Madre non si nasce. Si diventa. (o anche no)

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Madre non si nasce. Si diventa. Perché nascere femmina non significa voler diventare donna e nascere femmina, pur volendo diventare donna, non significa voler essere madre. L’idea di non aver spazio e tempo per definirmi è disumana. Io nasco oggetto, fin dal momento in cui sono destinata a un ruolo che non è mio, non mi appartiene. Forse in futuro avrei amato essere madre, ma se lo dici quando sono piccola e non mi permetti di cercarmi e trovarmi percorrendo vie diverse, io sono intrappolata in una prigione. Finirò per sentire il mio corpo come nemico. Finirò per odiarmi perché sono nata femmina.

È una sorta di condanna che mi perseguita e quando racconto le mie peripezie mi guardano come fossi una specie di mostruosa creatura priva di etica e morale. La prima cosa che ti dicono, per criminalizzare la tua scelta, è che ci sono tante coppie che vorrebbero un bambino e io che non lo voglio divento mostruosa ai loro occhi. Che spreco, averci l’utero e non utilizzarlo, o interrompere gravidanze non volute. Quale demonio controlla la mia mente se per ben due volte ho abortito, pur non avendolo di certo programmato.

Ogni volta la stessa cosa, per un percorso fatto a ostacoli, e gente incontrata che giudica anche i tuoi respiri. Per l’utero che urla e strepita e per tutto quel che ti circonda, persone, contesto, umori, borbottii. Ho scelto senza pensarci troppo, perché non voglio un figlio e già ne ho fatto uno e l’ho lasciato con suo padre. Cattiva mamma. Mamma cattiva. Che gran brutta persona sono per il fatto di non aver amato, mai, quel figlio. Anzi l’ho odiato per il dolore che ho sentito quando usciva fuori creandosi uno spazio che mi è costato carne e sangue.

Non l’ho voluto vedere, subito, e tutti a dire che gli ho negato il primo abbraccio. Ma l’ho fatto solo perché sarebbe stato il terzo aborto e il padre mi aveva detto “fallo, e poi lo tengo io”. Non gli ho parlato durante la gravidanza. Non ho parlato al piccolo, intendo. Mi sono sentita limitata dai calci, da quella “vita” che cresceva dentro. Dal fatto di essere trattata bene in quanto incinta e non in quanto persona. Per la precarietà che mi ha causato, per quel che non mi ha risarcito. Perché io? Perché in quel modo?

E ho ricavato molti insulti da chi mi ha detto che ero infantile, egoista, un mostro con due gambe e occhi troppo espressivi e dolci per poter confermare la teoria di chi mi giudicava male. “Sei disarmante” – disse lui, il padre del bambino, quando gli dissi che non sentivo niente di niente. Non era un’esperienza che mi ha aperto zone nascoste del cervello, neanche fosse LSD. Non ho visto la luce, non ho toccato le palle di Dio, o quel che è… insomma… avete capito. Non ho toccato la grazia e non sono stata toccata da grazia divina. Non ero particolarmente luminosa. La mia carnagione era la stessa e se ho scopato durante la gravidanza l’ho fatto perché piacevo io e non per una sorta di feticismo che accompagna certi uomini che si eccitano ancora all’idea del pancione e della tetta materna.

L’ho fatto. L’ho partorito, come fosse un peso di cui liberarsi, e non ne parlo mai volentieri perché sembro strana. La mia umanità sembra disumana. La mia normalità sembra anormale. Sono un’aliena, una cosa strana. Non sono rispettabile. Il mio punto di vista non è condivisibile. Non merito neanche un grammo di empatia. L’unica cosa che a volte mi concedono è un po’ di pietà, seguita subito da una rabbia cieca, un livore sconosciuto di chi pensa di avere una buona e viscerale scusa per collaudare la forca nascosta giù in cantina.

A volte ho temuto che qualcuno mi picchiasse. Una donna, una volta, quando mi chiese di farla passare in una fila lunga un chilometro per pagare la spesa, e tutto ciò solo perché aveva un figlio, quando le dissi no cominciò a urlare forte ché non si poteva dire neppure che io fossi una donna. Insensibile che non sono altro. Con un paio di urli guadagnò lo spazio concesso da paternalisti al servizio delle matriarche, e quindi, in realtà, non dovette aspettare molto.

Non mi apprezzano particolarmente neanche le mie colleghe di lavoro, perché odio il fatto che io debba essere l’unica che non può mai ritardare, perché non ho un figlio da accudire. Odio che io, per lo stesso stipendio, debba lavorare il doppio, non potendo mai fare una telefonata per distrarmi, perché queste cose puoi concedertele solo se hai una famiglia. Qualcuna dirà che le donne, madri, nei posti di lavoro invece sono disprezzate. È vero, ma non accade dove sto io.

Non sento nostalgia per quel figlio donato. Non provo nulla che mi riporti indietro. La mia vita è piena di interessi, amore, affetti, e non di cose effimere. Non me ne frega un cazzo se da vecchia non avrò figli ad accudirmi. Finchè sarò indipendente andrà tutto bene e quando comincerà il declino sceglierò l’eutanasia. Non me ne frega niente di non averlo allattato. Volevo indietro il mio corpo e per quanto questo possa risultare odioso per chi guarda al corpo delle donne come fosse sacro, perché materno, io me ne fotto perché esigo che il mio corpo resti in vita per mie esigenze differenti. Potente, forte, libero, trasgressivo, sensuale, fuori norma, sessuato.

Perché racconto tutto questo? Perché mi sono rotta di leggere di donne che piegano bisogni per i figli, che hanno vite che odiano e poi ipocritamente, proprio quando dovrebbero capire la mia scelta, diventano perfide, risentite, livide, perché io non ho accettato di portarmi dietro quella che loro stesse considerano e descrivono come una croce. Tra l’essere martiri, usando la vita altrui per dirsi realizzate, e l’essere oneste con se stesse, cercando di pararsi per la grande merda che ti gettano addosso, c’è una differenza e non sono poi così certa che il bilancio risulti negativo per me.

Così mi sento, e questo è il mio personal politico che voglio condividere. Se rispondete con un bel chi se ne fotte vi capisco. Se vi lanciate in insultanti faide, trattenendo a stento o rilasciando la vostra voglia di linciaggio, direi che potete andare a quel paese. Il corpo è mio e lo gestisco io e la scelta di non voler essere madre, per quanto socialmente biasimata, per fortuna, in questo secolo, in questo particolare tempo, non è un reato. Scommettiamo che c’è chi vorrebbe renderla tale e vorrebbe obbligare la filiazione – un tanto procapite – per il bene della nazione?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. Comprendo le tue parole e che si possa condividere oppure no il tuo pensiero, hai del fegato!! Vorrei aggiungere altro ma non ora poichè non ho molto tempo a disposizione.

  2. Ho letto e riletto questa storia, perché mi ha toccato. Mi sono chiesta cosa abbia portato questa donna, che di figli non ne voleva, a metterne al mondo uno per lasciarlo al padre, condannandosi così a portare una croce, fatta di giudizi, sguardi e parole altrui. Credo che la risposta la sappia soltanto lei e credo che la sua scelta, condivisibile o meno, vada rispettata sempre. La sua come quelle di tutte le donne, che anche quando – nei migliori dei casi – scelgono di diventare madri, sono sottoposte ad una pressione continua da famiglia e società. Un abbraccio a questa donna per il coraggio e la forza che ha!

  3. la_sara, mi sa tanto che una donna come la fa la sbaglia, quindi, dato che la croce ce la portiamo comunque (o meglio, in molt* godono al pensiero di vedere il prossimo o la prossima loro schiacciat* dal pezzo di legno e si infastidiscono quando qualcun* riesce a schivarlo, combatterlo o a portarlo in silenzio), a ‘sto punto è bene, anzi, benissimo fare quello che ci pare, esattamente come ha fatto questa persona (compreso il figlio lasciato al padre, magari è stato un gesto di generosità nei confronti di quest’uomo, non è cosa da discutere, è la sua esperienza). Ciao : ) !

  4. Leggo e rileggo e mi sembra di parlare ad un’amica, ogni tanto è bello non sentirsi fuori dal coro. Sapere che ci sono altre donne che la pensano come me mi fa sentire meno “anomala”.
    Non siamo macchine da omologare, benvengano le diversità con il pieno rispetto… della persona, in primis!
    Grazie un abbraccio.

  5. Sono Childfree e so quanto può essere dura dire ”non voglio figli, ne ora ne mai”. Puoi essere definita ”egoista” (ma nei confronti di chi, poi?!), ”contronatura” (anche se sono nata Childfree. Non è una mia ”scelta”).
    Siccome non mi piacciono i marmocchi (soprattutto i neonati), sono stata definita ”pazza”, in passato. E ancora adesso mi vengono fatte domande del tipo ”e a chi lascerai tutto, quando morirai?” e poi… ”vedi? Io ho fatto figli, almeno so a chi va la MIA eredità. Mica vuoi che se la prendano degli estranei?”.
    Quello, è EGOISMO.

  6. Grazie anche da parte mia a chi ha raccontato questa storia. Se una colpa la vogliamo proprio dare è quella di aver acconsentito ad esaudire il desiderio del padre. Brava lei che ora può finalmente godersi il resto della sua vita senza croci. Mi spiace per un bambino che crescerà senza un genitore – sempre loro a farne le spese – ma l’aveva messo in chiaro subito, è nato per l’egoismo di un padre anziché quello della solita madre che lo vuole a tutti costi arrivando a sabotare i contraccettivi. E poi tanto ce ne sono tantissimi voluti da entrambi che poi vengono ugualmente cresciuti da uno solo.
    Applausi per il coraggio e la scelta.

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