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Quando non sei d’accordo e ti danno della pazza

Su questo blog parliamo spesso di malattie come la depressione, i disturbi alimentari, alcune volte abbiamo parlato di altro genere di disturbi, e quel che viene fuori in ogni caso è la difficoltà a dirsi “malati” perché ancora si considera che la malattia mentale, che può partire da squilibri chimici o da fattori educativi/ambientali e non so che altro, non c’entra niente con la cattiva considerazione che si ha degli altri.

Se lui è razzista, dargli del malato, del folle, è solo una giustificazione che non ci rende consapevoli di quanto sia pessima la cultura esistente e di quanto sia difficile tenere conto del fatto che bisogna fare un lavoro che coinvolge tutti noi. Archiviare tutto quel che ci sembra negativo come frutto di un problema mentale è solo un modo di delegare ai medici l’aggiustamento di distorsioni sociali. Il fatto è che quella delega, che riguardava in passato manicomi e carcere, è cosa antica a autoritaria, e ci ricorda che molte persone ancora pensano alla psichiatria come dispositivo di potere e mezzo di controllo sociale.

A chi non è capitato di sentirsi dare del folle o della pazza dalla persona alla quale si rivolgono critiche? E io non discuto di altre circostanze in cui la malattia mentale può davvero condizionare le azioni degli individui. Mi fermerei a considerare il fatto che c’è gente che usa l’alibi della follia, così, gratis, di default, giusto per segnare una distanza tra chi la pensa in un modo e chi in un altro. Se torniamo un po’ indietro e ricordiamo, banalmente, quel che scriveva Hannah Arendt, possiamo vedere, invece, che non parlava di follia quando descriveva il totalitarismo.

Dare del pazzo a Hitler era un modo sbagliato di raccontare quel pezzo di storia. Lei giustamente parla di banalità del male, di burocrazia dello sterminio, di politiche codarde e autoritarie. Quelle politiche creavano discriminazione e marginalizzazione e per farlo si servivano di stigmi sociali. Ed era culturale la chiave che lei cercava per poter prevenire il fatto che in futuro si realizzasse lo stesso schema di merda.

Chi non ricorda per esempio le tesi assurde di Lombroso? Chi non ricorda tutta la categoria di dittatori che chiudevano in manicomio donne, gay, lesbiche, persone che volevano solo essere se stesse? Se tu ti dici antiautoritari@ e poi mi dai della pazza perché io non la penso come te non stai facendo altro che replicare lo stesso schema dei tiranni di cui la storia ci riporta le cattive azioni. Eppure c’è chi si definisce libertari@ e parla di persone che hanno opinioni diverse come fossero affette da chissà quali malattie mentali.

Il razzista è razzista e basta. Il fascista è solo un fascista. L’assassino, la maggior parte delle volte, è solo un assassino. E se parliamo delle persone considerando le malattie mentali dalle quali possono essere affette, tenendo conto, certo, delle malattie registrate nei volumi che le definiscono in quanto tali, la maggior parte della gente, se non tutta, è “malata”.

E se “malattia”, in termini di male sociale, sta per espressione di autoritarismo allora va detto che il peggiore male sociale è determinato da chi marginalizza chi non gli/le somiglia. È una cosa che fanno in tanti, così come potete vedere e leggere un po’ ovunque. Dare della pazza o del pazzo è ancora un modo per stigmatizzare, alla faccia di Foucault, chi non la pensa come te. Nel senso che fosse per loro, se potessero, tu che non la pensi allo stesso modo finiresti in manicomio e/o in galera.

Ecco allora che si determina un confine anche tra chi ha diritto ad esprimere una opinione, avendone il diritto e auspicando che dall’altra parte vi sia ascolto e rispetto, sebbene affetto da malattia mentale e chi invece elargisce diagnosi come confetti per quanto non ne abbia alcun titolo. A me scrivono tante persone che soffrono di disturbi di vario tipo ma le loro analisi, personali e politiche, mi sembrano fin troppo lucide, razionali, perché quei disturbi non influenzano la bontà di certi ragionamenti, la loro capacità di osservazione della realtà, e se superiamo la barriera creata da Basaglia noi sappiamo che quei disturbi non possono essere un limite, in nessun caso, alla responsabilità sociale che deve riguardarci quando all’esclusione, alla marginalizzazione, dovremmo contrapporre sempre l’inclusione sociale.

Quel che dovremmo dire è che non ci interessa che tu sia depress@, anoressic@, bulimic@, e con chissà quali altri problemi, perché meriti comunque ascolto e il mio invito è a non lasciarvi condizionare da chi pone uno stigma negativo sulla vostra malattia. Il senso di colpa e di vergogna indotto dovrebbe essere rimosso e questa dovrebbe essere la prima preoccupazione, in termini sociali e culturali, di chi si dice antiautoritari@.

Nessun@ dovrebbe mai dare del folle a chi si esprime in modi differenti, neanche quando sono terribili espressioni di sessismo, razzismo, violenza e odio riservati a chiunque, perché più spesso a me sembra si tratti di espressioni, eventualmente, di follia collettiva. Riservare la responsabilità delle patologie al singolo è solo un modo comodo di evitare di produrre analisi sociologiche che dovrebbero contribuire alla prevenzione, affinché si stia sempre meglio e si riesca a non operare un’eugenetica basata sui difetti che la gente autoritaria individua in te per escluderti dai confronti collettivi.

libre-lida-y-loca1Inutile dirvi che per le mie opinioni mi sono beccata lo stigma di pazza molte volte da parte di persone aggressive, analfabete funzionali, egocentriche e autoreferenziali, nonché autoritari* su vari fronti, non ultimo quello politico. Non mi interessa dirvi che sono sana come un pesce o che certi problemi non mi riguarderanno mai – mai dire mai – perché non è questo che mi qualifica come persona che ha diritto ad avere un’opinione diversa da chi vorrebbe archiviarmi nel girone delle persone senza diritto di parola. Mi interessa solo dirvi che lo stigma sulla malattia mentale va messo in discussione e dobbiamo farlo noi per prim*. Intendo noi che ci occupiamo di antiautoritarismo, antisessismo, lotta contro la discriminazione di genere, l’omofobia, il razzismo, la marginalizzazione sociale di certe categorie umane e professionali. Se non noi, che nel tempo abbiamo subito stigmi di vario tipo che ci hanno limitato la vita, allora chi?

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Comments

  1. Beh…Nell’ ex manicomio della mia città c’è una lapide con questa frase:
    <>
    Chi stigmatizza e giudica non è meno pazzo di colui contro cui punta il dito.
    Sempre complimenti per il tuo blog.

  2. Vivo anch’io pienamente quest’esperienza. Per molte mie idee, opinioni, sensazioni vengo considerato pazzo da non pochi, anche teoricamente “amici”.

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