Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze, Salute Mentale, Welfare

Cose da non dire a chi soffre di malattie mentali

Quando qualcuno vi dice che soffre di malattie mentali e parlo di ciò che conosco quindi di depressione, disturbi alimentari, agorafobia, disturbi da autolesionismo, se questa persona vi dice che è in difficoltà è che non c’è nessuno che l’aiuti molto probabilmente avrà già cercato attraverso tutti i canali possibili per ottenere quell’aiuto. Poi è indispensabile sapere che se il centro salute mentale che prende in carico un paziente non ritiene che tu abbia bisogno di una terapia psicologica dovrai trovarla fuori a pagamento. Quindi è inutile dire vai da uno psicologo come se la persona malata non sapesse di poterne avere bisogno o comunque non avesse provato ad ottenere quel servizio che se escluso la rinvia a pagare di persona fior di quattrini per uno psicoterapeuta a pagamento. Se qualcuno vi dice che in famiglia sono soli ad occuparsi di una persona con problemi mentali è probabile che sia così perché in generale i servizi sociali, per esempio, non si attivano se c’è la famiglia a pensare alla persona malata. Quindi denunciare il fatto che si è soli corrisponde alla assoluta verità dello stato delle cose qui in Italia. Il nostro welfare è realizzato in modo da delegare alla famiglia tutti i bisogni dei parenti malati.

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Malattia mentale e prevenzione ed educazione al rispetto dei generi

Se parliamo di malattie mentali che colpiscono maggiormente le donne, come la depressione, i disturbi alimentari, l’agorafobia, dopo averle osservate e analizzate da un punto di vista di genere possiamo immaginare delle forme di prevenzione. Per prevenire i disturbi alimentari bisogna combattere il sessismo, il body shaming, i modelli estetici imposti. Voler essere magre non è sempre la dimostrazione che è quella donna si affetta da una malattia ma se si raggiungono stadi in cui si ritiene di poter avere il controllo su se stesse soltanto digiunando o stadi in cui si perde il controllo su tutto abbuffandosi e poi vomitando, siamo di fronte a un disturbo che si potrebbe prevenire se solo le pressioni sull’estetica femminile non fossero così enormi. Voler essere belle non e qualcosa di malvagio, non riuscire a vedere la propria bellezza perché non si somiglia ai modelli estetici imposti diventa invece patologico. Dobbiamo spiegare con attenzione che quei modelli non rappresentano la realtà delle tante donne esistenti al mondo, con corpi di ogni peso e misura e colore, con aspetti differenti l’una dall’altra. Dobbiamo spiegare che la diversità è un valore e se impediamo a quelle pressioni sessiste di insistere nel far sentire inadeguate le donne nei propri corpi potremmo prevenire patologie invalidanti che hanno certamente una derivazione anche culturale. 

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Se non sei madre non vali niente

Gli stereotipi che insistono nel dare giudizi alle donne realizzano una trappola all’interno della quale esse sono destinate a compiere solo ruoli di cura riproduttivi. A rafforzare questi stereotipi insistono giudizi perfidi nei confronti delle donne che non vogliono fare figli. A queste donne viene detto che sono egoiste, pensano solo al proprio aspetto, non sono in grado di dare amore, pensano alla propria carriera. Di conseguenza si dice di queste donne che non siano tali perché le donne vere, così si dice, sono emotivamente e naturalmente spinte a provare istinto materno. Dell’istinto materno altre femministe hanno scritto abbondantemente che non esiste perché si tratta semplicemente di una sorta di legame che si crea con una persona che dipende da te.

Continuare ad insistere sul fatto che le donne debbano provare questa sorta di istinto le spinge semplicemente a sentirsi colpevoli e inadeguate quando non vogliono svolgere lavori di cura e assistenza verso familiari e altri in genere. Perciò le donne vengono tartassate con domande che indagano sulle loro reali intenzioni, su quando vorranno mettere al mondo un frugoletto che ti amerà per tutta la vita, così dicono, su quando deciderete di mettere al mondo un figlio. Non uno solo ma è meglio due perché si sa che poi i fratelli si aiutano tra loro. Si dice che fare figli sia un’ottima assicurazione per ottenere assistenza durante la vecchiaia. E tutto ciò rimanda ad un giro di giostra che ripropone la cura comunque a carico dei familiari senza che le istituzioni decidano per un welfare che pensi alle persone bisognose di assistenza e senza una famiglia.

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La famiglia eterosessuale

Sto leggendo il libro di Silvia Federici, Calibano e La Strega e quel che ne traggo è la certezza che le analisi femministe fin qui discusse siano giuste. La famiglia eterosessuale non è solo il prodotto patriarcale ma anche capitalista in cui l’uomo deve svolgere il lavoro produttivo e la donna quello riproduttivo. Senza il lavoro riproduttivo e di cura il capitalismo e il patriarcato non avrebbero potuto trovare nuovi soldati o nuovi operai per campagne coloniali, di espansione e per l’esercizio del commercio che tende sempre alla privatizzazione. Le società in cui la discendenza viene considerata matrilineare, ovvero dove non è utile sapere chi sia il padre e i figli diventano di tutte le persone presenti in quelle comunità sono rare. Si tratta di società rurali dove l’imposizione della famiglia eterosessuale non è necessaria alla sopravvivenza di quelle comunità.

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Ruoli sociali: la donna come ammortizzatore sociale

Continuano le puntate del Femminismo secondo la depressa sobria.

Sapete quanto costa badare alla casa, alla famiglia, ai figli, agli anziani, ai disabili, ai malati? Costa tantissimo. Un welfare a misura di individuo avrebbe trovato il modo di alleggerire il peso di queste responsabilità a chiunque o le avrebbe suddivise equamente per tutti i generi, invece essendo la nostra una società di impostazione cattolica, che mira alla famiglia eterosessuale come modello sociale, quelle responsabilità le ha assegnate solamente alle donne. Le donne ammortizzano una spesa di miliardi di euro annui che lo Stato risparmia per reinvestirli non nella salute, sempre più volta alla privatizzazione, non nell’istruzione, anch’essa diretta verso la forma aziendale, ma negli armamenti, nella difesa, nella struttura delle forze dell’ordine, un ordine che ha radici patriarcali e che i patriarchi farebbero di tutto per mantenere tale.

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Buon otto marzo alle disabili, malate, depresse e così via

Buon 8 Marzo a tutte. E intendo proprio tutte. Incluse quelle che sono malate, impossibilitate a muoversi, disabili o come chiunque vuole chiamarci, neuro atipiche, o malate mentali, agorafobiche, depresse croniche, con tentativi di suicidio alle spalle, con difficoltà a svegliarsi al mattino, a prendere sonno la notte, con cicatrici sulla pelle che testimoniano gli atti di autolesionismo, con il grasso o la magrezza che testimoniano i disturbi alimentari, con ogni tipo di problema che sia visibile o invisibile e che difficilmente viene considerato. 

Al di là delle belle parole il punto di certe malattie e che è difficile parlarne, come lo è stato per me che me ne sono vergognata per molto tempo.

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MalaRazza e la capanna di cassette della frutta

Ogni volta che guardo le cassette della frutta vicino alla cucina o quelle che ho sistemato all’ingresso, per metterci le scarpe e poggiarvi sopra chiavi e posta e altre cianfrusaglie, mi rendo conto del fatto che ci vuole creatività nell’essere precari. Quelle cassette rappresentano il mondo così come lo viviamo. Adattandoci e occupando spazi limitati per restarvi dentro senza che appaiano come prigioni. Quelle cassette le ho prese al primo trasloco, per metterci dentro cose da trasportare, e alla fine le ho sempre portate con me. Il mio compagno vorrebbe gettarle via ma per me restano un simbolo irrinunciabile. Mi ricordano chi sono e cosa sto facendo.

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La retorica razzista vi distrae dai problemi che il governo non risolve. Raccontateci la vostra precarietà!

Mentre il ministro dell’interno tiene banco sui media raccontando balle che costano tempo e salute alla gente migrante che arriva sfinita a Lampedusa ecco quel che il governo lega-m5s cerca di nascondere alla gente come noi, gente comune, persone precarie che si vedono sfilare via diritti come niente fosse. Prendo spunto da una notizia che è solo un esempio tra tanti. Un senzatetto viene multato per questione di “decoro”. Una persona povera e senza casa e soldi dovrà pagare 200 euro non si capisce per cosa. Ed ecco la sconfitta dello stato sociale, così come ben racconta Wolf Bukowski nel suo libro “La buona educazione degli oppressi – piccola storia del decoro“.

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Perché le donne migranti rumene soffrono della “sindrome dell’Italia”

Una ‘badante’, o carer, dalla Moldova ritratta con il suo datore di lavoro italiano in un parco di Roma [Romina Vinci/Al Jazeera]
 

di Lorelei Mihala& Romina Vinci (articolo in lingua originale QUI. Traduzione di Nadia e Naomi del Gruppo Abbatto i Muri)
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Estetica dell’oppressione: il problema del senzatetto è davvero la mancanza di coperte?

Quando accadono eventi in cui si rende chiara la disparità di potere si generano linguaggi differenti che vengono percepiti dai sensi a seconda del significato che quei linguaggi comunicano. La contaminazione attraverso l’uso di parole, immagini e ogni altro mezzo di comunicazione avviene al fine di creare una sorta di parete protettiva per tutto quel che è oppressione. Quella con cui abbiamo a che fare è dunque un’estetica dell’oppressione.

Quando guardiamo un filmato in cui si vede una donna e un bambino tratti in salvo dall’imbarcazione di fortuna usata per migrare quello che vediamo è funzionale al sistema di oppressione. Vogliono dirci che non sono così cattivi da non fare passare proprio tutti. Usano l’immagine di una donna e del bambino come veicolo per legittimare la crudeltà come mezzo di controllo dell’immigrazione.

Quando vediamo un sindaco criticato perché ha gettato via le coperte di un senzatetto l’indignazione sale alle stelle. Quello che non vediamo però è il fatto che quel senzatetto vive in ogni caso tra l’indifferenza generale e quei cinque minuti di solidarietà non cambieranno la vita a lui e a nessun altro. Ha fatto bene il sindaco a buttare le coperte? Assolutamente no. Quello che sto dicendo è che al di là del gesto l’uso che di esso viene fatto serve a raccontare come il fastidio nei confronti della povertà sia dissimulato da molte persone.

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Lo scandalo delle donne in miniera nella Gran Bretagna del XIX secolo

Lei scrive:

Cara Eretica, ho deciso di tradurre questo articolo (a cura della BBC History Magazine, edizione dell’ottobre 2012) stufa marcia di leggere sulla pagina Facebook di Abbattoimuri tutte quelle persone che – quando si parla di parità salariale o di riconoscimento dei diritti lavorativi senza distinzioni di genere – tirano fuori il mantra delle donne “che in miniera però non ci vanno miiicaaaa eh?!?” (lo stile è lo stesso de “ellefoiiibeeee”?!?!).

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