alla prestazione corrisponde un pagamento, equo, chiaro, che non è a vita ma rimane per il tempo in cui è stata effettuata quella prestazione, con uno stigma che ovviamente ricade sulla prostituta e sul cliente.

La prostituzione, quella riconosciuta in quanto tale, è fatta di tanti tipi, dunque, e non è che la conseguenza di una cultura che insiste in varie forme e che insegna a donne e uomini che, nelle società sessuofobiche, quello sia l’unico modo di relazionarsi senza vincoli in cui comunque un uomo trova sesso, comprensione, affetto, cura che altrimenti non avrebbe o non saprebbe come ottenere.

E il problema esisteva prima, quando si stabiliva che alla moglie potevi far fare tutto, ma giammai poteva rompere il patto di santità facendoti un pompino, ed esiste adesso che la moglie quel pompino te lo fa ma che in ogni caso può scegliere di non fartelo perché c’è di mezzo il suo legittimo piacere, può pretendere di essere ricambiata o può esigere un pagamento più salato di una fellatio take away.

Non so se oggi esiste qualcuno che ancora si sposa una donna o ci si fidanza per avere una fellatio, un rapporto sessuale o cosa, ma so che queste discussioni se non affrontate innanzitutto da me, da noi, mettono in circolo tanta di quella misoginia che è difficile poi inserirvisi e discuterne con serenità.

In tante discussioni di femministe & affini il vincolo è la libertà di scelta. Chi si prostituisce è davvero libera di scegliere? Lo fa perché le piace? E le vittime di tratta? E chi sono queste che chiedono il diritto di prostituirsi e di pagarci pure le tasse? E come si fa a sostenere un discorso del genere se si difende il diritto alla libera scelta delle donne?

E ancora le donne diventano un soggetto astratto perché chi parla spesso non vuole neppure stare ad ascoltare chi quel mestiere lo fa ed esistono quelle che dicono di essere sfruttate ed è giusto aiutarle a uscirne fuori ma poi esistono quelle che invece lo fanno per scelta e a loro viene negato il diritto di dirlo, dichiararlo, perché sono pericolose e minano alla base un discorso sul quale si fondano le relazioni sociali – più spesso etero – nell’intero mondo.

Mi chiedo, a questo punto, se il problema non sia un altro. Se le donne che dicono di prostituirsi per scelta vengono così duramente ostacolate non è perché giusto loro fanno traballare tutto un sistema culturalmente patriarcale sul quale basano il proprio potere tutori, tutrici, istituti gestiti e scritti in modo anacronistico come il matrimonio, l’intero welfare?

Se le donne ad un certo punto e in modo aperto appaiono in televisione e osano dire che il loro mestiere è fare la escort qual è il rischio? La dignità delle donne come violentemente un coro di patriarchi e matrone hanno urlato o il fatto che viene meno la rassicurante figura di donna che non fissa il proprio prezzo ma si fa comunque mantenere, ricacciata in casa da un welfare che la vuole ad ammortizzare, riprodursi e curare?

Non è forse il meccanismo che spinge a fare una distinzione tra le migranti prostitute e le badanti? Entrambe compiono un lavoro di cura ma le prime non si coniugano con il concetto di famiglia e non servono da ammortizzatrici sociali. Traggono profitto dall’esigenze sessuali e affettive altrui senza piegarsi ad altre schiavitù.

Chi è più libera? Una che vende un servizio sessuale e poi si gode quei soldi come vuole lei o una che vende comunque servizio sessuale, in più si riproduce, cura figli e l’uomo al quale si è venduta, gli anziani eccetera?

Chi tra le due è più produttiva per l’economia capitalista? La puttana autogestita o l’ammortizzatrice sociale – aggratis – vivente?

—>>>Una discussione in tempi non sospetti su Fas e alcuni report dall’ultimo FemBlogCamp sullo stesso tema [1] [Alla fine del post trovate i link per ogni argomento incluso quello di cui sto parlando]

vendifika

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Comments

  1. C’è indubbiamente un passo avanti da fare nel senso morale comune. Penso che il punto stia nel capire che ognuno ha una sessualità, che il sesso non ha nulla di peccaminoso o animale inteso come bestiale e dunque degradante, e che dunque può essere mediato attraverso il denaro o altre forme di scambio. C’è un fumetto, Io le pago di Chester Brown in proposito. Per cui la “puttaneità” deve essere destituita della sua accezione negativa e essere considerata come l’altruismo o qualsiasi altro sentimento o comportamento umano, che appartergono a tutti.

    Penso che le obiezioni dipendano dalla difficoltà di accettare il fatto che un rapporto sessuale mediato dal denaro sia moralmente equivalente a un qualsiasi rapporto sessuale, e che la vera differenza sta nella consensualità. Almeno per la maggior parte delle persone.

    Però non si può neanche pensare che scopare sia la stessa cosa che lavorare. Non lo pensa praticamente nessuno e non lo “sente” quasi nessuno così come non è la stessa cosa uccidere un uomo o un animale, per il nostro senso morale, aldilà delle convinzioni etiche.

    Cmq da ragazzino chiamavo per scherzo “zoccola” una compagna delle medie, poi un suo amico mi disse che le dispiaceva e mi sentii male.

  2. il mio argomento a favore della specificità del lavoro sessuale rispetto ad altri lavori è la specificità dell’innervazione dei tessuti coinvolti rispetto al resto del corpo.
    Una boutade? non necessariamente.

    E non credo, no, che la libera scelta di prostituirsi faccia traballare l’ordine patriarcale, trattandosi sempre di un tassello di quell’ordine, di un ruolo da quell’ordine disegnato. Finché riproduciamo una contrapposizione binaria, anche sovvertita, per me si rimane in gabbia.

    Ma in tutto questo post, mi chiedo, che ne è della considerazione per la soggettività e “il libero arbitrio sentimentale” delle donne che scelgono di sposarsi e riprodursi? Capisco la reazione ad un pensiero stigmatizzante, ma non condivido l’atteggiamento speculare.

    E se si provasse, per reazione, a pensare fuori dalla contrapposizione dei ruoli e dagli stessi ruoli pre-determinati? questo mi sembra un terreno in cui di abbattere i muri ci sarebbe particolarmente bisogno.

    • Ovvio che l’autodeterminazione vale anche per quelle donne che vogliono sposarsi e riprodursi. ma mi pare che quei ruoli siano più che tutelati e che siano una cappa che in realtà imprigiona ogni altra scelta.
      Pensare fuori dalla contrapposizione dei ruoli, certo, sono d’accordo. Per me vale l’autodeterminazione. Al momento viene riconosciuta quella, sedicente tale, di chi si sposa e fa figli e non quella di chi fa altro.
      Anzi di più: si dice che chi fa altro non sia realmente autodeterminata, si dubita della sua capacità di intendere e volere, si dice che sia schiava o comunque condizionata e manipolata, quasi una minorata, si nega possa avere altro desiderio fuorché quello di avere una relazione, in forma politically correct, anche lesbo o gay, ma monogama e con figli. Con tutte le contraddizioni che ci sono in questi ragionamenti il pensiero è normato e normalizzante ed è utile al capitale e alla cultura patriarcale. Io sono convinta di questo. 🙂

  3. Mi lascia molto perplessa e sconcertata questa “santificazione” pseudo-libertaria della “prostituta” per SCELTA! Donna vista come “emblema” di emancipazione e donna affrancata da ancestrali forme di dipendenza. Dal mio punto di vista, la “prostituta-per-scelta” rientra nella stessa categoria sociale di donna dipendente e schiava, esattamente come la vittima di tratta e la brava madre di famiglia-cattolica ed ammortizzatrice sociale (per me non c’è alcuna differenza). Lo schema è identico, il tutto rientra in una “trattativa”, in uno SCAMBIO DI MERCI e PRESTAZIONE. Chi ha detto che la prostituta “per-scelta” sia “per-definizione” più “liberata” della casalinga-ammortizzatrice sociale? Chi stabilisce che le “trattative” sociali ed economiche svolte da una prostituta-per-scelta siano più convenienti dalle trattative svolte da una casalinga monogama, ammortizzatrice-sociale e magari “cattolica”? La casalinga dandosi ad un solo uomo (oltre alle donne che si sposano per interesse, vi sono anche quello che lo fanno per amore: ma qui non stiamo a discutere di questo) ottiene, comunque, un mantenimento a vita, una pensione, un “focolare”, l’ amore e l’ attenzione di figli, parenti ed amici. Certo, la casalinga accudisce bambini, anziani e malati gratuitamente (e questo non è giusto e non lo approvo!) ma è anche artefice di una “rete-sociale” e familiare che, per molti aspetti, la consola e la protegge (oltre che a godere di una legittimità sociale di cui non goderà mai la prostituta). Chi può dire quale delle due scelte “contrattuali” sia più conveniente per una donna? Qui, in questo blog, ho anche la sensazione che si tenda ad “idealizzare” la prostituzione o, meglio, ho la sensazione che se ne parli in maniera ESTREMAMENTE “ASTRATTA” ed “IDEALIZZATA” (quasi fosse un’ entità “mitica”). Mentre, a me risulta (e mi riferisco alle ricerche ed inchieste condotte dalla Polizia, dal Ministero dell’ Interno, dall’ ONU e da varie ONLUS laiche e cattoliche) che la prostituzione sia una realtà estremamente AMBIGUA, contraddittoria e complessa. Mi spiegherò meglio: la prostituta NON è MAI completamente libera ed autoderminata (nemmeno le ESCORT, tantomeno le ACCOMPAGNATRICI di LUSSO). Nella peggiore delle ipotesi si è vittime di tratta, perciò picchiate, stuprate, seviziate, ricattate, etc. E, in questo caso, i CLIENTI SONO DEI CRIMINALI ALMENO QUANTO I TRAFFICANTI: perchè con il loro denaro oleano ed incoraggiano la tratta e le associazioni criminali che lucrano su ciò (e qui sarei per una totale perseguibilità di clienti: ben vengano arresti, multe, lettere a casa con foto che possano leggere le mogli, etc.). Nelle migliori delle ipotesi (e qui parlo delle “liberate” prostitute di lusso: quelle ultra-pagate ed ultra-viziate) si lavora per AGENZIE, NIGHT-CLUB, CASE CHIUSE (nei fatti si tratta di case-chiuse) mascherate ed occultate da nomi s-vianti come “locali privè” o, addirittura, Associazioni Culturali. Ebbene, la escort di lusso versa SEMPRE una percentuale dei suoi “introiti” (spesso percentuali piuttosto alte ed onerose) ai padroni ed ai “manutentori” di questi locali. Le “escort” sono donne così “emancipate” e “liberate” che oltre ad avere un LIMITE DI ETà (mentre badanti, baby-sitter ed infermiere non hanno veri e propri limiti di età), spesso e volentieri, (al contrio di quello che si afferma in questo blog) NON POSSONO RIUFIUTARE ALCUNI CLIENTI (sopratutto se ministri o imprenditori miliardari). O, meglio, FORMALMENTE possono riufiutare alcuni clienti, PENA, però, il LICENZIAMENTO (o altre forme di ricatto). Ricordiamoci anche che si tratta di una categoria di “lavoratrici” non riconosciuta: che, spesso, lavora a nero o, nelle migliori delle ipotesi, con contratti-capestro estremamente precari (quando si tratta, ad esempio, di agenzie per Escort).
    Secondo i dati ed i risultati rilevati dal Progetto Roxane sulla prostituzione si evince una caratterizzazione multipla, variegata e particolarmente mutante nel tempo. “Le caratteristiche dei diversi segmenti che lo compongono (sesso, età e nazionalità), la loro composizione quantitativa e qualitativa, i luoghi e gli spazi dell’esercizio prostituzionale (in strada, in bordelli ufficiali o informali, in locali a “luci rosse”, eccetera), la presenza o meno di forme di autonomia ed indipendenza da parte delle donne coinvolte contribuiscono a dare al fenomeno una configurazione piuttosto complessa ed articolata” affermano Francesco Carchedi e Vittoria Tola nella Relazione di Sintesi della Ricerca-azione. Esiste, quindi, una molteplicità di prostituzioni. “Questa complessità – e le contraddizioni che da essa scaturiscono – permane come una difficoltà di comprensione del fenomeno nella sua totalità e come una difficoltà (quasi strutturale) – sia in ambito italiano che in ambito europeo – che riesce a condizionare direttamente le soluzioni differenti legislative che man mano si vanno elaborando e conseguentemente le politiche sociali e territoriali finalizzate a comprenderlo e nel comprenderlo a governarlo”.
    Nell’Unione Europea il quadro normativo e le politiche sociali sono molto eterogenee: si alternano posizioni proibizioniste, abolizioniste e neo-regolamentariste che oppongono la negazione totale del fenomeno e il rigido controllo sociale. “Proibire la prostituzione vuol dire non riconoscerla come fenomeno sociale ma solo come fenomeno delinquenziale, come una forma perniciosa di devianza sia per quante/i la praticano sia per quanti l’acquistano sia per quanti la sfruttano. Gli attori che danno vita al fenomeno – donne, clienti e magnaccia – sono considerati alla stessa maniera, ma anche nel regolamentarismo più efficace si viene a creare un ‘mercato grigio del sesso’ a metà strada tra quello regolamentato e quello spontaneo. Inoltre la gestione della rete di case di appuntamento, i controlli di polizia e quelli sanitari diventano altamente costosi e inefficaci” (http://www.noidonne.org/articolo.php?ID=01752). Ne consegue che la realtà della prostituzione è talmente AMBIGUA che, in tutti i casi, persino nella regioni dove si ha una COMPLESSA e COMPLETA REGOLAMENTAZIONE si verificano, comunque, casi di violenza e sfruttamento. Credo che una “femminista-lucida” e realista debba guardarsi bene dall’ idealizzare questo mondo e questa realtà.

    • Il punto è che nessuno può stabilirlo se non la persona che le accetta, che contratta.
      Oltre al fatto che una moglie può anche prostituirsi per guadagnare dei soldi e una prostituta ha una rete di amicizie e famigliare tale e quale a chi non si prostituisce. Questa rete le viene sottrtta con la forza nel momento in cui la sua attività, che non è altro che il suo modo di vivere nel patriarcato, così come ci sono altri modi di vivere nel patriarcato, viene criminalizzata, e quindi viene arrestata, trascinata in galera, invece di trascinarci gli sfruttatori, oppure in un maledettissimo cie, solo perchè s’è spostata da una situazione di merda nel suo paese natio e l’unica cosa che ha trovato qui è stato il marciapiede e allora s’è detta: nonconosco bene la lingua, non ho conosco bene la gente, adesso mi faccio un paiodi anni così e poi emigro verso paesi più civili. E’ nel momento in cui si fa una distinzione di qualità umana tra prostituta e resto del genere femminile, come se non fosse una donna pure lei, che si sta facendo violenza contro le donne. Che poi parlaimo ovviamente di donne nate femmini e edi donen trans, che si trovano in posizioni ancora più subordinate. Non mi è ancora capitato di vedere una trans allo sportello della posta, per esempio.
      Non è una questione di santificare le prostitute o di indurre tutte le donne a sciegliere la prostituzione perché è molto “glamour”, è credere di combattere la violenza sulle donne, usando toni da santa inquisizione o pieni di pietà, gli stessi toni usati contro chi abortisce, mantenendo in piedi gli stessi identici meccanismi per cui siamo tutte minori minorate, chi fa così non sta facendo niente di femminista, sta aiutando il patriarcato a mantenere viva e vegeta quella separazione in categorie contrapposte (ma complementari) che gli è tanto utile.
      Il mercato nero e grigio del sesso rappresentano una gravissima violazione dei diritti umani, ma non meno e non di più delle gravissime violazioni dei diritti umani a Rosarno o in una fabbrica cinese (che dire così continua a rimarcare lo stereotipo che in Cina ci siano solo fabbriche illegali, ma va be’).

      Mapoi Maddalena, questo modo di intervenire con maiuscole e accuse di scarsa lucidità verso chi esprime opinioni diverse, o condivide riflessioni, in quello che è il naturale scambio di opinioni, tra persone che si interessano e vivono lo stesso argomento, quanto ti sembra utile e femminista? Facciamo tutte e tutti un po’ di autocritica sulle modalità di intervento, che ultimamente mi sembra che la comunicazione si sia imbarbarita abbastanza.

      In aggiunta a tutto questo discorso. E’ ovvio che il mercato è quello del sesso a pagamento per gli uomini. E’ ovvio che in rapporti uomo donna-hanno bisognod i essere indagati. Allora bene che gli uomini si interroghino sui loro desideri, sugli stereotipi machisti che li ingabbiano, ma che non usassero le prostitute come capro espiatorio per rimarcare ancora di più il loro potere! La ‘critica’ alla prostituzione che c’è in giro si relaziona con un certo fastidio verso chi si autodetermina all’interno di quelle strutture che gli uomini, come attori protagonisti del patriarcato, hanno costruito per sfruttarci al meglio.
      La medesima reazione di alcuni al presunto ‘potere materno’, è rintracciabile in certi atteggiamenti illuminati che pretendono di aiutare le donne, togliendo loro ulteriormente ‘potere contrattuale’, vestiti però salvatori.

    • Scambio di merci?… un merce è un oggetto fisico, e l’unico oggetto fisico è il corpo, che non viene scambiato, ma semmai noleggiato, come un film in dvd.

  4. A volte ci sono ragioni che vanno al di là di ciò che sembra una scelta. Io dico: viva la donna in quanto tale, con pregi e difetti, perché è l’unico essere vivente che davvero mi completa.
    Stefano

  5. Certamente chi vive il rapporto tra uomo e donna attraverso il “contratto di matrimonio” soggiace a questa logica di contrattazione perenne in ogni ambito della vita, maschio oppure donna la differenza è sulla libertà sessuale che nell’immaginario vede solo gli uomini portatori della famosa libertà dei rapporti sessuali. In realtà in questa visione perfetta manca la grande consolatrice che in questo caso è L’AMORE. L’amore che è totalmente diverso dal “possesso” (per la serie “TU SEI MIA!!!!”), è piena fiducia nell’altra persona, piena libertà, piena fusione non solo dei corpi, ma soprattutto dell’anima…credo che si possa amare anche una puttana…ma se una donna (salvo i casi di sopravvivenza) è una puttana…nel momento in cui conosce l’amore…può cambiare è amare…che è l’unica cosa che da un senso a questa vita…

  6. ciao pienamente d’accordo con te! ciao ciao nico

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  1. […] * io sono e mi definisco una PUTTANA. Tale termine nasce per indicare. in modo dispregiativo  le donne che offrono servizi sessuali, ma il suo uso è molto più vasto. Puttana è la donna autonoma, che ha semplicemente una vita sessuale, che non ha paura di esprimersi, che pensa, che reagisce, che si autodetermina. Puttane sono le donne che non rispettano i ruoli e i limiti che gli sono stati affibbiati. Proprio oggi leggevo una riflessione su tale concetto, che approvo in pieno, e che vi segnalo qualora voleste saperne di più: Puttana si nasce o si diventa? […]

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