Puttana, troia, zoccola, sono termini d’uso comune. C’entrano poco con il mestiere in se’. Indicano più spesso un comportamento che in qualche modo turba la morale, indispettisce il singolo o la singola, non rispetta la norma imposta. Sono termini che censurano la sessualità delle donne, perché di donne si tratta, spero me lo concederete, dato che non ci sono termini equivalenti al maschile. Il giudizio che ricade su una donna che agisce inappropriatamente e senza rispetto per le convenzioni sociali è uno stigma sociale che la insegue fin dall’adolescenza.
La prima volta che mi sono sentita chiamare “puttana” quanti anni potevo avere? Forse 12 e credo di essere stata baciata dalla fortuna perché il contesto era ancora sobrio. Ma lo avevo sentito dire contro molte e non dalla bocca di un uomo ma più spesso di una donna. Mia madre non osava, non l’ha mai fatto. Ma le vicine, apriti cielo, furono loro che prima davano della zoccola alla creatura undicenne figlia dell’ambulante, ché poi a monte c’è pure un pregiudizio che discrimina la classe, perché sei povera, ergo tamarra, ergo pompinara anche a 11 anni.
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