#Depressione – quando il cervello viaggia con le finestre aperte

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Ci sono molte persone, tante donne, che mi scrivono a proposito della loro depressione. Sono narrazioni consapevoli, lucide, sebbene intrise di un gran senso di impotenza, a testimoniare il fatto che dietro una persona depressa non c’è qualcun@ che non capisce, che non sa quello che sta succedendo. E quella consapevolezza è come un corpo dentro un corpo, una vita dentro una vita, che lotta per uscire fuori e marciare ad altre velocità. Oppure. Ci sono quell* che raccontano di una quasi serena convivenza con quello di cui soffrono.

Lo sanno, hanno preso confidenza con quel male, non lo giudicano un nemico perché grazie ad esso hanno capito molte cose, si sono acuiti altri sensi, è cresciuta la dimensione intima, di chi riesce a parlare con se stess@ senza nascondersi, perché non si può sempre e comunque andare in giro per il mondo e raccontare di non aver bisogno di niente, di stare bene sempre, di essere perfett@ e produttiv@ a qualunque ora del giorno e della notte.

Sulla pagina facebook e su questo blog si è riaperto questo filone, mai chiuso in realtà, costituito da narrazioni che si alternano o si aggiungono ad altre narrazioni. Lei scrive, l’altra le invia un messaggio solidale e l’altra ancora ha voglia di uscire fuori dall’isolamento, almeno per un attimo, per concedersi una giornata in cui il cervello viaggia con le finestre aperte e mostra tutto quello che perfino le persone più care non riescono a vedere. Noi siamo quel che riusciamo a concedere al mondo. Di noi, di me, di te, di tutt*.

Noi siamo quel che siamo e non c’è vergogna, senso di colpa, che può fermare quest’onda, personale e politica, che investe la responsabilità collettiva e che invita tutt* a raccontarsi e ad ascoltare, attentamente, perché tutto ciò ci riguarda. Eccome se ci riguarda.

Vi lascio a quest’altra narrazione, con un abbraccio a tutt* e tanta riconoscenza per chi regala un po’ di esperienza a chi non sa di non essere sol@ al mondo.

>>>^^^<<<

Chi sono? Ho bisogno di un percorso. Di un sentiero tracciato, o meglio: di tracciare il mio sentiero.
Sono fragile. Mi sento ossessionata, debole, persa. La mia mente si blocca, va in modalità protezione, ma non capisce che anziché proteggermi non fa altro che farmi ancora più male.
Mi sento triste e paralizzata, peggio: bloccata. Ora sono a letto, e l’unica cosa che riesco a fare è stare qui, tra le coperte, rannicchiata, come se le coperte potessero proteggermi e fuori ci fosse un mondo che non posso, non voglio, non riesco ad affrontare.

È un mondo che mi spoglia di ogni speranza e di ogni forza.

Ora ho fame, ma non riesco a trovare le forze fisiche e mentali né per uscire e comprare qualcosa, né per andare al bar a mangiare un boccone, né per alzarmi e mettere sul fuoco un pentolino con un po’ di latte. Fatico anche a scrivere, e penso a tutte le persone che conosco – il mio compagno, la mia famiglia, i miei amici – che sono convinti che io l’abbia superata, questa bestia nera, che mi vedono sorridente e allegra e non capiscono come possa ridurmi così, come possa “non reagire”, o anche solo come possa io, forte come sono, con la mia risata contagiosa, a farmi ridurre in questo modo dalla mia stessa mente.
Ridotta a un’ameba senza forze, senza volontà.

Si chiama depressione, e non mi spaventa chiamarla per nome, anche se è un po’ un mix tra un Dissennatore e Lord Voldemort. Colei-che-non-deve-essere-nominata.
Non mi vergogno di soffrirne; non mi vergogno a dirlo in giro e di far sapere che soffro di attacchi di panico e che prendo psicofarmaci e antidepressivi.

Mi sento distrutta e sfiancata. Sento di aver bisogno di far pulizia nella mia mente, proprio come si fa dal dentista: spazzi via tutto lo sporco, tutto lo schifo che si accumula e voilà, hai una bocca come nuova.
Solo che non è il tartaro a corrodermi i denti, è la disperazione che mi corrode l’anima. Che mi sfianca. Che mi strappa via, un pezzettino alla volta, meticolosamente.

Ho gli occhi chiusi, ora. Li stringo, come se farlo potesse scacciare in qualche modo l’orrore. Ma l’orrore non è intorno a me: è dentro di me. E per quanto io possa provare il desiderio di fuggire, di scappare, di correre via so benissimo che sarebbe del tutto inutile: ciò da cui voglio fuggire non rimarrebbe dov’è. Ce l’ho dentro. Fuggirebbe con me, continuando a tormentarmi in ogni istante.

Non posso scappare. Non posso arrendermi. Ma non riesco a combattere.

 

Ps: va ricordato che chi scrive molto più spesso è già in terapia ma il medico non è la panacea per tutti i mali e non si risolve tutto nel giro di poco tempo. Dire a chi spiega di cosa soffre che deve curarsi è una cosa parecchio semplicistica e scontata, secondo me. Un po’ come delegare il problema senza analizzare le motivazioni profonde che comunque ci toccano senz’altro da vicino. Partite dal presupposto che, per l’appunto, chi scrive già si sta curando. Questo non toglie che le riflessioni condivise necessitino di un ulteriore passaggio logico perché parlano di stigmi, la vergogna di mostrare in pubblico quel che ti fa tanto soffrire. E’ un problema che noi, qui, dato che non siamo medici, possiamo e dobbiamo considerare e trattare da un punto di vista sociale, culturale e politico.

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Comments

  1. Soffro di depressione da 25 anni, tra alti e bassi, da quando a dieci anni morì mia madre. Nessuno ha mai voluto vedere la cosa, han sempre preteso e preso da me, senza mai fermarsi a riflettere in che condizioni vengo lasciata. Sono stata in analisi, ma ho sempre interrotto la cosa, primo perché non riesco mai ad instaurare un rapporto di empatia con psichiatri e psicologi, sia perché alla fine mi ritrovo a prendere tutte le scatole di pastiglie in una sola volta. Vivo sola e non potrei permettermelo, proprio per questi down. Son stata spesso incosciente per giorni, senza che nessuno mi cercasse. L’ultima volta proprio la settimana scorsa, la notte di Capodanno. A tutt’ora nessuno mi ha mai cercata, nonostante tre persone sapessero cosa stessi facendo. Non esco di casa da settembre, se non per fare la spesa una volta ogni 10-15 giorni. Ho un disturbo alimentare, quindi sono imprigionata no solo in una mente, ma anche in un corpo che non mi appartiene. I parenti son spariti quando anche mio padre è morto, lasciandomi sola al mondo, gli amici non ti cercano, il tuo ragazzo a parole illude di trasferirsi da te, per aiutarti a risollevarti, poi ogni volta… miracolosamente, trova una scusa per non farlo… l’ultima volta, proprio a capodanno, mi ha accusata di volerlo usare solo come cura e che non lo tratto alla pari, quindi, mentre lui e due nostri amici leggevano che trangugiavo xanax e prosecco come se fossero lenticchie, loro brindavano al nuovo anno… si sono scaricati la coscienza scrivendo un semplice non fare cazzate, ma non hanno lanciato l’allarme, non mi hanno mai più cercata… anzi no… il mio attuale ex (non so se avrò la forza per farlo restare nello status di ex), tre giorni fa mi ha scritto su whatsapp un: “come stai?”… ieri sera, non facendo caso al fatto che non avessi visualizzato il messaggio, mi ha scritto ancora su whatsapp, con tono indignato/offeso, per il fatto che non gli risponda… come se nei giorni scorsi non fosse successo nulla… perché son troppo debole per fargliela pagare… perché se non c’è lui nella mia vita, non vedo anima viva per anni (è già successo)… ma chi vuole stare con una persona così problematica? nessuno… io vado bene alla gente solo quando indosso una maschera… quando sono la cialtrona cazzara che diverte con le sue battute sarcastiche e la sua disponibilità ad aiutare gli altri. Ci si dovrebbe aiutare da soli ad uscire dal tunnel buio, invece di arredarlo, ma quando non ci si riesce e nessuno ti aiuta, cosa rimane da fare?

    • Karen Louise says:

      Cercare aiuto. Mettere da parte l’orgoglio e chiamare chiunque, amici, parenti (il fidanzato lo manderei a cagare) e cercare uno psichiatra che sappia creare empatia con te.
      Capisco come ti senti, anche se la tua forma di depressione è più potente della mia, ma lo capisco perché il male che ci prende e tormenta è sempre lo stesso. Sono io l’autrice di questa riflessione. Se hai bisogno di una persona con cui parlare, con cui sfogarti, io sono a tua disposizione.

  2. Sei brava a non vergognartene, io invece riesco a fatica a dire che soffro di attacchi di panico, lo dico a pochi e serve come test per capire le reazioni. Il resto lo dico a pochissimi e ogni volta ho una paura folle che mi paralizza. Eppure sto molto meglio, in questo periodo sto bene, ma lo stesso temo profondamente il giudizio altrui.

  3. Ciao…anch’io soffro di ansia e panico, forse da quando sono nata. Riassumere è difficile. Sono ancora qui, non ho molto. Due lavori che sono la mia ragione di vita, il disegno,una migliore amica e da 6 mesi una psicologa bravissima che si sta occupando di me. Passo a trovarvi.

  4. con tanta tristezza, sto leggendo le vostre riflessioni.
    Ringrazio Eretica che con coraggio ha pubblicato questo post.
    La depressione, se diagnosticata correttamente, è un male insidioso da cui sono affette moltissime persone in Italia. Spesso è reattiva ad eventi gravi : può essere una separazione dolorosa.
    Personalmente so cosa significa stare inchiodati a un letto di mattina senza avere la forza di buttarsi in piedi sul pavimento o ripartire per la nuova giornata. Ma so che devo farlo e che devo regolare la mia giornata, senza “aiutino” chimico, che il medico riserverà solo a chi sta realmente male.
    Conosco persone reali in questa condizione; anche oggi ne ho incitato una e sto per scrivere un messaggio pieno di speranze, su uno di questi network dai quali un po’ dipendiamo. Non è possibile che lei mi scriva “non esco” se le sto proponendo una cioccolata calda al bar.
    So solo che la vita è un bel dono e che anche nei momenti lancinanti che abbiamo vissuto, io, voi, nei giorni di Natale (il nostro incubo), non abbiamo riposto mai la speranza di migliorare. Sta a noi reagire, cambiamo i nostri caratteri e miglioriamoli. Iniziamo a non aspettarci assolutamente nulla dal prossimo: il cambiamento deve essere interiore. Rifuggiamo da opportunisti e meschini, da persone false, e frequentiamo solo chi è aperto al nostro messaggio. Ci seguiranno quando vedranno positività.
    Mettiamo su un bel disco e facciamo una bella passeggiata, quando iniziamo a sentire quel famoso meccanismo di “protezione” della testa ….fermiamola, allora, la testa, mettiamo tutto in ordine e pensiamo ad altre cose. Pensiamo ad esempio a chi sta come noi.
    Pensiamo ad esempio al duro lavoro, perchè se c’è qualcosa di pesante è sforzarsi di lavorare sotto attacco depressivo. Una galera 🙂
    forza e coraggio, avanti !

  5. L’ha ribloggato su depressione.

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